Mar. Set 17th, 2019

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Legge di stabilità ingiusta, in Europa solo l’Italia senza patrimoniale

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di Nicola Nicolosi
di Nicola Nicolosi*

camussoLegge di stabilità con tante tasse per i soliti noti, senza equità patrimoniale, contro lavoratori e pensionati, dannosa per redditi e consumi, inutile per la crescita. Sembra che la crisi nella crisi dell’Italia rispetto ai principali paesi europei sia una invenzione, eppure l’Italia dal 2003 ha perso per strada qualcosa come 240 miliardi di euro rispetto all’Europa. Questo Paese ha dovuto sopportare delle misure straordinarie di contenimento della spesa pubblica, e un aumento della pressione fiscale (Monti/Berlusconi), per un valore non inferiore a 100 mld di euro, con l’effetto (storico) di vedere ridotta la spesa pubblica: meno servizi, meno stato sociale, meno spesa in conto capitale, meno dipendenti pubblici.
La riduzione del pubblico impiego è di 300.000 dipendenti dal 2007, che uniti al blocco della contrattazione e della vacanza contrattuale ha determinato un risparmio (solo per il biennio 2013-14) di 5,5 mld di euro. Ma c’è qualcosa di profondamente ingiusto nella Legge di Stabilità: la scomparsa dell’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie. Il governo rinuncia alla qualità della tassazione, preferendo tassare i soliti noti, e quando va bene si fa un dono di 8 euro al mese. La nuova imposta Trise non sarà pagata solo dal proprietario della casa ma concorreranno anche le famiglie che occupano l’abitazione.
Il risultato è scandaloso: l’Italia è l’unico paese in Europa a non avere una imposta patrimoniale sulla proprietà. Le misure adottate, che complessivamente valgono 27,3 mld di euro per il triennio 2014-15-16, a cui occorre aggiungere i 2 mld di euro della manovrina per centrare il rapporto indebitamento/Pil del 3%, sono dispersive e di scarsa efficacia. La riduzione del cuneo fiscale, meno 1,5 mld di euro per maggiori detrazioni per il lavoro dipendente, 1,2 mld di euro a favore delle imprese, per un ammontare complessivo di quasi 10 miliardi di euro sul triennio, producono un effetto non solo contenuto, ma quasi beffardo. Se tutto va bene il beneficio sarà di 8 euro al mese. Molto più efficace, in termini di aumento del reddito disponibile (spendibile) sarebbe stato l’adeguamento del reddito da lavoro pubblico, che avrebbe non solo risolto il problema del diritto ad avere un salario dignitoso, ma avrebbe migliorato l’impatto macroeconomico. La propensione al consumo di 3 milioni di persone che ricevono 10 miliardi di euro in due anni è certamente maggiore della propensione al consumo di 15 milioni di lavoratori che si distribuiscono le stesse risorse. La spending review sarà sempre uguale: un conto è armonizzare la spesa pubblica via costi standard, un altro conto è aggredire la formazione della spesa pubblica. Oggi nel bilancio dello Stato, ma non solo in quello dello Stato, ci sono delle poste di spesa che hanno poco a che fare con i costi standard. Sono contratti privatistici. Vogliamo dare senso alla spending review ?
Bene. Rivediamo le clausole, le tipologie e le modalità dei contratti, le procedure degli appalti. Magari si potrebbe costituire una Commissione parlamentare, affiancata da esperti e dalla Corte dei Conti, senza lasciare a fantomatici «nominati» la scelta della selezione della spesa da tagliare. Le misure per lo sviluppo sono poi da trovare, a meno di non credere che la «riduzione» del costo del lavoro, il «risparmio» di imposta delle imprese pari a 5,6 mld di euro, possano produrre un salto nei consumi delle famiglie e nella capacità di investimento delle imprese.
Forse il governo non ha capito che la platea dei lavoratori interessata dai provvedimenti si è ridotta verticalmente. Quanti sanno che il tasso di disoccupazione reale dell’Italia è vicina al 22%? Quanti sanno che gli investimenti sono diminuiti del 13% dal 2011 al 2012? Quanti sanno che gli investimenti delle imprese italiane si traducono per lo più in importazioni di conoscenza da altri paesi? Inoltre il Governo Letta utilizza 1,1 miliardi di euro per il 2015 e 1,2 miliardi di euro per il 2016, di contributi Inail che sono reddito dei lavoratori dipendenti al pari delle risorse dell’Irap, che erano contributi per la sanità, per destinarli alle imprese. Ancora una volta si utilizzano i redditi dei lavoratori dipendenti per fare quadrare i conti.
Ci vuole la mobilitazione generale del movimento sindacale contro questa manovra, anche in considerazione del fatto che l’Italia non può arrivare al semestre europeo con una legge di stabilità che è contro i lavoratori e i pensionati.

* segretario nazionale CGIL, coordinatore nazionale lavoro società Cgil

(da Il Manifesto)

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