Legge elettorale più vicina ma l’Udc si smarca da Pdl e Lega

Legge elettorale più vicina ma l’Udc si smarca da Pdl e Lega

Dopo quasi sei mesi di stop&go, la prossima settimana la riforma elettorale varcherà finalmente la porta della commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama per approdare in Aula mercoledì 28 novembre ed essere approvata nel giro di pochi giorni, come assicurato dal presidente del Senato, Renato Schifani. E’ una delle due novità di oggi, una novità decisamente significativa che però non rende meno faticoso il cammino di una legge che il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha messo come condizione per quello scioglimento anticipato delle Camere chiesto da più parti. L’altra novità è che l’Udc si è sfilata dal granitico asse Pdl e Lega che finora ha sostenuto e portato avanti a Palazzo Madama, con i voti anche del partito di Pier Ferdinando Casini, il ddl Malan con le preferenze e la soglia minima al 42,5% per accedere al premio di governabilità del 12,5%: oggi Gianpiero D’Alia, nel momento in cui in Commissione si è votato un emendamento – poi approvato – che prevedeva alla Camera il tetto massimo di 340 seggi per la coalizione che superasse la soglia del 42,5%, si è astenuto. Perché l’emendamento ribadisce quella soglia, che lui stesso aveva votato, ma che il Pd non vuole: «La soglia e il premio al primo partito, essendo il cuore della legge, devono essere oggetto di una intesa ampia», motiva il senatore siciliano che prima della seduta di Commissione era stato a colloquio con il vicepresidente dei senatori del Pd, Luigi Zanda. L’astensione, spiegano a via dei Due Macelli, sarà la posizione dei centristi da qui in avanti nel caso in cui non si trovi un accordo: perché non ha senso, spiegano, approvare a maggioranza a palazzo Madama un testo che poi verrebbe impallinato alla Camera. E «perché sembreremmo davvero organici al Pdl…». La nuova posizione dell’Udc – i democratici non lo nascondono – fa gioco anche al partito di Pier Luigi Bersani smussando una posizione che viene additata come Aventino. Oggi, infatti, dopo una riunione sulla riforma elettorale, il Pd ha sentenziato: o la proposta formulata dal politologo Roberto D’Alimonte o niente. «Da lì non ci muoviamo», ha spiegato Anna Finocchiaro, il presidente dei senatori del Pd. «La proposta – ha ricordato – è chiara: la coalizione che arriva al 40 per cento prende un premio che assicura il 54 per cento dei seggi sia alla Camera che al Senato. Se non si arriva al 40 per cento, serve un premio del 10 per cento al primo partito». Una posizione sottoscritta anche dal capogruppo del Pd alla Camera, Dario Franceschini, presente alla riunione stamattina. Ma quel premio al 10% né il Pdl né la Lega vogliono concederlo. Oggi è stato affidato nuovamente al leghista Roberto Calderoli il compito di mettere nero su bianco una mediazione, un tentativo in extremis di convincere i democratici a votare la legge. Le previsioni, però, non sono rosee: per il presidente della Commissione, Carlo Vizzini, «sull’idea in sé c’è disponibilità, sui numeri invece c’è una rigidità che non so se sarà possibile superare». E lo stesso Calderoli sentenzia: «La legge è appesa al filo dell’ascensore. Credo si andrà a votare col Porcellum perché c’è un partito che alla Camera ha potere interdittivo». E Gaetano Quagliariello (Pdl) avverte: «Vogliamo evitare maggioranze risicate ma deve esserci una disponibilità del Pd a votare tutto il testo anche in Aula, non una percentuale». Preferenze comprese. «Altrimenti – prosegue – siamo in una specie di suk. Noi andiamo avanti lo stesso perché solo in questo modo si scopre chi la legge la vuole e chi no. Questo nostro andare avanti, però, si accompagna alla disponibilità ad un accordo».

m.amelia

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