L’elogio del cafone

di Marcello Ravveduto
Marcello Ravveduto
Marcello Ravveduto

Secondo la ricostruzione linguistica proposta da Andrea Manzi su iconfronti.it il termine cafone indicherebbe un capo, un condottiero le cui schiere non sono eserciti di inusitata violenza ma pasciuti armenti. Il cafone sarebbe, dunque, il padrone di una stalla dove le bestie sono legate da una fune che impedisce loro di fuggire, soggiacendo allo stato di cattività. Questa interpretazione della grettezza che discende dall’alto diffondendosi sulle greggi potrebbe essere la spiegazione di cotanto declino nazionale che assomiglia, nei modi, nel clima, nelle pose, negli atteggiamenti, nel linguaggio, nelle polemiche e persino nelle ansie al disfacimento del basso impero, quando i romani furono annientati dall’incedere dei barbari. Perseguendo una simile suggestione potremmo arrivare a pensare che uno degli aspetti caratterizzanti la seconda Repubblica è la presa del potere da parte dei cafoni. Un anziano signore che mette la cromatina in testa per nascondere la calvizie, che organizza festini con signorine “dabbene”, che si lancia in battute grevi con i potenti del mondo, che se ne fotte del popolo governato avendo cura solo degli interessi personali voi come lo chiamate? Per me è la summa della cafonaggine insediatasi nel cuore dello Stato.

È del tutto naturale che un simile individuo si circondi e promuova altri cafoni matricolati, padani e non. Questo modo di fare ha alimentato, a destra come a sinistra, la cultura politica dell’ultimo ventennio, radicandosi come una pestilenza i cui untori sono gli stessi esponenti della classe dirigente. Un diluvio: ministri cafoni, governatori cafoni, presidenti di provincia cafoni, sindaci cafoni, consiglieri comunali, provinciali e regionali cafoni, imprenditori cafoni, direttori cafoni, consigli d’amministrazione cafoni. Questi signori, senza alcun dubbio, godono di massimo consenso in quanto degni rappresentanti dell’imbarbarimento popolare; o meglio della plebeizzazione del ceto medio italiano. Salerno ha partecipato da protagonista alla trasformazione meritandosi un condottiero di assoluto rispetto. Ai cafoni piacciono le cose pacchiane e ne vanno fieri perché infastidiscono gli “pseudo-intellettuali” che ancora filosofeggiano di estetica e bellezza. Cari signori è inutile che vi opponiate alla scomparsa del paesaggio e alla sagra della luci paesane; vi dovete rendere conto, sarebbe ormai il caso, che i nani e le ballerine di craxiana memoria sono seduti sugli scranni dei padri della patria. Datevi una mossa: abbandonate quei maledetti libri pieni di inutili idee e correte fuori per strada, tra la gente, per immergervi nella fauna estasiata dalla visione delle tre baldracche a cosce aperte che illuminano, come divinità locali, l’antico mercato del pesce; solo allora la vostra smania di conoscere troverà pace perché sarete nel bel mezzo dell’occhio del ciclone, anche voi cafoni tra i cafoni.

(dal blog “Il mio sguardo libero” de “la Città di Salerno”)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *