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L’esca della violenza

L’esca della violenza
di Roberto Lombardi

Quello che è accaduto a Bengasi, l’assassinio dell’ambasciatore USA, che ovviamente ha un nome, Chris Stevens, poiché è una persona, come i marines e gli altri due funzionari morti nell’attentato, è un atto che fa tremare l’orizzonte a oriente come a occidente. Che la messa in rete di immagini ritenute blasfeme da una parte e stupide da un’altra, e che non starò qui a giudicare perché non le ho viste, e non ho nessuna voglia di vederle, possa mettere in crisi il già precario equilibrio internazionale, che possa mettere sotto accusa sia la leggerezza occidentale, spesso contrabbandata per spensieratezza o libertà, sia l’estremismo islamico, contrabbandato per ortodossia religiosa, è un fatto che va oltre la capacità di comprendere. Se a questo aggiungiamo che sono partite a raffica le analisi e le teorie complottiste e controcomplottiste che vedono dietro questi scenari: servizi segreti, controspionaggio, lobby e multinazionali, diventa quasi grottesco, se non persino ridicolo, non ci fossero vite umane di mezzo, dover spiegare al mondo che il mondo può saltare per aria perché dai più osceni orifizi di qualche invasato di turno, può fuoriuscire un gas saturo di un’esplosiva miscela di stupidità e volgarità. Non credo nelle tesi complottiste, ma da semplice cittadino ho una mia immagine della situazione in cui il pianeta si trova. Prendiamo un grosso calderone, dentro c’è di tutto, c’è rabbia, c’è miseria, c’è disparità, vi galleggia un piccolo ma denso e colorato pezzo di privilegio sociale, c’è un grano di buona volontà, ci sono lotte, interessi, c’è l’uomo affamato e assetato di sangue e potere descritto da Shakespeare nel suo Macbeth, c’è l’uomo al centro del mondo del Rinascimento, c’è quello che ha perso ogni direzione dopo l’avvento dell’olocausto, c’è l’attendismo e la razionalità del moderato, c’è l’esasperata ragione dell’estremista, c’è l’infingardaggine e la stolidità dell’arrivista, la boria del populista, la rigidità dell’integralista di ogni colore. In questo calderone nessun governo, nessuna lobby affaristica getterebbe mai una bomba, più o meno metaforica, per far saltare il tavolo di trattative indigeste, ma può darsi che qualcuno vi getti dentro, con calibrata misura, una manciata di stupidità, con gesto scomposto un pizzico di volgarità, con noncuranza vi getti dentro una provocazione a cui, domani, potrà dare mille camaleontici nomi, e si metta, poi, semplicemente in attesa che la bomba si formi da sola, e scoppi. L’esca è innescata; in molti abboccheremo, e forse, anzi certamente, la bomba che scoppierà non sarà una sola. Non credo che al punto in cui siamo giunti si possa raggiungere la pace senza la forza; ma sono fermamente convinto che non si può operare per la pace solo con la guerra, pur chiamandola “guerra di pacificazione”. Oltre a combattere per la pace, si deve operare per la pace. E credo che il presidente Obama ciò abbia compreso e promesso al mondo; e per questo credo che promettere agli americani di salvare il loro orticello (non poi così piccolo), come sta facendo lo sfidante alle presidenziali Usa, Romney, senza pensare alle sorti del grande giardino che è il pianeta, prima che diventi un deserto, sia sciocco oltre che sbagliato.

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