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L’esercito del TFA in marcia verso la scuola del precariato

L’esercito del TFA in marcia verso la scuola del precariato
di Dramantino

Alle otto del mattino del mese di luglio il sole è già rovente, ma le mani degli oltre duecento candidati in attesa all’ingresso dell’Università degli Studi di Salerno sono fredde e madide di sudore. Gli addetti alla vigilanza chiedono di aspettare l’arrivo delle commissioni per le procedure di riconoscimento e identificazione. Volti tesi, sguardi sfuggenti, sfrontati o diffidenti sono il preludio della prima prova d’accesso per l’ammissione al TFA (Tirocinio Formativo Attivo) per la classe di concorso A036 (Filosofia, Pedagogia e Scienze dell’Educazione). Duecento concorrenti per quindici posti; conquistarne uno significa superare le tre prove di Sisifo: un quiz preliminare e, in caso di successo, due ulteriori prove (scritta e orale), in programma dopo l’estate.
Alle otto e trenta i candidati iniziano a entrare, per essere poi distribuiti in diverse aule.
L’unico bagaglio consentito per sostenere la prova è, naturalmente, quello culturale: borse e zaini, ordinatamente disposti a vista, vengono lasciati a debita distanza dai banchi. La commissione illustra la procedura per l’espletamento del quiz; va poi in onda sui monitors delle aule un video ministeriale accompagnato da un suggestivo brano per violino e pianoforte con surreali accenti da psicodramma. Non si sa se ridere o piangere.
Alle nove e quarantacinque i plichi con i test sono aperti e distribuiti; alle dieci inizia la prova.
Il panorama umano è vario. Gli studenti operosi si mettono silenziosamente al lavoro. Gli indisciplinati di turno, con sguardi eloquenti, sperimentano improbabili comunicazioni extra-verbali con i compagni più prossimi. Alcune signore attempate, simili a delicati fuscelli sospinti dal caso sull’ultima spiaggia, scartocciano biscotti consolatori, quasi fossero pillole ricostituenti di sapienza e saggezza. Su tutti vigilano professori più o meno agguerriti: ad alcuni tocca la scomoda parte del cerbero castigatore, mentre altri, più furbi, preferiscono nicchiare.
Sembra quasi di vedere, in miniatura, il teatrino della società italiana, con i suoi rassegnati interpreti del dover essere e i compiacenti fautori del lasciar fare…
Ma sulla scena, come protagonista più importante, si impone una silenziosa e gravosa questione: sapranno questi candidati che il TFA gli permetterà solo di abilitarsi per partecipare a un futuro, eventuale concorso?
Sapranno che la maggior parte delle classi di abilitazione per cui concorrono sono stracolme di precari che aspettano da anni e anni di entrare di ruolo?
Sapranno, insomma, di stare pagando lo Stato per diventare a loro volta dei precari, con tanto di abilitazione?
I TFA, infatti, non replicano le modalità delle precedenti Scuole Interuniversitarie di Specializzazione all’Insegnamento (sostitutive dei concorsi a cattedra) e non consentono l’immissione in graduatoria. Questo vuol dire che solo pochi dei futuri abilitati TFA vinceranno un eventuale concorso, gareggiando, come ovvio, anche con gli abilitati inseriti nella vecchie graduatorie a esaurimento.
Più che offrire il sogno di un possibile futuro per gli aspiranti docenti, il TFA sembra quindi somigliare al “viaggio della speranza” di una barca troppo colma per potere arrivare a destinazione. Segno forse che a ispirare la nostra politica interna non è solo lo spirito di evoluzione delle sorelle valchirie, ma anche l’istinto di sopravvivenza dei fratelli africani.

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Ricercatore Università degli Studi di Salerno

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