Mar. Lug 16th, 2019

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L’esercito del TFA in marcia verso la scuola del precariato

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Alle otto del mattino del mese di luglio il sole è già rovente, ma le mani degli oltre duecento candidati in attesa all’ingresso dell’Università degli Studi di Salerno sono fredde e madide di sudore. Gli addetti alla vigilanza chiedono di aspettare l’arrivo delle commissioni per le procedure di riconoscimento e identificazione. Volti tesi, sguardi sfuggenti, sfrontati o diffidenti sono il preludio della prima prova d’accesso per l’ammissione al TFA (Tirocinio Formativo Attivo) per la classe di concorso A036 (Filosofia, Pedagogia e Scienze dell’Educazione).
di Dramantino

Alle otto del mattino del mese di luglio il sole è già rovente, ma le mani degli oltre duecento candidati in attesa all’ingresso dell’Università degli Studi di Salerno sono fredde e madide di sudore. Gli addetti alla vigilanza chiedono di aspettare l’arrivo delle commissioni per le procedure di riconoscimento e identificazione. Volti tesi, sguardi sfuggenti, sfrontati o diffidenti sono il preludio della prima prova d’accesso per l’ammissione al TFA (Tirocinio Formativo Attivo) per la classe di concorso A036 (Filosofia, Pedagogia e Scienze dell’Educazione). Duecento concorrenti per quindici posti; conquistarne uno significa superare le tre prove di Sisifo: un quiz preliminare e, in caso di successo, due ulteriori prove (scritta e orale), in programma dopo l’estate.
Alle otto e trenta i candidati iniziano a entrare, per essere poi distribuiti in diverse aule.
L’unico bagaglio consentito per sostenere la prova è, naturalmente, quello culturale: borse e zaini, ordinatamente disposti a vista, vengono lasciati a debita distanza dai banchi. La commissione illustra la procedura per l’espletamento del quiz; va poi in onda sui monitors delle aule un video ministeriale accompagnato da un suggestivo brano per violino e pianoforte con surreali accenti da psicodramma. Non si sa se ridere o piangere.
Alle nove e quarantacinque i plichi con i test sono aperti e distribuiti; alle dieci inizia la prova.
Il panorama umano è vario. Gli studenti operosi si mettono silenziosamente al lavoro. Gli indisciplinati di turno, con sguardi eloquenti, sperimentano improbabili comunicazioni extra-verbali con i compagni più prossimi. Alcune signore attempate, simili a delicati fuscelli sospinti dal caso sull’ultima spiaggia, scartocciano biscotti consolatori, quasi fossero pillole ricostituenti di sapienza e saggezza. Su tutti vigilano professori più o meno agguerriti: ad alcuni tocca la scomoda parte del cerbero castigatore, mentre altri, più furbi, preferiscono nicchiare.
Sembra quasi di vedere, in miniatura, il teatrino della società italiana, con i suoi rassegnati interpreti del dover essere e i compiacenti fautori del lasciar fare…
Ma sulla scena, come protagonista più importante, si impone una silenziosa e gravosa questione: sapranno questi candidati che il TFA gli permetterà solo di abilitarsi per partecipare a un futuro, eventuale concorso?
Sapranno che la maggior parte delle classi di abilitazione per cui concorrono sono stracolme di precari che aspettano da anni e anni di entrare di ruolo?
Sapranno, insomma, di stare pagando lo Stato per diventare a loro volta dei precari, con tanto di abilitazione?
I TFA, infatti, non replicano le modalità delle precedenti Scuole Interuniversitarie di Specializzazione all’Insegnamento (sostitutive dei concorsi a cattedra) e non consentono l’immissione in graduatoria. Questo vuol dire che solo pochi dei futuri abilitati TFA vinceranno un eventuale concorso, gareggiando, come ovvio, anche con gli abilitati inseriti nella vecchie graduatorie a esaurimento.
Più che offrire il sogno di un possibile futuro per gli aspiranti docenti, il TFA sembra quindi somigliare al “viaggio della speranza” di una barca troppo colma per potere arrivare a destinazione. Segno forse che a ispirare la nostra politica interna non è solo lo spirito di evoluzione delle sorelle valchirie, ma anche l’istinto di sopravvivenza dei fratelli africani.

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