L’etica pubblica e gli stipendi dei manager di Stato

L’etica pubblica e gli stipendi dei manager di Stato
di Ernesto Scelza
Ernesto Scelza
Ernesto Scelza

Un’ondata di indignazione ha accolto la dichiarazione dell’Ad di Fs Mauro Moretti sui tagli agli stipendi dei manager pubblici, ipotizzati dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi. “Se si fissa un tetto ai compensi, avremo una fuga dei manager all’estero” ha detto. Un brivido ci è corso per la schiena: come faremo senza di lui? Cosa faranno le decine di migliaia di pendolari che ogni giorno misurano in ore di attese e disagi l’efficacia del piano di ristrutturazione delle ferrovie, che ha tagliato intere tratte del trasporto su ferro? Cosa faranno i siciliani e quanti attendono il raddoppiamento dei binari? Lui guadagna solo poco meno di 900mila euro l’anno. È un povero manager pubblico: nel 2012, Paolo Scaroni (Eni) ha ricevuto 6 milioni e 350mila di compensi, Giuseppe Recchi (Presidente Eni) oltre 1 milione, Fulvio Conti (Enel) oltre 4 milioni, Massimo Salvi (Poste italiane) 2 milioni e 200mila, Giovanni Gorno Tempini (Cassa Depositi e Prestiti) più di 1 milione, Mauro Masi (Consap) 473mila, Massimo Garbini (Enav) 500mila, Maurizio Prato (Zecca di Stato) 600mila. Niente in confronto con i manager privati. Sergio Marchionne Ad Fiat Spa e Fiat Industrial ha intascato quasi 48 milioni nel 2012, tra compensi e quote di partecipazione. Giusto che chieda la riduzione dei salari operai e minacci di spostare gli stabilimenti all’estero. Il suo compenso è solo di 650 volte quello di un operaio Fiat. E Adriano Olivetti che affermava: “Nessun dirigente, neanche il più alto in grado, deve guadagnare più di dieci volte l’ammontare del salario minimo”. Ma era un pazzo visionario. E, durante il fascismo, con Sandro Pertini, Carlo Rosselli e Ferruccio Parri aveva pure fatto fuggire Filippo Turati.

Silvia Siniscalchi

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