Ven. Ago 23rd, 2019

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Lettera a Marco Pantani

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"Tu, Marco, resti il nobile paladino" / di Giuseppe Foscari

Marco Pantani

di  Giuseppe Foscari *

Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

Caro Marco,
sei stato il mio mito, sai? Io che avevo sognato di vivere il ciclismo epico di Coppi e Bartali, che avevo visto Gimondi piegarsi al cannibale Eddy Mercks, ma sapersi ritagliare fette di una gloria immensa grazie alla sua genuina grinta bergamasca, e aver ammirato Moser, Saronni, Bertoglio, Bugno, Argentin, Basso, fino a quel simpatico mattacchione sprinter di Mario Cipollini, io che ora mi sto riappassionando a Nibali e Aru, nella speranza di gioire per le loro vittorie, ho tenuto te nel cuore e nella testa.

Quando decidevi di scattare era per fare male, ma male davvero. Quella rabbia agonistica mista a una superiorità atletica e tecnica spaventosa. Il ciclismo, come il calcio, gode dei favori del pubblico perché non bisogna essere necessariamente palestrati, aitanti, alti e possenti. Magari sei mingherlino, con striature muscolari in apparenza normali, brevilineo, uno scricciolo d’uomo, un puntino esile nella neve, sotto il sole, tra ali di folla esuberanti.

Marco Pantani
Marco Pantani

Marco tu eri l’Atleta, perché avevi tutto dentro, la grinta, il cuore, la resistenza alla fatica, l’estro, la caparbietà, la bontà d’animo. E quando decidevi di scattare, facevi male, male davvero. Ti divertivi a sondare la resistenza del malcapitato di turno, provavi una, due, tre volte a partire in salita, la Tua salita, quella che ti ha reso grande ovunque. Volevi capire chi e quanto potesse resisterti. Ti facevi riprendere per dare un margine di speranza, una piccola illusione, una vana illusione. E li fiaccavi ad uno ad uno. Li rendevi fuscelli arrendevoli, ne succhiavi le membra come un vampiro mai sazio, ne rivoltavi l’anima come un diavolo, li spolpavi come piranha, e poi zac! li lasciavi a tribolare da soli sui tornanti più duri, affinché ti guardassero andare via, sublime e immortale. E quel puntino che si allontanava sempre di più e che sanciva la resa.

Non c’era nulla di peggio per chi stava dietro, vederti scattare come se fosse la più naturale delle cose e guadagnare metri su metri, andare a un ritmo impossibile da sostenere. Se solo qualcuno avesse provato a resisterti sarebbe diventato cianotico, o sarebbe rimasto senza fiato, accigliato e impotente, impotente e corrucciato a mulinare stancamente sui pedali.

Allora, caro Marco, consumavi e vincevi la tua sfida con la gloria e l’immortalità dell’atleta invincibile.

Sì. Invincibile. Perché tu eri così ai miei occhi e non solo per me, ma per i milioni di appassionati che ti hanno amato e ancora, come me, ti amano.

Ora lo ha certificato persino l’orrenda camorra. Non eri dopato. Ti avevano voluto distruggere loro perché avevano scommesso sulla tua sconfitta, scambiando al momento giusto le provette delle analisi.

Sei stato solo una vittima. E io volevo ricordarlo a chi ha osato metterlo in dubbio. Te lo dovevo, come mio atto d’amore, così come dovevo dire che la camorra mi fa schifo, con tutto il cuore.

Tu, Marco, resti il nobile paladino. Che si sappia in giro che non eri dopato e che la camorra fa veramente schifo.

* docente di Storia dell’Europa presso l’Università degli studi di Salerno

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