L’Europa di Francesco

L’Europa di Francesco
di Luigi Rossi

1200x630_289880_il-discorso-politico-di-papa-francescOggi incombenti minacce generano angosce ed insicurezze, perciò occorre rimettersi in viaggio per trovare risposte al quesito da dove si viene e dove si è diretti. In una dimensione planetaria, che rende più difficile l’orientamento, la condizione umana risulta più complessa; non sempre illuminata dalla luce del pensiero, l’ombra della notte continua ad avvolgerla. Ieri erano Auschwitz, Hiroschima, Twin Towers, oggi l’ISIS. In questo apparente deserto è necessario cogliere l’evento vivificatore, che libera dall’aridità facendo dell’inquietudine, dei tanti enigmi generatori di ansia vie verso la metafisica, possibile redenzione per l’uomo finito e contingente. È la solitudine dell’Europa dove dilaga lo scetticismo. Doppiata la boa del terzo millennio cristiano, siamo ad un incrocio che obbliga all’immediato risveglio dall’assopimento dell’abitudine a regole decise e controllate dal “grande fratello”, il quale pretende che il genere umano metta all’asta intelligenza, coscienza e speranze in cambio di pochi spiccioli da impiegare nell’acquisto di cose. Alcuni si limitano, come Sisifo, a impotenti proteste, gridando il proprio dissenso e radicando la percezione in tanti, forse in troppi, che l’uomo sia sempre più una “passione inutile”.

Alla ricerca di epos e di ethos nel mondo globalizzato si può scegliere tra la parabola dell’Iliade o quella dell’Odissea. La prima esalta la grandiosità della guerra voluta dal fato nel coinvolgere le forze della natura. Achille, il protagonista, trascina gli altri, mentre la coralità dei popoli fa solo da cornice, anche quando sono le nazioni ad essere segnate da sofferenze o da gioie; egli rimane l’eroe delle pulsioni, sovente capricciose nella loro elementarità, celebrato per la forza che diventa tragicamente anche hybris perché priva di sapienza interiore e non affinata dalla sofferenza umana, come quella che, invece, accompagna Ulisse.

Nell’eroe protetto da Minerva si riflette l’Europa con la sua odissea millenaria, con la tragedia di due guerre mondiali che hanno fatto acquisire la tensione civile ed umana della conoscenza ed una dose di saggezza per tentare nel futuro di evitare il ripetersi di tali sventure. Questa percezione contribuisce a generare riverenza ed una predisposizione simpatetica per i deboli; quindi è una visione che predilige la vita disposta a far tesoro, dopo tante avventure tra genti diverse, dell’esperienza diretta della sventura, valutando la sofferenza propria e quella altrui come occasione di autocoscienza. Arricchendo la propria identità grazie alla dialettica del rapporto con gli altri, l’Europa dimostra di prediligere una visione più domestica, quindi più umana, rispetto alla solarità di chi cerca ad ogni costo l’atto eroico. La sua, quindi, è una cultura che si sostanzia di tolleranza, rispetto della libertà, pronta a temperare gli individualismi con interventi sociali per garantire un minimo di eguaglianza nelle opportunità e per difendere i più deboli.

Il concetto di giustizia opposto ad ogni anelito di vendetta costituisce uno scrigno di esperienze ed un codice di valori che rendono l’Europa un’insostituibile fonte di ricchezza per l’umanità. Le nazioni che la compongono possono consolidare l’anelito all’unità politica pur salvaguardando la diversità, esempio d’integrazione senza pretese egemoniche o forzati rifiuti di specifiche componenti della propria civiltà. La capacità di ricambio e di aggiornamento della società con riferimento a valori tendenzialmente universali rassicura sull’impegno del vecchio continente a rispettare i diritti della persona, anche perché non ha da temere dal confronto tra culture, in quanto una storia millenaria amalgama l’identità della sua koinè. È un’esperienza che si sostanzia innanzitutto nella scoperta e nella valorizzazione della persona e dei suoi diritti, collegati al forte senso del dovere verso la comunità perché, se non vuole soccombere, l’individuo deve restare fermamente unito al koinòn. A questi ambiti di civiltà è possibile assicurare una convivenza pacifica soltanto se l’instabile eirene è rafforzata dalla pax impegnata ad appianare differenze segnate da gravi ingiustizie, invito perché all’etica dell’individuo si sostituisca quella della persona e si proceda alla ridistribuzione delle opportunità, non seguendo criteri partitori da minimo comune multiplo, che consentono la mera sopravvivenza, funzionale al mantenimento di una logica favorevole ad egemonie imperiali, bensì quelli del massimo comune divisore dei beni, generatore di una globalizzazione virtuosa in grado di animare la vera speranza di uno stabile ordine mondiale.

È quanto si legge nel messaggio rivolto questa settimana da papa Francesco agli Europei. La sua è stata una necessaria scossa perché l’Unione ritrovi fiducia in progetti anche politici di lungo respiro, prima che l’individualismo mini definitivamente la solidarietà rendendo tutti più poveri e gli effetti già si vedono. Infatti dall’Europa della speranza si è passati al continente della paura.

Il Pontefice, esperto di periferie, ha parlato al cuore ricordando che la democrazia è tale solo se difende i valori. Perciò, frequentiamo ed affolliamo il nuovo agorà delle idee da lui auspicato, non affidiamoci al nominalismo burocratico che rende rugoso il volto di un’Europa che, malgrado gli anni, invece di stanchezza, deve far trasparire saggezza, fondata sulla bellezza che ha saputo produrre.

redazioneIconfronti

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