Libera la domenica: riappropriarci delle nostre relazioni

Libera la domenica: riappropriarci delle nostre relazioni
di Antonio Memoli

“Alla domenica s’addice l’esclamazione del Salmista: «Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso» (Sal 118, 24)”.

Non possiamo rimanere indifferenti di fronte alla tendenza odierna di ridurre la domenica ad un tempo dedicato alla spesa, svuotandola di tutta la sua ricchezza. Che cosa sarebbe la nostra settimana senza la domenica? Si rischierebbe di vivere il susseguirsi dei fatti quotidiani senza una indispensabile dimensione che dia valore, gusto e senso alla vita. Domenica 25 parte la campagna Libera la Domenica della Confesercenti con il sostegno della Conferenza Episcopale Italiana  per la raccolta di firme, anche davanti ai sagrati delle chiese, per una legge di iniziativa popolare che imponga la chiusura domenicale agli esercizi commerciali. L’opportunità di tenere i negozi aperti anche di domenica è figlia di una politica che fa leva sull’aumento dei consumi per rilanciare l’economia della nazione attaccata dalla crisi. A questo scopo il governo ha disposto con la legge 201/2012, detta “decreto salva Italia”, dallo scorso 1° gennaio, la liberalizzazione degli orari di apertura e chiusura dei negozi – appartenenti al settore alimentare e non alimentare – di ogni dimensione, piccoli esercizi “di vicinato”, esercizi della media e grande distribuzione, bar e ristoranti. Ma c’è questo rilancio dell’economia? Le statistiche ci dicono che l’apertura dei negozi non ha incrementato i consumi lasciandone inalterato il trend discendente. E se pensassimo in maniera differente? Se ragionassimo sui bisogni di relazioni vere e sui consumi turistico/culturali forse si scoprirebbe che per far crescere il vero PIL occorre che i negozi stiano chiusi la domenica. Avremmo più persone, più famiglie che si relazionano concretamente, direi fisicamente, tra loro e non di striscio come succede in quei “non luoghi che sono i centri commerciali, tra una vetrina e l’altra immersi nel frastuono degli annunci e della musica non consapevolmente ascoltata. Forse scopriremmo che quelle stesse persone, quelle stesse famiglie, andrebbero a fare una passeggiata nelle osai naturalistiche, una gita nei tanti paesini tra botteghe artigianali e pezzi vivi delle nostre radici, una visita ai tanti nostri musei, una presenza ai diversi spettacoli, anche di strada, che puntellano la vita culturale italiana. Quelle stesse persone farebbero realmente famiglia stando a casa a giocare o a narrare favole ai propri figli, dedicherebbero un po’ del loro tempo alla propria spiritualità vissuta tra le mura domestiche o comunitariamente in un luogo di culto. Forse scopriremmo che tutto ciò muoverebbe l’economia e la muoverebbe non sugli oggetti da consumare fatti altrove ma su un’economia di prossimità dove il denaro resta lì dove il bene è prodotto. Forse scopriremmo che tutto ciò ci migliora e ci dice che chiudere i negozi la domenica significa recuperare alla vita le nostre relazioni.

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 Antonio Memoli, changes.nsv@gmail.com

redazioneIconfronti

3 pensieri su “Libera la domenica: riappropriarci delle nostre relazioni

  1. Salve, sono d’accordo sulla questione che salerno manca di incontri, readings e animazione ma non credo sia una proposta utile tenere i negozi aperti. Sarebbe pìù opportuno tenere aperti altri luoghi, se mai culturali, con mostre ed eventi che spaziano su vari temi…l’unico luogo ormai è quella povera e isolata Santa Sofia, altro non abbiamo!

  2. questo mi sembra solo uno sfogo e l’espressione di una vaga aspirazione a qualcosa di diverso che un’analisi sensata. “dedicherebbero un po’ del loro tempo alla propria spiritualità vissuta tra le mura domestiche o comunitariamente in un luogo di culto. Forse scopriremmo che tutto ciò muoverebbe l’economia e la muoverebbe non sugli oggetti da consumare fatti altrove ma su un’economia di prossimità dove il denaro resta lì dove il bene è prodotto.” la spiritualità muove l’economia? ohibò!!!!! la spiritualità muoverebbe l’economia di prossimità? fino a prova contraria il cristianesimo ha prodotto una visione internazionale, si veda ilcosiddetto “altro mercato” quello equo e solidale. nei negozi non ci sono prodotti locali, perchè i prodotti locali sono quasi inesistenti, le aziende sono a conduzione familiare, altrimenti non ci sarebbe fame di lavoro! non è possibile ragionare in senso nostalgicamente local! la spiritualità, poi, è una cosa seria, non la mischiamo. piuttosto: i negozi potrebbero chiudere, come nel nord Italia, alle 18 e aprie poi nel fine settimana fino a tarda ora. i negozi potrebbero animare la serata salernitana che langue con incontri, readings, animazione. la domenica è utile per chi lavora durante la settimana!

    1. Se per analisi sensata si considera un’analisi che richiami i paradigmi classici dell’economia consumistica allora è evidente che non è un’analisi sensata.
      La spiritualità non è una cosa seria, esterna ed avulsa, è l’essenza dell’uomo! La spiritualità ha creato l’economia. Basta leggere la Regola di San Benedetto o come i francescani si sono attivati nel concreto per applicare quella di San Francesco (vedasi i Monti di pietà), per vedere come persone mosse da una spiritualità profonda hanno concretizzato in opere questa loro spiritualità, per toccare con mano quanto la prossimità, le comunità ed una spiritualità forte hanno dato alla creazione di un’economia moderna – vedasi gli studi di Luigino Bruni. Per non citare il famosissimo studio di Max Weber sull’etica protestante e lo spirito del capitalismo che non fa altro che dimostrare come la “spiritualità” capitalistica del nord Europa non sia altro che una concretizzazione dei dettami calvinisti sull’opera umana quale strumento di salvezza per la propria anima.
      Il cosiddetto altro mercato parte da un’economia di prossimità : è vero. Diventa internazionale ciò che parte dal locale. Il ragionare local non è nostalgico ma una risposta, tra le tante, alla crisi. Lo conferma l’unico trend occupazionale in crescita quello del settore primario. L’agricoltura, local per eccellenza, ha avuto in questo anno un aumento di addetti ed una crescita di imprese , micro, ma comunque un aumento di opportunità lavorative
      Aprire i negozi la domenica perché langue l’attività culturale a Salerno significa considerare la cultura alla stregua di qualsiasi altro prodotto di consumo. Tra un pantalone l’altro ascolto gli ultimi versi di Aldo Busi o le armonie della Ciaccona di Bach: non è così e lo abbiamo sotto gli occhi. La stagnazione culturale è dovuta proprio al considerare questo paradigma. La cultura è interrelazioni, contaminazioni, non passeggiate tra vetrine ed ascolti distratti. Certo vi è anche una cultura che si ciba di consumo, ma non credo che il nostro stilo si riferisse a questla anche perché quello è giustamente indicato come consumo culturale, il problema è che bisogna riprendere a fare cultura e non a consumare cultura.
      La domenica non è utile. Bisogna guardare con occhi diversi senza la lente dell’utilitarismo a tutti i costi, riscoprire la gratuità delle relazioni tra noi , riscoprire la spiritualità come fondativa della propria gratuità e del proprio essere economico e sociale. D’altronde non è l’economia la regina delle scienze sociali?
      L’articolo, inoltre, vuole sottolineare come una diversa concezione dell’economia e la chiusura domenicale degli esercizi commerciali portano vantaggi economici che , dati alla mano, l’attuale regime di apertura non ha portato.
      Con cordialità
      Antonio Memoli

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