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Liberi, senza più odio nel cuore

Liberi, senza più odio nel cuore
di Michele Santangelo

BRASILE_-_VATICANO_-_giovani_gmgOggi sembra quasi superfluo affermare o riaffermare che la libertà è, tra le prerogative dell’uomo, quella a cui, da che  mondo è  mondo,  egli tiene più che a qualunque altra cosa, perfino più della sua stessa vita, tanto che molti, siano essi singoli o nazioni intere, non hanno temuto di sacrificare questa per difendere o conquistare quella. “Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”. Sono le parole che Virgilio rivolge a Catone l’Uticense presentandogli Dante nel primo canto del Purgatorio, dove il suicidio, esplicitamente condannato dal sommo poeta nel canto XIII dell’Inferno, dove si parla di Pier delle Vigne, viene qui giustificato, in quanto Catone lo avrebbe compiuto come gesto eroico per non cadere vittima della dittatura di Cesare, gesto che guadagna al filosofo latino la dignità di guardiano del purgatorio, il luogo dell’oltretomba dantesco, dove le anime si liberano dalle scorie della schiavitù del peccato diventando così degne della beatitudine del paradiso. Di libertà tutti ne hanno scritto e parlato: filosofi, scienziati, poeti, scrittori in genere e  soprattutto è sulla bocca di tutti, nel linguaggio quotidiano, tra le persone acculturate e non; tra i politici è forse addirittura abusata più che usata; la si tira in ballo nei rapporti tra persone, in quelli professionali, familiari, nel mondo del lavoro ecc. Di libertà parla anche il Catechismo della Chiesa Cattolica, libro non troppo diffuso, forse neppure tra gli stessi cattolici, eppure esso è la sintesi di tutta la dottrina e degli insegnamenti della Chiesa. In esso, con un approccio, potremmo dire anche meno teorico delle altre pur validissime discettazioni antiche e moderne sull’argomento, nel capitolo primo, dove si parla della dignità della persona umana, si dice che “Dio ha creato l’uomo ragionevole conferendogli la dignità di una persona dotata dell’iniziativa e della padronanza dei suoi atti”. L’affermazione poggia, significativamente, su un’espressione del libro del Siracide, uno dei libri sapienziali della Bibbia: «Dio volle, infatti, lasciare l’uomo “in balia del suo proprio volere”, “Se vuoi, osserverai i comandamenti; l’essere fedele dipenderà dal tuo buonvolere”, e su un’altra di un Padre della Chiesa del II sec. d.C, Sant’ Ireneo da Lione:  “L’uomo è dotato di ragione, e in questo è simile a Dio, creato libero nel suo arbitrio e potere“. Il che non significa che davanti agli occhi di Dio è indifferente compiere il bene o il male, perché essere libero si coniuga in modo stretto e conseguenziale con l’essere responsabile: “Egli ti ha posto davanti il fuoco e l’acqua; là dove vuoi, stenderai la tua mano.  Davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà”. Questo ci fa comprendere il rapporto tra libertà e legge. Sicuramente questa non può essere vista come diminuzione o qualcosa che limiti la portata della prima. Anzi, se si tiene conto che legge e libertà sono ambedue doni di Dio, si comprende subito che tra le due non vi può essere contraddizione. Piuttosto è la legge divina, la Torah per gli Ebrei, che genera e sostiene la vera libertà dell’uomo, la cui vera schiavitù è costituita dalla soggezione al male, al peccato.  Ma la legge degli Ebrei era ancora troppo legata all’esteriorità, al ritualismo, all’azione concreta e visibile; non era capace di attingere il cuore stesso dell’uomo. Ecco perché Gesù, senza rinnegare la Legge e i Profeti, afferma che Egli è venuto a dare ad essi compimento, nel senso che andando al di là dei comportamenti esteriori, spinge lo sguardo fin nell’intimo del  “cuore” dell’uomo, nella sua coscienza dove l’azione è concepita e riceve il suo decisivo consenso, come dire che il male deve essere impedito già nel nascere. È il senso delle antitesi contenute nel brano di Vangelo di Matteo. Non uccidere, avevano detto gli antichi, ma Gesù, d’autorità: (“Io vi dico”) afferma che già il semplice disprezzo o l’andare in collera contro il fratello è un po’ ucciderlo.  E cosi le altre antitesi formulate da Gesù. Tutte mostrano che non bastano i comportamenti esteriori, sia pure inoppugnabili, ma è il cuore dell’uomo che deve essere sgomberato da ogni sentimento di odio, dai pensieri e desideri cattivi, dalle trame nascoste della falsità. Il cristianesimo non è la religione delle forme ma il culto della verità.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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