Liberiamo Salerno dal sindaco-Edison

Liberiamo Salerno dal sindaco-Edison
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

Diamo per vero tutto ciò che l’agiografia giornalistica salernitana (meno laica dell’agiografia critica fondata dai gesuiti per gli Acta Sanctorum) attribuisce al “santo subito” De Luca per le luci d’artista, che cioè vi siano state, nell’inaugurazione dell’altra sera, cascate di applausi, orgogli rigeneranti trasfusi nel linguaggio sospeso degli addobbi, consenso unanime della città intorno ai led colorati delle fiabe; diamo per false, poi, le critiche che la predetta agiografia aggiusta, tace o riduce, per cui sarebbero dicerie di untori le critiche sui costi imbarazzanti della annuale cosmesi urbana e sulla inopportunità di riproporre l’estetica del nulla in risposta ad una forte domanda di etica e di buona politica che sale dalla gente come uno tsunami. Allarghiamo il primo affresco e restringiamo il secondo in ossequio al politically correct: ebbene, nemmeno con tale artificio riusciremmo ad affermare che Salerno vince e s’impone sotto la galassia luccicante che, a suon di milioni, il sindaco appronta (dai morti a carnevale) per risarcire la sua sete di egemonia barbaresca.

Pur dando per vero l’intero complesso agiografico riferito a De Luca-Edison, il trionfale abito della Salerno fatale nella regione dei diavoli non è né potrà diventare un valore, perché il bello nel recinto è una goffaggine ottocentesca, che non produce alcun effetto concreto e al contrario afferma una cultura antiurbanistica grossolana.

La domanda di coesione territoriale, che si impone invece come una necessità mondiale, resta inevasa a Salerno. Qui l’incultura politico-amministrativa è incapace di agire come software di piattaforme sociali vaste: mai un indizio in tal senso, non un solo messaggio culturale ampio o globale in vent’anni. Altrove hanno riqualificato le città riscoprendo vocazioni, creando funzioni e traiettorie durature, collegandosi alla filosofia, alla letteratura, al pensiero in genere. Invece a Salerno siamo in una cinta daziaria, per tre mesi all’anno con il naso all’insù. Nell’era delle smart city, operano e ci condizionano ancora le politiche quotidiane del disordine e dell’illusione, che scaricano le contraddizioni della crisi su quelle periferie che Nitti efficacemente chiamò, a proposito di Napoli, “corone di spine”. Il centro decoroso in bella vista e, poi, il più lontano possibile, la pattumiera: siamo tornati agli anni in cui l’Italia viveva la vigilia della grande guerra.

Eppure non è difficile capire che l’esasperazione del decoro urbano aveva un senso quando la creatività si manifestava nella titolarità (pubblica o privata) degli oggetti culturali. Oggi lo statuto della cultura è profondamente mutato e così come nessuno può più dire di possedere un libro o una libreria per accreditarsi (che senso avrebbe) anche un sindaco non ha alcuna titolarità prospettica della città reale. Sono i contenuti, non i contenitori o gli oggetti, che si impongono sul mercato delle idee. E i contenuti sono flussi (non statiche luci) al servizio di comunità ampie, efficaci solo se articolati e riarticolati su formati alternativi. Frédéric Martel, un sociologo francese, ha recentemente evidenziato persino per il web i rischi del localismo: nonostante l’assenza di frontiere fisiche, anche Internet stenta a delineare nuove barriere simboliche, linguistiche e comunitarie a causa della balcanizzazione che frantuma, seziona, illanguidisce, racchiude. Siamo cioè prigionieri di pseudoculture antagoniste al progresso che tendono a gestire il mondo, banalizzarlo, dominarlo, sfruttarlo intensivamente dal di dentro, soprattutto economicamente. Per esempio, ricordate la ventennale politica anti-napoletana del sindaco? Volgarità, sterminio della convivenza civile, allusività grottesche. Non erano politiche, quelle, ma illusionismo circense, se è vero che i “temuti” napoletani-simbolo di allora vengono oggi ad accendere le luci per gettare un ponte verso la metropoli partenopea, solo in vista dell’obiettivo regionale di Vincenzo De Luca che la logica, prim’ancora della politica, esclude tassativamente.

Salerno non si salverà con gli effetti speciali ma con la capacità di veicolare informazioni e conoscenze sul mercato della rivoluzione smart, che è essenzialmente capacità di racconto dei gusti e delle appartenenze, creatività socio-economica oltre che linguistica in grado di aggiornare la storia nell’interesse dei nostri giovani, sintonizzandosi sui battiti del mondo. Purtroppo, fino a quando non avverrà la liberazione della città da questa razza padrona, le attese si agiteranno in un labirinto nel quale anche il gusto e la critica continueranno ad essere ostaggio di una lobby intenta a rendere “uniforme” il pensiero, dimentica che, se proprio il potere dovrà essere ancora l’unico valore di riferimento, la cultura resterà comunque “di proprietà” della collettività che la esprime.

redazioneIconfronti

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