L’impegno radicale di scegliere il bene

L’impegno radicale di scegliere il bene
di Michele Santangelo

jesus“Bonum est diffusivum sui”, una massima della filosofia tomista, che significa, pressappoco, che il bene si diffonde per se stesso. Ciò vuol dire, al di fuori di ogni contesto religioso, che il bene, o il fare il bene, non è un’esclusiva di questa o quell’altra religione, né di uno piuttosto che di un altro gruppo sociale o ideologico. È più o meno questa la direzione verso cui può essere indirizzato uno degli insegnamenti – ve sono altri infatti – che sono contenuti nella parola di Dio di questa XXVI domenica del tempo ordinario. Come dire che per pensarlo e farlo il bene non è necessario porre alla base un atto di fede, neppure di quella cristiana. E da ciò può essere desunto un altro principio che chi non è cristiano non può esimersi dall’obbligo di pensare e fare il bene. A maggior ragione il cristiano, quindi. “I doni della grazia, infatti si aggiungono alla natura in modo da non toglierla di mezzo, ma da perfezionarla”. Ma torniamo alla sacra scrittura della liturgia di questa domenica. Racconta l’evangelista Marco che Giovanni, il portavoce del gruppo dei discepoli, riferisce a Gesù di aver incontrato uno che scacciava i demoni in suo nome ma senza appartenere ai suoi seguaci. L’ apostolo infatti riteneva, in modo integralista, che la verità, fare il bene come gli altri valori o la salvezza in genere, fosse una loro esclusiva. La reazione del Maestro è pronta e nello stesso tempo molto ferma per sgombrare subito il campo dalla ristrettezza di vedute anche dei suoi discepoli che si appellavano a Lui e al suo insegnamento: chi fa il bene con cuore sincero può già dirsi appartenete alla comunità del Cristo. Anche se il legame non è visibile, tra Gesù e tutti coloro che operano per sostenere, per aiutare, confortare, far rivivere la speranza c’è già un’unione effettiva. È, in fondo, il ragionamento di Mosè nell’episodio della prima lettura della liturgia, di fronte alla gelosia di Giosuè perché due semplici ebrei avevano ricevuto il dono dello spirito profetico: “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!“ è la reazione del patriarca. È una tentazione ricorrente anche oggi quella di monopolizzare il bene in un gruppo escludendo gli altri, anziché cercando di coinvolgere. Capita a volte anche nella chiesa, se il cardinale Martini, dall’alto del suo punto di osservazione e con la sensibilità che lo caratterizzava incoraggiava a portare il Vangelo, la Buona Novella a tutti come dono gratuito di Dio, anziché preoccuparsi solo di accrescere i proprio gruppo “magari percorrendo mare e terra pur di fare un altro proselito”; se ciò si verificasse si ridurrebbe la Chiesa  ad una corporazione che alimenta se stessa. Ma c’è un altro messaggio forte nella sacra scrittura di oggi portato dall’uso ripetuto del verbo “scandalizzare” nel senso di far inciampare e cadere chi è indifeso, chi è ancora debole nella fede, usando strumenti cattivi come specchietti per le allodole. Le considerazioni di Gesù, come poche altre volte nel suo messaggio, sono di un rigore assoluto. Suggerisce ciò l’uso di certe immagini, come la macina da mulino legata al collo e l’annegamento in mare, l’essere precipitati nella Geenna, una specie di discarica della città di Gerusalemme dove venivano bruciati i rifiuti della città, per chi  è autore di scandali. L’immagine di cavare un occhio, di tagliare una mano o un piede pur di salvarsi, può apparire truce e non deve apparire come un invito al disprezzo del corpo, ma è il modo usato da Gesù per imprimere nella mente di tutti l’urgenza di una scelta chiara e totale per il bene, per la giustizia, per la verità, come via per la salvezza finale, ma anche per una convivenza pacifica nelle famiglie, nei gruppi, nelle nazioni; senza prevaricazioni, senza lasciarsi fuorviare dalle suggestioni dei sensi, dell’egoismo, rimanendo sordi alla richiesta di aiuto che da tante parti si leva sempre con maggiore insistenza.

redazioneIconfronti

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