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L’imperfetta meraviglia di De Carlo

L’imperfetta meraviglia di De Carlo
di Giuseppe Amoroso
Il critico Giuseppe Amoroso

Il critico Giuseppe Amoroso

Come negli ultimi romanzi (Mare delle verità, Durante, Leielui, Villa Metaphora, Cuore primitivo), anche in L’imperfetta meraviglia (Giunti, pp. 366) Andrea De Carlo si affida alla parola ferma, inchiodata sul centro delle cose, e, al tempo stesso, leggera sul timbro di un’ironia diffusa, maliziosamente sottile, quasi indifesa e polverizzata, ma, per contro, resistente, trascolorante sotto la curva delle parole allusive, a largo spettro semantico. Subito si avverte il passaggio fluido dalla volontà dell’autore di cogliere il senso di vite sospese nell’ansioso bisogno di trovare un immediato sistema comunicativo, per portare alla luce lo sfuggente rovello che agita quelle vite. Tutte le sequenze narrative sono disposte secondo strutture cinematografiche che le polarizzano intorno al alcuni fuochi di massima tensione, manovrando con mobilità la carta degli intrecci, alternando le parti dei protagonisti sì da ottenere una complessa resa speculare ed espressiva per i molti dialoghi. Arriva un vento di voci troncate da cadenze di occhieggiante impatto o spiegate da morbide sfumature in cui si riflettono echi di pensieri. Spesso tende a crescere una coralità potente, anarchica, volta a trasferire i fatti in atmosfere cariche di visioni alterate e formicolanti di balenii, di “sensazioni appena sfiorate”. Il tono della scrittura, in apparenza medio e affabile, supportato da esemplificativi tasselli, si rivela segnale enigmatico del coinvolgimento del passo cronachistico e senza frange in un discorso che nella sua limpidezza cela un sommesso brivido, il remoto sospetto di un imminente inganno. Così un microcosmo di oggetti, gesti e azioni e paesaggi arriva al punto di esondare, come se i margini di sicurezza non fossero più protettivi e una luce obliqua sviasse i percorsi più sicuri.
Siamo in una Provenza di già avanzato autunno. Un blackout immobilizza tutta la rete delle attività commerciali della circoscrizione, tra le quali l’apprezzata gelateria di Milena Migliari, geniale creatrice di un prodotto raffinatissimo, la cui “magia”risiede nella “variabilità a seconda delle stagioni” e nell’essere confezionato perché vi si possano incontrare “collegamenti tra sensazioni e immagini e ricordi”. Un insperato ordine d’acquisto di molte vaschette da parte di una sconosciuta voce al telefono offre a Milena, oppressa da una tendenza fatalistica verso gli avvenimenti e imbrigliata in “tentativi inutili di decifrazione”, la felice opportunità di smaltire le scorte di quel suo capolavoro che si regge su un equilibrio instabile. Da qui la donna, che convive con Viviane, alla quale è legata non solo dall’affetto ma anche dalla ricerca di un “bene comune”, entra in una girandola di fatti che la portano ad incontrare Nick Cruickshank, vocalist di una band, il quale, nell’imminenza delle nozze con Aileen (“assecondata per arrivare a un punto di esasperazione”?) sta preparando un concerto in una villa vicina. È un ”evento rivelatore” di quell’imprevisto che svirgola la grigia ragnatela del tempo.
Si entra così, con il vettore metaforico della deperibile perfezione del gelato, in un universo di mille sfumature e di altrettante verità pesanti, che giocano a rimpiattino con l’esistenza e le sue imprevedibili occasioni, i messaggi di serenità o di allarme, le passioni improvvise e i dubbi, e i volti degli altri che “hanno difetti così macroscopici da essere quasi rassicurati”. Abile nel trasformare certe situazioni da sfocate a plastiche attraverso un lento processo di approfondimento e illustrazione di ogni particolare, di ogni scheggia di pensiero, De Carlo conduce, nei soli tre giorni dell’azione, i due personaggi centrali a interrogarsi sui rapporti con i loro partner. Cruickshank si accorge di conoscere ormai fin troppo bene la “stupidità degli innamoramenti”; Milena resta con la convinzione di essere “sbagliata”, senza veri pensieri, senza risposte: “solo constatazioni di forme, colori, suoni, movimenti”. Ma in un mattino immobile, ”assurdamente rarefatto”, tocca, più che alle parole, ai gesti del corpo quasi inavvertibili il potere di riaprire una storia. Dalla sentenza all’analisi di stati d’animo inquieti e percorsi da corrispondenze con realtà anche sognate, il romanzo scopre le forme insospettabili di un tormento nascosto che di scatto sembra divenire l’unico orizzonte di una vita.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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