Lun. Ago 26th, 2019

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L’importanza del buon pastore, oggi più che mai

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di Michele Santangelo
di Michele Santangelo

Buon-PastorePenso sia sfuggito solo a pochi che queste domeniche che seguono la Pasqua, dal punto di vista liturgico, sono fortemente caratterizzate. Il motivo risiede nel fatto che i brani di Scrittura, specialmente quelli del vangelo, proposti nella celebrazione eucaristica, da sempre hanno avuto un grande impatto spirituale ed emotivo sull’animo dei fedeli.
Questa quarta domenica di Pasqua si è soliti denominarla la Domenica del buon Pastore. La raffigurazione di Gesù come buon Pastore è antichissima; essa appare fin dagli inizi del cristianesimo, infatti, alcuni affreschi nelle catacombe, lo ritraggono recante sulle spalle una pecorella, oppure attorniato da un piccolo gregge, immagine che ha alimentato e continuato ad alimentare l’arte cristiana. Le guide delle comunità cristiane sono chiamate appunto pastori; il simbolo del governo di papi e vescovi è il pastorale e azione pastorale è chiamato l’agire stesso della Chiesa. Recentemente, un gruppo di pellegrini, in piazza S. Pietro, ha posto sulle spalle di Papa Francesco un agnello, stabilendo così uno stretto parallelismo, forse inconsapevolmente da parte di chi ha compiuto il gesto, tra Gesù, supremo Pastore, e il Papa.
S. Agostino che, come è noto, fu vescovo di Ippona, rivolto ai fedeli diceva: “Siamo come pastori per voi, ma sotto quel Pastore (Cristo) siamo con voi pecore”.
Probabilmente, oggi, l’immagine del pastore e del suo gregge, peraltro abbondantemente ancora usata nella predicazione e nella catechesi della chiesa, potrebbe apparire quanto meno anacronistica. In una società industriale, come quella nella quale viviamo, la maggior parte dei ragazzi e, in alcune regioni, degli adulti hanno visto un gregge e un pastore solo sulle pagine di un libro o in televisione. Ma non era così nella civiltà ebraica e in quella agricolo-pastorale molto presente anche alle nostre latitudini. Per ravvivare l’immagine del “buon pastore” e coglierne anche la carica di suggestione, vale la pena richiamare i valori principali di questo simbolo anche nelle nostre attuali categorie mentali. Per cominciare, il termine greco usato nel vangelo è “bel pastore”, nel senso orientale di “bellezza” che include anche bontà, verità, giustizia, fascino. Tutte qualità che ispirano fiducia e senso di appartenenza. Il bastone che porta nella mano non è lo scettro del comando, del dominio, ma lo strumento col quale il pastore tiene in fila il suo gregge e lo guida verso pascoli erbosi e sicuri e per difenderlo, nella valle oscura, dai pericoli, dai lupi rabbiosi. “Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”, dice il salmista.
Gesù, nel raccontare la parabola, si presenta come il vero pastore, quello che entra nell’ovile attraverso la porta e non come il mercenario che vi entra da un’altra parte. Non solo, il vero pastore, una volta raccolto il gregge nel ricovero, dorme sulla porta in modo che chiunque voglia entrare deve obbligatoriamente passare attraverso di lui. Al mattino egli chiama le sue pecore una per una ed esse lo seguono perché lo conoscono, sanno che è pronto a dare la vita per loro. Se Cristo è il vero pastore, il suo gregge sono i cristiani che con il battesimo sono stati innestati in Lui diventando anch’essi figli di Dio. Ciò è stato possibile, perché afferma Pietro nella sua prima lettera: “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia…eravate erranti come pecore ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime.” Ora però ci chiama per nome e noi dobbiamo riconoscerne la voce e seguirlo, distinguendo la sua voce in mezzo alle tante voci di falsi pastori che si propongono come guida. Anche chi non si sente più parte del gregge del vero Pastore, sappia che questi lo è con le caratteristiche annunciate dal profeta Ezechiele: “Andrò in cerca della pecorella perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò e curerò quella malata”.

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