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L’inchiesta1 / Scuole di giornalismo per un lavoro che non c’è più

L’inchiesta1 / Scuole di giornalismo per un lavoro che non c’è più

Campania, Lazio e Lombardia sono le regioni d’Italia che, dati delle scuole di giornalismo alla mano, “producono” più giornalisti professionisti rispetto al resto del Paese. In cima alla lista c’è la Lombardia che, con le sue tre scuole di giornalismo, immette sul mercato del lavoro circa 65 professionisti ogni due anni. Seconda in classifica la regione Lazio con due scuole, che consente a 60 giovani ogni biennio l’ingresso nel mondo del giornalismo di professione. Terza classificata la Campania con circa 55 professionisti ogni due anni. Senza dubbio un caso particolare, quello campano: in una realtà tutt’altro che esaltante dal punto di vista editoriale, sullo stesso territorio, a distanza di pochi chilometri, sono presenti due scuole di giornalismo, una a Napoli e una a Salerno. Stando a quanto si evince dalla concentrazione delle scuole di giornalismo sul territorio, quindi, quello campano dovrebbe essere, solo dopo Lombardia e Lazio, il miglior mercato editoriale.
Nel 1998 il quotidiano Repubblica già parlava, a proposito delle scuole di giornalismo, di “folle corsa al lavoro che non c’è”. E nel 1998 erano passati appena otto anni dalla decisione dell’Ordine dei Giornalisti di ammettere agli esami professionali coloro che avessero svolto il praticantato in pubblicazioni edite da scuole convenzionate e riconosciute dall’Ordine dei Giornalisti. Oggi, a ventidue anni dalla nascita delle scuole di giornalismo, quali prospettive ci sono per chi le frequenta? L’impressione, confermata dai dati del mercato editoriale, è che con le scuole, in un momento particolare come quello che stiamo attraversando, si vada a ingrossare ulteriormente l’esercito dei professionisti senza contratto. In attesa che le scuole provvedano a informare sui dati occupazionali dei loro diplomati, la conferma a quella che potrebbe essere un’impressione sbagliata giunge dai dati diffusi nel 2010 dal Coordinamento dei giornalisti precari della Campania. Dall’indagine svolta dal Coordinamento risulta che solo il 5,5% degli ex studenti delle scuole ha un contratto a tempo indeterminato. Il 58% va avanti con contratti a tempo determinato, collaborazioni a progetto, contratti di lavoro occasionale: precariato. Difficile immaginare che a distanza di due anni, con la crisi economica che imperversa nel nostro Paese, la situazione sia evoluta in meglio.
Di tutte le scuole, solo il Master di Giornalismo di Torino pubblica sul suo sito gli esiti occupazionali degli studenti dei primi bienni. A Torino, su 60 allievi, il 62% di nuovi professionisti lavora con varie tipologie contrattuali, il 22% è freelance e il 16% non lavora o svolge altra professione.
I tempi delle scuole di giornalismo in grado di lanciare nel mondo dell’informazione nuovi professionisti e di assicurare loro un futuro quantomeno dignitoso sembrano oramai un ricordo lontano. Così come lontano appare il ricordo dell’Istituto per la Formazione al Giornalismo “Walter Tobagi” di Milano, nato dalla collaborazione tra regione Lombardia e Ordine dei giornalisti della Lombardia, in cui si sono formati nei primi anni di vita, stando ai dati ufficiali forniti dalla scuola,  596 professionisti (tra i quali 32 direttori responsabili di testate giornalistiche, 142 vicedirettori, caporedattori, inviati, corrispondenti dall’estero e capiservizio, 259 redattori ordinari, 18 responsabili di uffici stampa). Altrettanto lontani sono i tempi in cui lo stesso istituto costava ai suoi 40 alunni una retta irrisoria: 50 euro annuali (fino al biennio 2003/2005) grazie a una particolare convenzione tra Ordine dei Giornalisti della Lombardia e Regione Lombardia, soci dell’Istituto.
L’impressione è che le scuole ora siano soprattutto un business economico, e una fabbrica di illusioni per chi li frequenta. Il costo del master per ogni aspirante giornalista va dai 23.500 euro della scuola di Torino agli 8.000 euro più contributo assicurativo di Bari.
La tendenza attuale dimostra un netto calo nelle iscrizioni alle scuole:  dopo anni di gloriosa e lunga attività, il 2012 ha segnato il primo anno di stop per la Scuola Superiore di Giornalismo di Bologna (un comunicato stampa parla di “numero di studenti inferiore al minimo richiesto per far partire il corso); e per la seconda volta il Master biennale in giornalismo dell’Università di Cassino non ha potuto cominciare i corsi per mancanza di un numero sufficiente di allievi.
Abbiamo provato a schematizzare in maniera sintetica le principali informazioni riguardanti ogni scuola di giornalismo autorizzata dall’Ordine dei Giornalisti. In tutto in Italia sono 14 (attualmente attive 11).
Barbara Ruggiero


1/continua

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Commenti (8)

  • filippo cioni

    Salve,
    vorrei rispondere al signor Marco Lombardi. Lei si rende conto che con i master lo avete messo in tasca a chi, come me, non può pagare 20mila euro e si meriterebbe lo stesso di essere assunto come date, voi, la possibilità ai vostri studenti?
    Rifletta su questo, piuttosto che sciorinare numeri

    La saluto

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  • A.

    Questo tema attualmente mi coinvolge molto dato che, dopo aver tentato per anni di intraprendere in maniera “stabile” questa professione senza ricorrere all’espediente “scuola” (e soprattutto non avendo mai avuto la disponibilità economica), quest’anno mi accingo per la prima volta, alla veneranda età di 29 anni, dopo laurea specialistica, tirocini come se piovesse e collaborazioni mal retribuite, a tentare l’esame presso l’IFG di Urbino.

    Lo faccio con tanta passione per questo mestiere ma con scarsa convinzione sulle reali possibilità che verranno dopo.

    In casa mia lavora solo mia madre che, poverina, si accollerebbe un prestito pur di pagarmi questa costosissima scuola. E’ soprattutto per il sacrificio economico titanico che supporrebbe che mi pongo mille problemi e non so se realmente valga la pena tentare.

    Se rinunciassi quest’anno non potrei partecipare più per via dei limiti di età e questo mi mette una pressione addosso ancora più forte.

    Urgono consigli spassionati…

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  • Mauro Suttora

    le scuole di giornalismo dovrebbero chiudere tutte subito. Come diceva Ivan Ilich, le scuole servono più ai prof che agli studenti. Quelle di giornalismo oggi, con la crisi che c’è, servono solo ai prof. Che spesso sono giornalisti.

    Mauro Suttora
    (3° biennio Ifg, Milano, 1981/83)

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  • Marco Lombardi

    Gent. Dr.ssa Ruggiero,
    ho letto con interesse la sua inchiesta sulle Scuola di Giornalismo e le scrivo per contribuire al dibattito e fornire qualche ulteriore informazione.
    Come indicato nella tabella riassuntiva, sono il direttore della Scuola in Università Cattolica a Milano, dove ogni anno abilitiamo 20 praticanti a sostenere l’esame da professionista, un probabile futuro disoccupato secondo il reportage.
    Infatti, il primo punto che lei affronta è quello cruciale del lavoro.
    Per quanto riguarda i dati, le fornisco quelli della nostra Scuola dal 2002 al 2011: si tratta di circa 100 studenti che hanno terminato il percorso formativo. Di questi il 94% ha un impiego nel mondo del giornalismo secondo le seguenti tipologie contrattuali: il 25% a tempo indeterminato (art.1), il 30% a tempo determinato, il 45% a progetto. Nel 67% dei casi il lavoro è stato trovato entro 6 mesi dal termine del Master (49% entro 3 mesi) e lo stage è stato significativo nell’accesso al lavoro nel 42% dei casi. I dati, di massima, mostrano un andamento coerente con il mercato del lavoro attuale (che non è più quello dei vecchi tempi come da lei bene sottolineato) ed evidenziano, attraverso ulteriori approfondimenti, come per molti giovani (anche giornalisti!) il lavoro ormai sia frutto di una propria “intrapresa” che richiede un cambio di prospettiva rispetto alle vecchie “categorie protette”.
    Infine, sempre sulla relazione studio-lavoro, emerge una questione molto generale ma importante che riguarda l’opportunità di continuare a formare – in ogni campo… anche i medici! – da parte di Scuole, Università ecc. giovani con competenze che non sono richieste dal mercato del lavoro. Qui la discussione si farebbe ampia, con risvolti che mettono in gioco la personale visione della formazione e dell’educazione, magari anche la propria visione del mondo. Di massima, ma è mia visione personale, io non sono convinto che l’istruzione – anche quella professionalizzante – debba essere esclusivamente orientata dalle opportunità di collocamento. Tuttavia termino qui il discorso che porterebbe lontano.
    Indubbiamente oggi preparare al lavoro è più difficile e complicato, e non ci sono garanzie di risultato occupazionale. La qualità dell’insegnamento può fare la differenza: i ragazzi sembrano saperlo e la nostra Scuola si trova ogni anno con circa 10 volte le richieste d’iscrizione che è in grado di soddisfare.
    Concludo commentando la sua “’impressione è che le scuole ora siano soprattutto un business economico, e una fabbrica di illusioni per chi li frequenta”. Dissento in pieno, almeno per quanto riguarda la nostra Scuola: la convenzione con l’Ordine, infatti, impegna duramente sul piano economico tanto da prevedere una quota almeno pari al 15% delle rette da restituire agli studenti sotto forma di borse di studio e un continuo rinnovamento delle tecnologie che – per una scuola che non ha voluto legarsi a nessun “medium” sponsor – diventa un costo assai rilevante… ma i costi per la libertà non sono mai troppi! A ciò si aggiunge una nostra esclusiva – e ulteriormente costosa – scelta di preparare gli studenti a sostenere l’esame TOEFL per favorire il loro inserimento anche sul mercato internazionale. Le assicuro che non fosse per una sovvenzione diretta dell’Università Cattolica a sostegno della Scuola questa retta non sarebbe in grado di coprire tutti i costi.
    Mi scuso per il lungo commento che non contesta il suo reportage ma, spero, lo possa integrare per dare una visione che incorpori tutte le diverse realtà che oggi costituiscono il variegato mondo delle Scuole di Giornalismo. Un tema intorno al quale è certamente utile parlare anche in una fase di revisione della professione del giornalista, il cui ruolo è sempre più difficile e necessario nel mondo che ci troviamo ad affrontare.

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  • giovanna

    Il problema non è tanto l’esistenza di tutte queste scuole di giornalismo, ma che tutte queste scuole non riescano, o non siano riuscite finora, a creare un sistema virtuoso di reclutamento. Una volta finita la scuola, ci si ritrova come nuove proposte sul mondo del lavoro. In un settore dove è lo sponsor ciò che conta. Insomma, se le conoscenze ce l’hai, con o senza scuola riesci. Ma se vogliono convinverci che la scuola sia un sistema democratico e meritocratico, no!

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  • carlo coppola

    Sì, praticamente è uno scandalo al sole.
    Al di là del dato evidente di scuole con insegnamenti professionalizzanti in contesti senza mercato, c’è anche l’altro problema della qualità degli insegnanti. Tra docenti e coordinatori di queste scuole universitarie vi sono giornalisti che, oltre a non avere alcun curriculum di rilievo, non sono nemmeno laureati. Come può concepirsi un insegnamento, seppure tecnico, in una università da parte di chi non ha nemmeno il titolo di studio che, invece, si vorrebbe richiedere ai giovani giornalisti come indispensabile? Queste scuole sono uno sconcio, che serve alle nostre università in crisi per consentire un po’ di passerelle di volti televisivi per rettori, come quello di Salerno, affaccendati in personalissime vicende politiche. Vorrei concludere chiedendomi perché le Regioni finanziano questo tipo di scuole? Non ci sono già le rette (abbastanza esose) che i padri ricchi possono pagare?

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