L’inchiesta 3 / I salernitani che beneficiarono del patto Stato-Mafia

L’inchiesta 3 / I salernitani che beneficiarono del patto Stato-Mafia
di Simone Di Meo

strageArriviamo oggi alla terza puntata dell’inchiesta di Cronache del Salernitano/I Confronti sui boss locali coinvolti nella trattativa Stato-mafia su cui è in corso, a Palermo, un processo che vede indagati uomini politici, boss di Cosa nostra e illustri rappresentanti delle forze dell’ordine.

Dopo le prime due puntate che hanno trattato le storie criminali di Pietro Del Vecchio e di Francesco Sorrentino, stavolta parliamo di Francesco Corrado. Anche lui, come gli altri, spunta nelle carte della maxi-inchiesta condotta dal pm Nino Di Matteo.

Il 25 novembre del 1992, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria lo sottopone al regime del carcere duro, il famigerato articolo 41bis. Secondo i magistrati e gli esperti di Via Arenula, infatti, Corrado è un soggetto socialmente pericoloso per i suoi trascorsi nella mafia campana. Il che lo costringe a incontrare i parenti una volta al mese, dietro uno spesso vetro divisorio, e a vivere sostanzialmente in isolamento. È un boss, Corrado. Uno molto bravo e furbo tant’è che di lui girano pochissime fotografie (segno evidente che non vuole adottare la strategia dell’apparenza criminale) e ancor più scarne sono le informazioni sul suo curriculum camorristico. Eppure, dopo un anno, ovvero il 24 novembre del 1993, la misura di sorveglianza speciale viene revocata. In totale, in Italia, saranno oltre 300 i boss (appartenenti a Cosa nostra siciliana, Sacra Corona Unita pugliese, camorra campana e ‘Ndrangheta calabrese) che ne beneficeranno. Tra questi, appunto, ce ne sono alcuni affiliati alla camorra del Salernitano. La Procura di Palermo ipotizza che quest’improvviso cambio di rotta nel trattamento penitenziario di soggetti appartenenti alla malavita sia stato il prodotto di un accordo (una trattativa, appunto) tra i vertici degli uffici investigativi dell’Arma dei carabinieri, che avrebbero operato con l’avallo politico, e i capi Corleonesi ancora rimasti in libertà. Uno scambio per impedire la prosecuzione, in Italia, della serie impressionante di attentati che aveva colpito e insanguinato Milano, Firenze e Roma. I mafiosi avrebbero smesso con le bombe e lo Stato avrebbe ammorbidito la detenzione carceraria ai padrini.

Della partecipazione della camorra napoletana a quella misteriosa stagione, nella quale la Trattativa è bene chiarire rappresenta allo stato attuale soltanto una suggestiva ipotesi investigativa che dovrà passare al vaglio dei giudici di primo e secondo grado oltre che della Cassazione, ha parlato nel corso dell’ultima udienza il pentito Gaspare Spatuzza.

“Mafia, camorra e ndrangheta erano d’accordo nel fare questo colpo di Stato”, ha detto il collaboratore di giustizia, protagonista anche delle inchieste sull’attentato di via D’Amelio, in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino.

In particolare, Spatuzza parla del sospetto di un’unica strategia stragista che avrebbe legato le varie mafie nel ’93. Un sospetto alimentato da quanto gli disse il boss Filippo Brancaccio, che gli parlò di un attentato della ‘ndrangheta ai carabinieri proprio quando Cosa nostra pensava alla strage dell’Olimpico in cui dovevano morire centinaia di militari, e di un progetto di attentato della camorra a cui la mafia avrebbe dovuto dare un apporto.

Altro non si sa, per il momento, su questi aspetti ma è chiaro che si tratta di dichiarazioni che rendono ancor più confuso il quadro probatorio, dove sono confluiti i verbali di decine e decine di collaboratori di giustizia, i racconti di centinaia di testimoni e decine di migliaia di ore di intercettazioni telefoniche.

Ma torniamo a Corrado. Come detto, nel novembre del 1993 improvvisamente vede alleggerirsi la propria posizione trattamentale. Senza preavviso, ritorna un detenuto comune che può fare l’ora d’aria con gli altri compagni di detenzione e che, soprattutto, può avere finalmente una corrispondenza epistolare con l’esterno senza più alcuna limitazione. Lo abbiamo detto: l’uomo, affermano le informative delle forze dell’ordine e della magistratura, è tutt’altro che un personaggio di secondo piano nello scacchiere criminale della provincia salernitana: appartiene al clan Maiale di Eboli. È uno dei capi emergenti, secondo gli investigatori del tempo.

Le prime notizie su di lui risalgono agli anni Ottanta, quando viene segnalato all’autorità giudiziaria come componente di un agguerrito gruppo di giovani sbandati in cerca di gloria (criminale). Il passaggio alla criminalità organizzata, nel gruppo dei Maiale, e i primi compiti di un certo spessore lo trasformano in un padrino. Uno di quelli che si fanno rispettare. A incastrarlo, agli inizi degli anni Novanta, sono i pentiti e il lavoro massacrante dei carabinieri di Nocera che raccolgono tanto di quel materiale da spedirlo in galera con accuse per mezzo codice penale. Poi, improvvisamente, l’allora ministro Guardasigilli Conso decide che per Francesco Corrado da Eboli e per altre centinaia di detenuti in regime di massima sicurezza è arrivato il momento di sospendere il 41bis.

 

(3.continua – la IV puntata sarà pubblicata domenica 23 marzo)

(I Confronti – Le Cronache del Salernitano)

redazioneIconfronti

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