Mar. Lug 16th, 2019

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L’inchiesta3 / Iacopino: scuole di giornalismo? Ne ho chiuse dieci

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“Quando qualcuno mi propone di aprire una nuova scuola, io rispondo che con la mia firma, fino a che la situazione resta questa, non si aprirà nessuna scuola”. Enzo Iacopino (foto), da poco più di due anni presidente dell'Ordine nazionale dei Giornalisti, chiarisce: “Io non voglio illudere nessuno: non c'è uno sbocco di mercato in grado di assorbire una buona percentuale di persone tale da far aprire altre scuole di giornalismo”. Il presidente va fiero di una cosa principalmente: “Adesso ci sono solo undici scuole attive. Erano ventuno quando io ho cominciato ad occuparmene”.

Foto: odg.it

Foto: odg.it

“Quando qualcuno mi propone di aprire una nuova scuola, io rispondo che con la mia firma, fino a che la situazione resta questa, non si aprirà nessuna scuola”.
Enzo Iacopino (foto), da poco più di due anni presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, chiarisce: “Io non voglio illudere nessuno: non c’è uno sbocco di mercato in grado di assorbire una buona percentuale di persone tale da far aprire altre scuole di giornalismo”.
Il presidente va fiero di una cosa principalmente: “Adesso ci sono solo undici scuole attive. Erano ventuno quando io ho cominciato ad occuparmene”.
Perché nel corso del suo mandato ha chiuso dieci scuole di giornalismo? Problemi organizzativi o presa di coscienza della crisi del mercato del lavoro in campo giornalistico?
Le dieci scuole sono state chiuse perché non funzionavano, non per il mercato asfittico. Io dico sempre che bisogna finirla con la demagogia da quattro soldi: nessuno più fa il praticantato tradizionale. Credo che in un anno i praticanti di questo tipo siano stati una decina. E poi ci sono centinaia e centinaia di giovani che vengono sfruttati quotidianamente senza avere la possibilità di diventare professionisti.
Dice che le scuole siano l’unica alternativa per accedere al praticantato?
Dico che chi ha inventato le scuole deve avere un premio perché la scuola colma le lacune di formazione e perché teoricamente le scuole sono uno strumento di accesso democratico alla professione.
Ma le rette annuali delle scuole non sono un po’ alte per chi vuole tentare di accedere al mondo del giornalismo di professione?
C’è un risvolto negativo che è emerso: il costo delle scuole è così alto che di fatto non è stato possibile che diventassero lo strumento a cui si intendeva dar vita. I costi sono necessariamente alti perché la tecnologia costa in maniera spaventosa e perché servono risorse. Ma se costano troppo che possiamo fare: mica possiamo chiudere le scuole così non entra nessuno? Io ascolto tutte le voci con grande interesse ma poi chiedo: la proposta qual è?
Quale potrebbe essere la proposta?
Se decidessero di fare la riforma dell’Ordine che oramai chiediamo da 50 anni si potrebbe immaginare di accedere alla professione per via universitaria con la laurea. Considerati i tempi, mi rendo conto di dire una cosa assurda, ma se lo Stato intervenisse per garantire un bene primario dei cittadini come quello dell’informazione, le scuole non costerebbero tantissimo e l’accesso sarebbe più semplice anche per chi non ha famiglia alle spalle. Il discorso è semplice: l’informazione è un bene primario da garantire; come lo garantiamo? Con i giornalisti. Ma lo strumento tradizionale per accedere alla professione non funziona perché gli editori non assumono. Allora dobbiamo trovare uno strumento diverso per l’accesso alla professione. E questo potrebbe essere, per esempio, un corso di laurea.
Undici scuole ad oggi attive in Italia, due solo in Campania: non sono troppe?
Non è vero che sono troppe. È vero, invece, che servono giornalisti qualificati e che servono scuole che funzionano davvero. Abbiamo chiuso dieci scuole perché non funzionavano, qualcuna rubava soldi ai colleghi. Io le scuole che non funzionavano bene le ho chiuse. Hanno cercato di mettermi anche sotto procedimento per questo. Riguardo le due scuole campane, quelle due non le ho aperte io. Io ho solo impedito che se ne aprisse un’altra ad Avellino proprio per le motivazioni che mi si fanno presenti. Fino a che quelle due scuole funzionano bene diventa difficile impedire loro di andare avanti. La scuola di Salerno in un biennio è stata la migliore di quelle che abbiamo ispezionato in quel periodo. Lì ha lavorato Biagio Agnes che aveva deciso di dedicare tutte le sue energie e tutti i suoi rapporti a quella scuola e il risultato si è visto. Più recentemente abbiamo avuto qualche problema sia con Napoli che con Salerno: gli stiamo addosso e cerchiamo di fare il meglio. Fare una scuola per bene costa un sacco di soldi. Basti pensare solo alla deperibilità di attrezzature e alle persone qualificate da portare ad insegnare… Tutte queste cose hanno un loro costo.
L’Ordine chiede i dati occupazionali degli alunni che escono dalle scuole di giornalismo? C’è un monitoraggio sul loro placement?
Noi chiediamo i dati; ma le scuole spesso fanno molte difficoltà.
La cosa che ci colpisce è che, tra i requisiti per riconoscimento delle scuole di giornalismo, non compare un indice relativo agli esiti occupazionali degli allievi. Com’è possibile questo?
Io purtroppo non riesco ad averla vinta sempre: noi abbiamo un Consiglio di 150 persone con sensibilità diverse. Tempo fa avevo chiesto che ci fosse un monitoraggio sull’andamento del mercato del lavoro. In quella circostanza mi hanno messo in minoranza. Io avrei pensato a un monitoraggio e, eventualmente, a una riduzione del numero degli allievi. Su questi argomenti ci sono sensibilità diverse tra nord e sud, e lo dico da calabrese. A Milano questa cosa siamo riusciti a farla, con la fusione tra Università Statale e Ifg che ora sono una cosa sola. Invece di fare sessanta praticanti in un biennio, ne fanno trenta. Il discorso è più difficile da applicare in Campania, per esempio: Napoli e Salerno non sono vicinissime e credo che anche storicamente non ci sia un grandissimo amore tra le due realtà. Ripeto: quando mi chiedono di aprire una nuova scuola, io rispondo che, fino a quando ci sarò io, con la mia firma non aprirà una sola scuola.
L’impressione è che il mercato sia saturo e che anche per i professionisti i contratti a tempo indeterminato siano un miraggio. Oggi tutti sembrano stretti nella morsa del precariato: pensiamo ai collaboratori sottopagati o addirittura in nero…
Su questo argomento con me si sfonda una porta aperta. Non so più quante amicizie che credevo tali ho perso per la battaglia sull’equo compenso. E vogliamo parlare anche dei colleghi pensionati che continuano a lavorare? Tutto concorre a determinare la situazione attuale. Diventa troppo comodo denunciare i comportamenti degli editori, che spesso e volentieri hanno atteggiamenti criminali, e non guardare a ciò che accade all’interno della categoria. Ci sono colleghi che vanno in prepensionamento, caricano la loro pensione sul conto dell’Inpgi e per mille euro lordi al mese continuano a fare lo stesso lavoro di prima che all’editore costava dodici milioni al mese. Mettiamoci nei panni dell’editore: perché devo prendere una persona il cui nome non dice niente ai miei lettori, che devo svezzare professionalmente e mi costa 2.500/3.000 euro quando con 1.000 euro posso tenere uno che è stata una firma per il mio giornale? Chi punta l’indice contro gli editori deve guardare pure a questi comportamenti che non sono morali da parte dei colleghi. Sia chiaro: non dico che i colleghi pensionati debbano andare ai giardinetti a 58 anni, ma non si può continuare a fare lo stesso lavoro, coprendo lo stesso settore, a discapito dei giovani. Anche perché sennò si diventa matti…
Concludiamo: le scuole di giornalismo sono ad oggi delle fabbriche di illusioni?
Rispondo con un’altra domanda: c’è o non c’è uno strumento oggi per diventare giornalista? Ditemelo! Le ultime assunzioni del Tg1 sul web vengono tutti dalla scuola. Mario Calabresi, direttore de “La Stampa”, viene dalla scuola… Io un’altra strada percorribile non ce l’ho: la legge dello Stato, che può non piacerci, ci impedisce di fare il numero chiuso. Nel 2011 credo che i praticanti tradizionali siano stati una decina. Il ricambio è superiore a 10 certamente.

Barbara Ruggiero

I precedenti articoli pubblicati sono:

L’inchiesta1 / Scuole di giornalismo per un lavoro che non c’è più

L’inchiesta2 /Lombardi: la nostra scuola non fabbrica illusioni

3/continua

 

5 thoughts on “L’inchiesta3 / Iacopino: scuole di giornalismo? Ne ho chiuse dieci

  1. Oggi come oggi avrei fatto nella maniera più assoluta la scuola di giornalismo, una in particolare. Dopo sette anni di “nero”, sfruttamenti, illusioni e qualche soddisfazione, beh, avrei preferito ben altro. Dopo due anni sarei stato professionista, pare che siano gli unici ad essere presi in considerazione. O magari che le chances che ho avuto finora, questo hanno dimostrato. Al Presidente vorrei far presente che molte sono le cose da rivedere, in seno all’OdG. A partire dal come si diventa pubblicisti … talmente semplice da squalificare chi i due anni li ha fatti, nel modo corretto. Anche le stesse scuole di giornalismo, costi troppo elevati che le rendono di fatto elitarie. Su questo mi meraviglia come il Presidente, in due anni, non abbia fatto altro che cancellarne dieci invece di immaginare scuole direttamente gestite dell’Ordine, con costi, per così dire popolari.

  2. Io credo che le Scuole di giornalismo siano l’ennesima fabbrica delle illusioni, come tanti master che si tengono anche in provincia di Salerno, costano tanto e danno poco lavoro. bisognerebbe fare un’inchiesta anche su di loro. Master in management, master in economia internazionale, master in questo e in quello…..poi dicono che il placement e’ del 90% per richiamare l’attenzione degli studenti e finanziamenti, ma il risultato e’ uno solo: 800 ore di master, 40 ore di stage, un contrattino a tempo determinato in qualche azienda amica e poi via, avanti col prossimo master. Al costo modico di 8-9mila euro

  3. Ritengo che la vostra inchiesta stia raggiungendo risultati che non erano prevedibili: avete fatto dire al presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti che le Scuole si sono sottratte al dovere morale di fornire i dati sull’occupazione di quanti le hanno frequentate. Questa è una cosa gravissima che dà la prova di come queste scuole inutili non puntino affatto al mercato e, quindi, all’inserimento dei giovani ma soltanto alla loro sopravvivenza. Ma non si potrebbe introdurre, tra i requisiti richiesti proprio questo del risultato, per cui chi non documenta gli obiettivi chiude?… Due scuole chiuderebbero subito, a quel punto: Napoli e Salerno… Ma tant’è!

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