Home
Tu sei qui: Home » Editoriali&Opinioni » L’inchino blasfemo ai seguaci del diavolo

L’inchino blasfemo ai seguaci del diavolo

L’inchino blasfemo ai seguaci del diavolo
di Carmelo Currò

MadonnaProcessioneAvevamo appreso notizie incredibili sugli inchini delle navi; ma non ci riusciva familiare l’inchino delle statue sacre. Certo, le processioni sono sempre state fatte passare o sostare per pochi istanti dinanzi alle case dove si trovavano malati gravi; ed io stesso ricordo quando ero bambino, che a volte i cortei si fermavano sotto i balconi e le finestre dei palazzi in cui vivevano persone devote e sofferenti. Ma questo avveniva affinché esse stesse, le famiglie, i fedeli, levassero pubblicamente la loro preghiera per chiedere il sollievo e la guarigione. La sosta si decideva perché tutti si inchinassero e venerassero il celeste patrono, implorando una grazia lecita, auspicata e sospirata dalla comunità.
Tra i più famosi esempi dei secoli scorsi è memorabile la storia della nuova processione istituita a Troia di Foggia nel 1670 quando la Principessa Giulia d’Avalos Guevara, signora della città, si ammalò così gravemente da far temere per la sua vita. Poiché l’esistenza della nobilissima inferma era passata nel compimento del bene per gli altri, il popolo accorse in cattedrale per un’esposizione del SS.Sacramento, e quindi decise una processione penitenziale con le reliquie dei Santi patroni, fino al palazzo della amata principessa. Qui il marito pregò i canonici di portare il teschio di S.Urbano al letto della malata, poiché desiderio di questa era morire baciando i resti del Santo cui era devota. Proprio in quell’estremo momento, Giulia mostrò tuttavia segni di rapido miglioramento, fino alla completa guarigione, ritenuta un miracolo tale da essere accompagnato da nuove beneficenze della coppia esemplare. Sono storie meravigliose. Oggi la nostra realtà è non solo triste ma infelice, degna di una società povera spiritualmente e ora anche materialmente.
L’inchino inutile della nave o l’inchino sacrilego della statua, costituiscono invece il segno plebeo della presunzione di una condizione pubblica. Un comandante esprime quella che ritiene la sua prerogativa di impartire un ordine senza senso, per dimostrare la capacità di muovere e dirigere a piacimento l’enorme città galleggiante e il suo equipaggio. A sua volta, il marinaio, il cuoco, l’amico per cui si fa la grande cortesia, avvisa i parenti a terra perché ammirino la manovra pericolosa ed azzardata, così da lasciar passare nella comunità la voce che anche lui, andato lontano a lavorare, ha guadagnato il suo spazio, le amicizie giuste, conta nell’ambiente di lavoro. L’inchino della statua dimostrerebbe ugualmente il ruolo pubblico, il segno visibile e comprensibile del potere, svolto da un individuo che non è il prelato, non il feudatario, non il benefattore, non l’eletto dalla gente; ma l’esponente di un anti-gruppo che il potere o quello che crede sia il rispetto, se lo conquista con la prepotenza, l’intimidazione, la minaccia e la violenza.
Il capo dell’anti-Stato e dell’anti-Religione, il mafioso assassino e scomunicato, ha però bisogno di riproporre periodicamente il suo status agli occhi della gente; proprio come nella legge economica, che descrive il fenomeno attuato dalle classi sociali inferiori per mostrare agli altri il raggiungimento di una condizione grazie all’acquisto di beni di consumo invidiabili: un effetto di dimostrazione che esige la propria visibilità non solo per imporre ma per rafforzare sé stessi gettando polvere negli occhi della gente. Perché chi si appropria di quel che non gli appartiene, necessita comunque di riconferme. La Religione, alcuni servitori dello Stato, gli intellettuali, gli studenti, le persone stanche delle prepotenze, sono infatti sempre in attesa di un riscatto morale, e potrebbero unirsi fra loro; o trovare coraggio nell’incitamento di un Uomo coraggioso e amato come il Papa il quale ha solennemente ricordato che le mafie sono non organizzazioni di potere ma raggruppamenti odiosi a Dio che ogni giorno compiono i loro riti satanici con l’odio e l’omicidio.
Proprio la necessità di riproporre questo rituale nuovo dell’inchino, rituale abominevole, sacrilego, nauseante, dichiara tuttavia la fragilità dell’edificio in cui le mafie sopravvivono e da cui dettano ordini. Un edificio a prima vista solido ma sostenuto esclusivamente dalla viltà di chi ogni giorno si trasforma in schiavo. E quest’anno, finalmente, l’atteso ri-conoscimento dello status di superiorità mafioso non solo non si è ottenuto ma è stato ripudiato, respinto e disconosciuto di fronte a tutta Italia.
Ci congratuliamo con il Comandante dei Carabinieri per aver dimostrato che ad Oppido lo Stato non si è ritirato, come è invece accaduto in tanti altri luoghi, palazzi ed enti. Ci congratuliamo per il coraggio suo e dei suoi collaboratori, per essersi sottratti alla rete dei soprusi o di tutte le insistenze che sicuramente in quella sera gli saranno state mosse da tante parti. Egli ha elevato tutti noi su questi soprusi e su queste viltà, ha gridato contro i silenzi e gli ossequi, il pare brutto, i fatti propri, le connivenze che ogni giorno alimentiamo noi stessi, schierandoci con i ladri, i ricattatori, gli omicidi che ci strappano la vita e la dignità.
Non chiederemo, come nei tempi antichi, che le case dei ribelli e degli omicidi vengano rase al suolo e le loro famiglie disperse. Ma vorremmo che ogni arresto, ogni trasferimento, ogni rientro ai domiciliari, venga reso pubblico, per offrire alla gente lo spettacolo dei prepotenti in manette, vinti, sconfitti, insieme a coloro che minacciavano, insultavano, coprivano. Tutti irrisi, fischiati, derisi, ingiuriati dalla folla. Sia dato pubblicamente il segnale che questi scomunicati, odiati, maledetti e condannati all’inferno se non si redimono, non sono che la feccia e i rifiuti che vanno tenuti nel giusto ordine. Pretendiamo si dia ampia notizia che laici o ecclesiastici sono stati puniti, esclusi, rieducati, se si sono lasciati impaurire, se si sono arresi, se non hanno avuto fiducia in Dio e nel proprio ruolo. Pretendiamo che la Chiesa cominci a rivedere le proprie linee di reclutamento dei sacerdoti, senza timore di non poter coprire i posti vuoti. Meglio un diacono padre di famiglia a fare il parroco, battezzare, benedire i matrimoni e leggere il Vangelo, piuttosto che un vile a gestire l’immagine del Cattolicesimo.
Vogliamo che a Gesù Cristo, alla Madonna, ai Santi, sia tributato il dovuto onore, inginocchiandoci noi tutti ai piedi delle loro statue e non portando orrendamente quel sacro peso nei covi e al cospetto dei sacerdoti del diavolo, in una sorta di preghiera sacrilega che attira non bene ma la giustizia del Cielo.

Informazioni sull'Autore

Numero di voci : 3627

Lascia un Commento

© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

Scroll in alto