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L’inciviltà e l’incuria della politica hanno devastato i Regi Lagni

L’inciviltà e l’incuria della politica hanno devastato i Regi Lagni
di Don Aniello Manganiello

Un tempo anche questa parte della Campania (agro nolano) era chiamata “Felix”, terra ubertosa, fertile, ricca di acqua e minerali, dono delle eruzioni del vulcano che, dal 79 dopo Cristo, ha preso il nome di Vesuvio.
Negli ultimi decenni l’agro nolano ha subito notevoli trasformazioni a causa della diffusa cementificazione con la costruzione del Cis, del grande centro commerciale il “Vulcano buono” (mi sconcerta e mi fa ridere questa attribuzione data a un grande supermercato), e quindi di terreno coltivabile ne è rimasto ben poco. Nessuna iniziativa in favore dell’agricoltura in questo territorio da parte degli amministratori locali e regionali, anzi:  il sostegno e la politica a favore dell’apertura dei centri commerciali disseminati ovunque in Campania. Bassolino, all’inaugurazione del “Vulcano Buono”, fatta con trombe e tromboni alla presenza di Prodi, definì questo centro un polo di eccellenza e un volano di sviluppo. Quante bugie e quanta offesa a questa terra martoriata.
Ma quale volano di sviluppo? Questo centro non ha portato nessun benessere al territorio. Poteva esserlo se almeno il 60% dei prodotti fossero stati realizzati e prodotti in Campania, ma non è assolutamente così. Si aggiunga inoltre che gli stipendi sono miseri, gran parte dei contratti di lavoro sono stagionali e i giovani, pur di guadagnare qualcosa, si accontentano di pochissimo.
Ma la mia riflessione verte soprattutto su un’altra questione: lo stato di conservazione dei Regi Lagni. Uno di questi attraversa i territori dei comuni di Camposano, Cimitile, Nola e l’area su cui sono ubicate le strutture commerciali citate. Soldi a palate per il commercio ma non per salvare madre terra. I Regi Lagni furono costruiti dai Borboni per incanalare le acque provenienti dalle montagne di Avella e Baiano perché il territorio diventava sempre di più paludoso e sempre più soggetto ad alluvioni. Mi piace camminare per le campagne del mio paese e una mattina ho deciso di andare al Cis di Nola a piedi percorrendo la strada comunale che porta anche a Polvica di Nola. Dopo essermi fermato con amici che gestiscono in proprio un capannone al Cis, ho deciso di percorrere lo sterrato, all’altezza del deposito dell’ Ntv-Italo, che corre lungo l’argine del lagno fino all’antica chiesetta di San Donato, tanto cara ai camposanesi.
Avrei voluto proseguire fino a Faibano, mio paese di origine,  per circa un chilometro ma è stato impossibile perché non esiste argine ma solo un piccolo alveo per niente profondo. In compenso quanto visto nel tratto percorso mi ha sconvolto: rifiuti di ogni genere, plastica, vecchi televisori, rifiuti tossici, ferro, vestiti, con evidenti segni di numerosi roghi. Uno spettacolo indecente (nelle foto) consentito dal silenzio complice dei cittadini e dalla mancanza di controllo degli amministratori locali e delle forze dell’ordine. Povera terra mia, saccheggiata e violentata dall’egoismo dell’uomo. Da ragazzino camminavo sul letto del lagno, su sabbia di colore argenteo e sopra sassi levigati bianchissimi che riempivano di luce l’alveo all’imbrunire. Il consumismo, l’individualismo, la mancanza di educazione alla legalità, al rispetto della natura e dei beni comuni hanno generato questo disastro ambientale.
Eppure Dio aveva creato una natura buona e splendida a tal punto che di fronte a essa esprimeva la sua gioia e la sua felicità, affidandola all’uomo perché la custodisse e la amasse per la sua sopravvivenza. La mia vuole essere prima una forte denuncia e poi esprimere la speranza che, attraverso una nuova sensibilizzazione e una seria e costante educazione delle comunità interessate per la salvaguardia del creato, si possa tornare a camminare per le campagne e sull’argine dei lagni senza essere deturpati nello sguardo e nell’anima dalla sporcizia e dal degrado.

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Commenti (1)

  • vincenzo scafuro

    Questo reportage di don Aniello dal vivo ci fa toccare con mano la catastrofe ecologica del nostro tempo, che evidenzia responsabilità enormi delle popolazioni ma soprattutto delle istituzioni. Senza atteggiamenti omissivi colpevoli, le mafie non potrebbero mai attaccare il bene supremo dell’uomo che è la natura. Invece, non vedendo e non svelando questi scempi si tutelano gli interessi della camorra che lucra su queste situazioni. È sintomatico dell’abbandono morale nel quale siamo piombati che una denuncia giornalistica di questo tipo debba venire da un prete di frontiera che diventa reporter e non da tanti giornali ed mezzi di comunicazione che propongono una informazione di palazzo, omogeneizzata dai comunicati stampa e dalle veline. Grazie don Aniello!

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