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L’incredibile Trump

L’incredibile Trump
di Luigi Rossi

Sul primo numero di Foreing Affairs di quest’anno é stato pubblicato un interessante articolo di Keren Yarhi-Milo – autrice del saggio “Who Fights for Reputation? The Psychology of Leaders in International Conflict” – dal titolo “After Credibility nel quale si analizza l’intercalare di Trump “Believe me”. Il presidente usa questa espressione moltissime volte e nelle occasioni più disparate. Durante la campagna elettorale, ad esempio, l’ha pronunciata sia in riferimento a problemi connessi al terrorismo, sia quando ha promesso di costruire il muro ai confini col Messico o quando ha criticato l’intesa sul piano nucleare con l’Iran. Egli si attende di essere preso in parola, ma i due terzi degli americani ritengono che non sia credibile, come del resto tanti cittadini dei paesi alleati. La stampa segue con molta attenzione questo aspetto e il New York Times ha calcolato che nei primi 40 giorni di presidenza ogni giorno egli ha detto qualcosa di falso. A gennaio del 2017 ha giudicato obsoleta l’Alleanza Atlantica per poi rivedere ad aprile la sua posizione. L’oscillante serie di prese di posizioni mina anche gli sforzi dei membri dell’amministrazione con i quali il rapporto fiduciario risulta molto difficile e, di conseguenza, numerose le dimissioni o i licenziamenti. L’ultima vittima del Twitter vendicatore è stato il segretario di stato! In tal modo si determinano gravi conseguenze perché s’intacca la credibilità della nazione accentuando il rischio di calcoli errati in eventuali crisi internazionali.

Lo storico Luigi Rossi

Lo storico Luigi Rossi

La credibilità è stata sempre un perno per amalgamare le alleanze perché i successi di un attore internazionale sono collegati anche alla sua reputazione. Alcuni studiosi non ne sono particolarmente convinti perché propensi ad esaltare il complesso dell’hard power. Ma i paesi che non rispettano gli impegni presi vengono tacciati d’inaffidabilità, stereotipo duro a morire; evidenti i costi politici e strategici. Trump ha complicato la situazione scegliendo un linguaggio duro e certamente impulsivo; è solito far ricorso ad un continuo e bizzarro uso di Twitter e non rinuncia a formulare esagerate minacce che determinano in chi le ascolta radicati dubbi sulle veridicità delle sue parole. Si potrebbero fare moltissimi esempi; il più devastante in termini di relazioni internazionali è stata la dichiarata volontà di abbandonare la scelta di una “sola Cina”, per circa quarant’anni perno della politica estera statunitense.
Trump non si pone molti interrogativi sulle conseguenze delle sue affermazioni. Alcuni suoi collaboratori ne hanno fornito una giustificazione parlando di tattica di razionale irrazionalità, una ben calcolata strategia per indurre a far pensare che egli sia psicologicamente instabile, quindi una persona disposta a praticare la “madman theory”. Altri difensori del presidente riferiscono di una effettiva ricerca di ambiguità per confondere gli avversari. Ma il vero problema è dato dal fatto che si tratta comunque di affermazioni inconsistenti, frutto d’impulsività e comunicate via Twitter di solito a notte fonda. Così alcuni ritengono che le sue parole non devono essere intese letteralmente e gli alleati porsi il problema di cosa egli pensi veramente, messaggio non particolarmente rassicurante. Si può convenire che a parole sovente minacciose non seguono i fatti, come quando ha asserito di essere pronto a distruggere totalmente la Corea del Nord, ma è sempre una constatazione poco confortante. Infatti, come gli Stati Uniti possono praticare un’efficace deterrenza contro gli avversari e assicurare gli alleati se le modalità comunicative del presidente non contribuiscono a consolidare la fiducia?
Si afferma che l’inconsistenza del suo dire sia frutto d’inesperienza in particolare in politica estera. Per la verità non sarebbe la prima volta che i presidenti mutano posizione durante il mandato, ma in Trump a preoccupare è il fatto che tutto rimane fluido; non é frutto di una meditata valutazione perché è condizionato dal suo umore e dal parere dell’ultimo consigliere ascoltato o, peggio ancora, cosa hanno trasmesso i networks. I collaboratori potrebbero contribuire alla stabilità e consolidare la coerenza della politica fornendo adeguate spiegazioni delle affermazioni presidenziali oppure, secondo le circostanze, di fatto le ignorano; ma Trump ha minato anche questa prassi perché non esita a criticare pubblicamente membri del suo staff.
Osservatori esteri possono non aver fiducia nel presidente ma conservarne per le istituzioni e per l’opinione pubblica ritenendole capaci di esercitare un certo controllo; ma con la reputazione danneggiata diventa più difficile raggiungere gli obiettivi ricorrendo a coercizione diplomatica, misto di minacce e di promesse tradizionalmente utilizzato. Con Trump gli Stati Uniti sono costretti ad adottare tattiche più rischiose di brinkmanship o ricorrere perfino alla forza con evidenti rischi di escalation, mentre Washington deve lavorare con maggior lena per convincere gli alleati a mantenere gli impegni assunti, situazione che spinge a fare affidamento maggiore su se stessi e, di conseguenza, suscitare ulteriori sospetti negli avversari. Con un sistema polarizzato e una gestione di governo frammentata la comunicazione diventa più complessa. Il prezzo della deterrenza, della coercizione e contro-assicurazione è cresciuto, di conseguenza il rischio di errori di calcolo. Trump può anche ritenere che una politica estera prevedibile e credibile sia un segno di debolezza, ma erra; per gli USA, superpotenza globale, un modo di operare prevedibile accresce la credibilità, sempre un valore e non uno svantaggio.

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