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L’infinita grandezza di Dio nella miseria della grotta di Betlemme

L’infinita grandezza di Dio nella miseria della grotta di Betlemme
di Luigi Rossi

L’espressione più autentica e la sintesi più profonda della festa di Natale, fondamento della gioia, si ritrovano nel Prologo di Gv. Infatti, in questo giorno noi non ci limitiamo a ricordare la nascita di un personaggio, né siamo invitati a fare astratta commemorazione dell’uomo o del mistero della vita, tanto meno ci riuniamo per festeggiare l’inizio della nuova stagione. Col Natale noi facciamo memoriale ricordando, secondo la riflessione teologica giovannea, che il Verbo si è fatto carne, evento che l’evangelista Luca colloca in un preciso contesto storico. Da quel Verbo la storia stessa riceve un senso, non semplicemente come idea generale insita nel mondo, ma perché è la Parola rivolta all’umanità, Logos che ci conosce, ci chiama ed è pronto a guidarci. Infatti, nell’Incarnazione si manifesta il disegno nascosto di Dio, la cui natura è bontà, la cui volontà è potenza, la cui azione è misericordia. Egli sceglie Cristo come medicina per l’uomo, colto impreparato ed attonito da questa novità, domanda assillante: è degno di Dio farsi bambino?
L’umile infante contrasta con la gerarchia dei valori dettata dalla nostra superbia. Forse è opportuno ricordare l’intuizione di un grande poeta come Tagore, secondo il quale ogni volta che nasce un bambino è segno che Dio non si è ancora stancato dell’uomo. Perciò, il Natale è la festa dell’accoglienza di Dio fatto bambino: non essendosi annoiato di noi, egli reitera in ogni nascita il mistero dell’Incarnazione come sfida e provocazione perché vuole ancora progettare insieme a noi il futuro dell’umanità e scommettere sulla nostra speranza ponendosi agli antipodi rispetto ai grandi della terra, poco disposti a collocare al centro del loro impegno i bambini, unica vera risorsa perché il vero sviluppo passa per gli infanti e, di conseguenza, per la famiglia, naturale depositaria di questa grande opportunità di bene.
Lungi da ogni sentimentalismo, questo è il vero significato del Natale. Perciò occorre spogliare la festa da tutti gli insegnamenti falsi stratificatisi nella società per supina ignoranza; non è occasione per gingillarsi con le cose trasformando l’evento annuale in un ridimensionamento della figura di Gesù. Egli è venuto per “salvare ciò che era perduto”. Il Natale, quindi, è tale solo se riesce a ravvivare la fede, riaccendere la speranza di tutti, accrescere l’amore di ciascuno per i fratelli attraverso la concreta riconoscenza verso il Salvatore. Invece, noi abbiamo trasformato il significato di questa festa nel suo contrario: non celebriamo l’umiliazione di Dio che si fa uomo per noi, ricerchiamo il luccichio di luci, l’esaltazione di costosi regali. Impegnati a preparare pranzi sontuosi, dimentichiamo sovente di cogliere spunto dai simboli che si possono desumere dal tradizionale presepio. La pace, appunto, è il primo dono da chiedere in occasione del Natale. Il Bambino in fasce, posto nella mangiatoia per sconfiggere il peccato, fa rinascere in noi una vita nuova, quella divina.
Cristo annovera tra i veri grandi della terra i piccoli: hanno bisogno di tutto, non possono compiere niente da soli, da qui la loro sconfinata fiducia. È tutto qui il mistero ed il fascino di Gesù, che si presenta al mondo nella veste più debole, eppure tutta la prosopopea umana non riesce a schiacciarlo perché Dio vince anche quando si colloca all’ultimo posto. Grande e perenne lezione del Natale: Dio non si trova alla fine di astrusi ragionamenti, ma alla conclusione di una vita umile, vera, sincera, aperta alla luce. Questo il Vangelo; il resto è semplice coreografia, mero commento.
L’umanità è divisa tra chi accoglie e chi oppone un rifiuto al vero Natale perché sovente noi non sappiamo vedere oltre la condizione di debolezza, di fragilità, di mortalità, liberamente scelta. Questi sono i sentimenti profondi che sgorgano dal pellegrinaggio natalizio verso la grotta. Perciò: vale ancora la pena tornare a Betlemme? Guardando in giro per il mondo, la risposta non può essere che affermativa perché gli ultimi, in tal modo, possono continuare a sperare, perché nel deserto dell’egoismo che ci contraddistingue, a giudicare dal dilagare della fame nel mondo, è possibile ancora attendere il bene. Solo così la visione del bambino può riempire di gioia, inizio di una letizia possibile perché, nonostante tutto, Betlemme vive ancora in tanti grazie alla tenerezza dell’innocente che rende efficaci anche gli auguri che ci scambiamo.

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