Lingue e dialetto alleati nella pulsione metamorfica della poesia

Lingue e dialetto alleati nella pulsione metamorfica della poesia

Due anni fa circa, il 25 marzo 2011, ci lasciava a soli 63 anni Michele Sovente, tra i maggiori poeti contemporanei. Sovente era riuscito a mescolare, nel suo linguaggio inimitabile, la lingua latina, l’italiano moderno e il napoletano vernacolare. La sua morte ha lasciato un vuoto che diventa sempre più grande. Si è spenta, con lui, una voce e si è inesorabilmente inaridita una cultura. Rileggiamo a distanza di circa due anni l’ultima opera poetica di Michele Sovente, “Superstiti”, uscita nei mesi in cui il poeta tentava di opporsi con coraggio al male che lo aveva colpito.

di Andrea Manzi

michele sovente by isabella scarpatoLa sensibilità poetica emerge dai suoi tre “codici sorgente” e conquista una unità febbrile: i territori complessi di Michele Sovente – che sono, poi, le tre lingue compresenti nei suoi versi: l’italiano, il latino e il dialetto dei Campi Flegrei – confermano anche nella nuova opera “Superstiti” (Edizioni San Marco dei Giustiniani, pagg. 150, 16 euro, prefazione-guida di Eugenio De Signoribus) di provenire da un più profondo linguaggio. Sono schegge di un idioma che si lascia sospingere dall’urgenza di inscenare vissuti e forse perciò calamita stupori. Addirittura, raro psico-effetto shock per la poesia contemporanea, provoca sorprendenti identificazioni proiettive. La “pulsione metamorfica”, che per Enrico Testa riscatta la poesia di Michele Sovente dal rischio di superflue raffinatezze letterarie che un utilizzo solo formale e combinatorio dei tre codici linguistici avrebbe potuto determinare, compare con evidenza in questa raccolta editorialmente curatissima.

La scrittura duplica, dopo averli accolti come simboli-prototipi, fotogrammi di memoria viva, paesaggi mentali. La parola appare come orma dell’immaginazione e libera vissuti interiori: Contini riconoscerebbe un miracolo dell’evidenza poetica, che semplici sovrapposizioni o giustapposizioni di linguaggi non avrebbero mai potuto suscitare nel lettore. I tre idiomi del poeta evolvono in tessuti vivi, quasi vi si incarnano. È una soffice incarnazione, da cui origina il corpo della poesia. In essa le lingue di Sovente perdono la specificità filologica e tessono una sola autonoma trama di senso. La trasformazione delle lingue utilizzate in direttrici di significati confluenti in una sola area prova la forza metamorfica e bioenergetica di questa poesia che offre all’anima (anche del lettore) l’occasione di svelarsi. La sorpresa del suo ri-conoscimento lega con la “polifonia” del poeta, che in questa opera si arricchisce finanche di espressioni francesi. Intorno al canto si alza un coro del silenzio che protegge il territorio lirico allestito dall’autore con naturalezza quotidiana (“Ho preso appunti su appunti. / Ho innaffiato le piante. / Con un tratto di gesso / ho cercato di delimitare / i punti morti, le zone di rischio. / Camminando da solo nel buio / mormoro qualcosa, faccio / un fischio”). Nel (poeticissimo) spazio routinario di Michele Sovente, si chiederebbe Camus, ci potrà essere un brandello di felicità per Sisifo? La domanda apre la porta dell’assurdo. Rare volte la poesia del secondo Novecento ha capovolto il rapporto tra parola e poesia, recuperando legami con la storia. Michele Sovente fa invece sua, dell’utopia post-ermetica, la convinzione di testimoniare e lascia tracce di perdite e presenze, diventando spettatore di sé, destinatario “superstite”, anch’egli, della sua poesia: “Da sotto schizza quest’uovo / da sotto la tua voce / la tua eco a spirale / per i rami sale / “abbiate misericordia o superstiti / che senza scampo né tregua / vagate a cercare a trovare / erba e miele e illimitatamente / volete attraversare / le invernali soglie nonché conoscere / i lumi fuori dalle mura…”. Ricompare del poeta dei Campi Flegrei lo sprettro-abisso che i tre sapienti codici linguistici antropomorfizzano con docile segno familiare. Baratri e vertigini apocalittiche diventano parole candide – antiche, popolari o comuni poco importa – capaci di seguire “… da sotto il silenzio / degli astri che la lingua / dei morti parlano e nel tufo / antichi segni e nomi / alacremente imprimono: / da sotto…”.  Ha ragione Eco: la più raffinata delle arti, la poesia, quando è autentica, diventa la più popolare delle arti e sembra proprio nata per essere recitata a voce alta ed essere mandata a memoria. Sovente, per la verità, è andato anche oltre e per anni ha calato i suoi versi nelle pagine di giornale, nel clamore assordante delle notizie di cronaca, senza mai scadere nel descrittivismo naturalistico o in improbabili neosperimentalismi. Ma facendo semplicemente il poeta, quale egli profondamente è.

 

redazioneIconfronti

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