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L’Innocente, il volto amico del male

L’Innocente, il volto amico del male
di Giuseppe Amoroso

Nel buio della sua stanza, il dodicenne Matteo, cerca di contare i secondi battuti dal tic tac delle lancette della sveglia, simili a «due piccoli neon che illuminano le api e le rondini disegnate sul quadrante». Gioco difficile, nel dormiveglia affollato di immagini, con la memoria del padre scomparso. che, fluttuando nelle trasparenze di una «bolla sospesa», porta parole di insegnamento, mormorio di una scia oscura che ormai si arrende ai raggi della luce pronta a dissolvere ogni cosa e come comandata dalla realtà complice della dimenticanza. Ma la voce dei giorni tramontati continua il suo assedio, è un una rete dolente che avvolge la madre, le sue frasi monche , il pianto opaco che si trasforma in canto quando la piccola figlia Clarissa si sveglia. Nell’estate più calda dell’anno, Marco Franzoso, autore, tra gli altri suoi racconti, del fortunato Il bambino indaco, ambienta il suo nuovo romanzo, L’innocente (Mondadori, pp. 154), scandendolo nella levità di una scrittura mobile. Una scelta stilistica di armonia e di allarme, che offre la sensazione di essere ad ogni istante disponibile al reale e ai suoi aculei di verità, ma anche, con misurati inoltri, a tentare l’ignoto, a sorprendere rovesciando un sistema di segni collaudato per registrare la cronaca e dischiudere improvvisi spiragli di mistero e, quando tutto si chiude, una «via di fuga». La mano rapinosa dei ricordi sparge, inattesa, un episodio tragico,la scomparsa del padre camionista in un incidente presso Monaco. La vita si inabissa, si riaccende, si rintana nel tempo. Là dove deposita la tragica notizia, è sempre un mondo d’ombre in cerca di risveglio. È l’insidia del buio nell’anima che in questo libro detta l’alternarsi degli anni. Franzoso, mentre descrive un’azione anche minima, l’apre subito a un rotolio di eventi in una dimensione altra. L’illustrazione non traccia i fatti in successione ma va a cercarne rimbalzi, percorsi alternativi, circolarità e aperture estese a motivazioni spesso derivate da un rapinoso impulso del presente. Su un palcoscenico di simboli si apre uno spazio scenico grande e gli sfondi richiamati non si irrigidiscono in una neutralità semplicemente didascalica ma partecipano della tensione del primo piano. La precisione narrativa, propria di un millimetrato lucido realismo (che fa pensare, per esempio, al classico Conservatorio di Santa Teresa di Bilenchi) e la pittura degli ambienti divengono la spinta per offrire all’immaginazione un potere di scavo affilato.
Rimossi alcuni esercizi di una tesi (quelli sintomatici del romanzo di formazione) che possano spingere il racconto verso un piano pericolosamente inclinato, lo scrittore si pone anche al riparo dalle insistenti ossessioni di certi narratori contemporanei decisi, quando invadono il proprio libro, ad attrarre su di sé troppa attenzione. Qui, a partire dal viaggio in auto del ragazzo, in compagnia della madre, verso la città vicina dove dovrà essere sentito da un Giudice per un remoto, oscuro episodio di violenza, si leva subito l’avventurosa inquietudine di un soffio di vento che viene dal mare e di una canzone suonata un giorno con la chitarra dal padre. Un effetto straniante si insinua nella pagina e fa del tempo concreto una memoria dolente e un ricanto di febbre, volontà di oblio su cui si stende quasi un nero velo d’incubo («Il camion di suo padre era un grosso bruco accartocciato su se stesso»). Risalgono a folate figure e fantasmi dell’ieri che non appartengono tanto ai loro pur ben circoscritti contesti, quanto a un flusso lesto a disporre un piccolo universo familiare e quotidiano nel fantasticato spazio di Matteo che lo subisce convulsamente, e si inebria della passione per la musica evocata, quasi senza sospettare un ordine temporale, ma solo abbandonandosi come a un incantamento. Un viaggio breve dalle prospezioni infinite, giocato su due codici espressivi: quello visionario, portato dalle onde lunghe di una prosa attenta ad azionare uno studio psicologico profondo, accordi infinitesimali tra i vari livelli dei fatti, schegge lucenti e maceri e riscontri con il paesaggio; e quello referenziale, condizionato dalle frasi frante e disperate della madre (monologhi, i suoi, più che dialoghi) che pare inoltrarsi un una sfera magmatica, di pericolo. È solo (nel suo angolo di protezione o di esclusione?) Matteo, mentre ad attendere lui e la madre compare l’Avvocato difensore, dalla voce monotona, che «pensa positivo» e che dalla professione ha imparato «il peggio della vita».
Una materia composita, irta e flessibile, pronta a trascorrere da un viso all’altro, da un agglomerato sentenzioso a un’ inquietante atmosfera di suspense, dalla messa in arsi immediata di un problema a un assetto volutamente dilatatorio che sembra voler scompigliare le carte, inanellare risentiti rialzi di situazioni normali, organizzando tutto in blocchi narrativi e in un contrappunto e in immagini destinate a scomparire presto nel fondo da cui sono emerse. L’inesorabile diktat del sistema-racconto, che impone anche con discrezione il peso dei ruoli dei personaggi (esemplare, per esempio quello dell’ Avvocato) e dello svolgimento dei fatti, regolando la logica delle sequenze e degli sconvolgimenti propria di una felice regia, introduce il giovanissimo protagonista nella «Stanza delle parole» in cui una Psicologa con la sua inchiesta tesse e ritesse l’inganno del «mondo delle parole nuove, quelle che tengono lontana la vita vera e dove non c’è posto per paesaggi,alberi, mais e colli». Nel serrato interrogatorio di Matteo, condotto alla presenza del Giudice, affiora la melliflua figura di un prete con i suoi ambigui comportamenti in canonica.
Viaggio verso la rivelazione del male, il romanzo esplora quel linguaggio malato che ha dentro di sé il virus della paura e della vergogna, una patologia verbale che può pure modificare il corso del tempo e delle cose. In silenzio, il ritorno a casa di madre e figlio si contrae nella bruciante brevità sconvolta da una tragica notizia apparsa su un giornale. Ma è anche la fine di un incubo, mentre la strada vuota ora è avvolta da un’ aria «sempre più pulita», senza un filo di vento, e «più vuoto di prima» è il paese come bruciato dall’afa.  Attraversandolo, Matteo si sente più forte, recupera ciò che prima gli era parso un ostacolo insormontabile, scopre, sorpreso, d’essere stato al centro della sua amata musica, ma il visibile intorno mostra ancora incrinature e agguati. Da lontano la quercia, alla cui ombra andava spesso a trovare rifugio, sembra «un fungo sgonfio appoggiato al suolo (…), galleggiante sulle spighe». L’andirivieni di passato e presente sposta la l’indice narrativo su ogni visione (e su un ridestato interesse per l’esterno) che conquista, illude, scorre via, si perde, è forte e poi fioca nell’ormai allegro risveglio dei ricordi. Franzoso è sempre lì, su una pagina indocile e ribelle, serpentina e sospesa proprio nel momento in cui si carica di microeventi, al limite della calligrafia e del sogno. Inarcata per fare di ogni scabra occasione il riepilogo di tutta la vicenda e di un naufragio sempre più remoto. Ora il tic tac è un «pezzo» della vita. Libro che fa d’ogni sua piega «ciò che passa e ciò che resta per sempre», L’innocente, esplorando l’ impervia sfera di un’anima fanciulla, tenta l’imponderabile, l’incerto, la sorpresa che sposta gli elementi delle scene dal grado della referenzialità alla fiamma di un impulso creativo che può accendersi nel più nascosto andito d’angoscia.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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