L’inquieta solitudine della diversità

L’inquieta solitudine della diversità
di Francesco Tozza
Birre e rivelazioni
‘atto unico in otto birre’
scritto e diretto da Tony Laudadio
con Andrea Renzi e Tony Laudadio
Sala P.P. Pasolini – Salerno, 19/20 novembre 016
nella foto Tony Laudadio e Andrea Renzi
Tony Laudadio e Andrea Renzi

Davvero intrigante, oltre che teatralmente efficace (grazie alla notevole bravura dei due interpreti), il testo di Tony Laudadio (Birre e rivelazioni), presentato anche a Salerno (alla Sala Pasolini, inaugurando il terzo anno di attività di “Casa del Contemporaneo”), prima di approdare al Piccolo di Milano: particolare – quest’ultimo – sottolineato non senza una punta di civetteria, in una città che da tempo ha perso primati, più o meno ragguardevoli, nella distribuzione degli spettacoli sul territorio nazionale. Come ‘atto unico in otto birre’ è indicato in locandina, a segnalare – simpaticamente – lo svolgimento della vicenda in otto stazioni, per un percorso di conoscenza ambientato all’interno di un modesto bar, fra una bevuta di birra e l’altra, appunto; non senza un implicito riferimento a possibili effetti etilici per giustificare, in parte almeno, la portata delle progressive, sconvolgenti rivelazioni – e delle conseguenti risposte – di un personaggio all’altro. Ma di cosa si tratta, al di là della apprezzabile leggerezza, accompagnata da sottile ironia, che caratterizza non solo il sottotitolo ma lo snodarsi stesso della vicenda? Siamo dinanzi all’incontro, inizialmente e solo studiatamente casuale, tradottosi presto in sequenze di un dialogo serrato e rivelante, fra il gestore (Sergio) del suddetto bar e un pervasivo avventore (Marco), che poi non è altro che l’insegnante d’italiano del figlio (Francesco), un ragazzo sulla soglia di una maturità che non è solo l’esame che si sostiene a diciotto anni, ma il momento cruciale – in questo come in tanti altri casi – per affrontare nodi o ben più complessi problemi di una importante stagione della vita. Il ragazzo, sempre assente in scena, è tuttavia la presenza costante nel dialogo dei due effettivi protagonisti. Da una parte un padre, che crede di conoscere tutto di suo figlio, ma, come spesso avviene, ne ignora di fatto le inquietudini esistenziali, le incertezze sulla sua identità, anche sessuale nello specifico, del resto ancora in itinere (come altrettanto spesso avviene); e comunque rifiuta un’ipotesi di verità ancor oggi comprensibilmente non facile da accettare, per le difficoltà frapposte, se non più dalla società (mica vero del tutto, comunque!), da una natura pur sempre matrigna nei confronti di chi vorrebbe l’esplicitazione “normale”, cioè normalmente e affettivamente corrisposta, dei propri istinti. Un adulto – dall’altra parte – che la sua identità l’ha invece già scoperta (in direzione diversa, però) nonché ampiamente sperimentata, e nel quotidiano contatto con i giovani – anche per l’esercizio della sua professione – registra vecchie e nuove confusioni, anche all’interno della propria psiche, anela a rapporti ancora difficili (lo saranno sempre, forse?) in una società che promette e permette il consumo degli stessi, assai di rado una loro più autentica e intensa esplicitazione, in una paritetica e convinta bilateralità.

Di qui l’insondabile, inquieta solitudine della diversità, assai bene espressa nell’ultima stazione del lavoro di Laudadio. Dopo il finto ricatto del professore al padre di Francesco (con l’apparente richiesta – cinica, prepotente! – di una prestazione sessuale, onde assicurargli la cessazione, o comunque l’assoluta assenza in futuro, di un pur facile incoraggiamento sulle incertezze del ragazzo), l’ennesima rivelazione: l’amaro, tragicomico scherzo con la messa alla prova della incontestabile, generosa, (magari anche troppo pronta?!) disponibilità di un padre; la rinuncia – certo non la prima – al nascere di un amore, finalmente autentico del melanconico professore. Onde l’infinita, insuperabile (?), solitudine della diversità – ontologicamente intesa (fino a quando?), più che sociologicamente e politicamente determinata, ai nostri giorni, ormai.
Le lodi a Laudadio autore, vanno estese a Laudadio attore: la leggerezza, l’ironia, ma anche l’intensa drammaticità con cui ha infine affrontato il non facile ruolo, sono da manuale. Altrettanto bravo nella parte del padre – uno dei tanti padri d’oggi, affettuosi indubbiamente, premurosi anche nei loro pregiudizi, facili a superarsi quando riguardano gli altri, più difficilmente gestibili se ci toccano da vicino – Andrea Renzi, preciso, estremamente convincente anche per la sua mimica, si direbbe di eduardiana sapienza, pur non avendo nulla – per estrazione culturale e provenienza soprattutto – del grande Eduardo: evidentemente i maestri insegnano pur non volendolo.

redazioneIconfronti

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