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L’insostenibile calvario dei migranti sfruttati

L’insostenibile calvario dei migranti sfruttati
di Luigi Zampoli

Raccolta-pomodori-2Ci sono storie che si esauriscono nel loro stesso racconto e storie che a loro volta ne contengono altre. Conoscerne una, significa conoscerne altre, al tempo stesso.
Esistono vite e destini che non si affrancano mai da minacce, rischi e tragedie d’ogni tipo; vite dannate dal fato che si spengono lì dove resta solo la pietà a far da testimone di un ultimo barlume d’umanità.
Sotto l’ombrellone, sui quotidiani, si legge di un bracciante agricolo sudanese morto nei campi durante la raccolta stagionale di pomodori, a causa di turni di lavoro massacranti di dodici ore, sotto il caldo torrido di questi giorni.
Questa la cruda cronaca, poi ci si addentra nella storia, tragica quanto il suo esito.
Abdullah Mohammed era giunto nel Salento per lavorare come bracciante agricolo, lasciando moglie e figli in Sicilia, per guadagnare due euro l’ora, senza contratto, diritti e garanzie, alla mercé di un caporalato senza scrupoli che, in questa stagione, ammassa forza lavoro nei campi del Sud come bestiame da lavoro, costringendo schiere d’immigrati, e non solo, a raccogliere pomodori in condizioni disumane, con temperature proibitive.
La storia di Mohammed riassume in sé il dramma dell’immigrazione e del lavoro nero, uomini e donne che passano da una vita di stenti e privazioni a un’altra di sfruttamento e negazione di diritti elementari.
Un uomo che per sfuggire alla guerra e alla povertà si ritrova a vivere e lavorare da schiavo in un Paese che appartiene (sic…) al mondo moderno e progredito, riporta indietro le lancette della storia.
Succede nel sud dell’Italia, nel 2015, afflitto da un ritardo cronico sia sul fronte economico che su quello dei diritti sociali; qui si muore d’immigrazione, fatica e caldo.
Una morte che apre uno squarcio sulla questione del mercato del lavoro agricolo nel meridione, una tratta di uomini che non conosce dignitĂ  e diritti, un ambito intriso di una cultura padronale violenta e spietata.
Sono persone costrette a rimanere con la schiena piegata e lo sguardo fisso a pochi centimetri dalla terra per paghe da fame, cui non è concesso di star male o di chiedere aiuto fino a quando non avranno raccolto l’ultimo pomodoro, al tramonto.
La terra chiede tanto a chi la coltiva, il suo concime è anche il sudore della fronte del bracciante instancabile, ma questo non è un sacrificio di vite umane chiesto dalla natura in cambio dei suoi frutti, è soltanto una storia di bieco sfruttamento di corpi privati di ogni decoro e diritto sul lavoro.
Per alcuni gli immigrati che lavorano in queste condizioni sono ladri di lavoro, parassiti che rubano un’occupazione agli italiani; il “parassita” Mohammed è morto chiudendo gli occhi sull’oro rosso, sulla terra feconda resa incandescente dal sole.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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