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L’insostenibile eredità di Pasolini

L’insostenibile eredità di Pasolini
di Pasquale De Cristofaro

“Pasolini di tutti noi”. Sono esattamente quarantuno anni che ci separano dalla tragica scomparsa di Pier Paolo Pasolini (morto nella notte tra il primo e il due novembre presso il lido di Ostia) e molti ancora lo commemorano dedicandogli riflessioni e studi. Spesso si tratta di una ritualità stanca ed inutile, a volte, invece, di una necessità ancora proficua. La sua è un’eredità difficile, scandalosa, imbarazzante. Per capirci, credo che i suoi effettivi eredi siano pochissimi. Intanto, perché il mondo che aveva vagheggiato più non esiste; quelle radici alle quali spesso ha fatto ricorso per arginare l’orrore della modernità, sono state travolte da una fiumana impetuosa chiamata “sviluppo”. Uno sviluppo che nel secondo dopoguerra aveva già provocato una profonda mutazione antropologica in un popolo ancora legato in molte parti del Paese a condizioni pre-moderne. Le città metropolitane, il consumismo e l’omologazione avrebbero asfaltato in pochi anni “tradizioni e bellezza”, sostituendole con masse senza più identità condivise, uomini a una dimensione, coscienze completamente alienate incapaci di comprendere l’angoscia del vuoto, prodotto dallo scintillio inutile e sfavillante di un grande luna-park senza senso.
Il poeta di Casarsa combatté contro tutto questo, gettando generosamente il suo corpo nella lotta. Oggi, vedo solo farisei che nel suo nome si seggono volentieri alla mensa del principe di turno. Troppa gente con poco coraggio, poca lealtà e senza la sua grande cultura, usano il suo nome per accreditarsi e poi volgarmente non mancano di ucciderlo ancora. In quanto «“eredi” siamo disposti ad accogliere eredità che non impegnino, che non obblighino, che non esigano da noi interrogazioni e risposta, ma che, anzi, ci rassicurano ancor più nelle nostre pretese di autonomia», così ci ammonisce Massimo Cacciari e così credo sia per molti pasoliniani d’oggi. Abbiamo, cioè, dimenticato che la sua conversione a una “vita violenta”, lontano dal rassicurante pantano piccolo-borghese, sia stata più prossima alla conversione paolina; in San Paolo, infatti, il Signore non s’insinua nell’anima, ma vi irrompe all’improvviso, sconvolgendone il corpo con inaudita violenza.
Una “crudeltà”, insomma, che pochi potrebbero davvero sopportare. Detto questo, credo sia arrivato il momento di prendere coscienza del definitivo distacco da un intellettuale di così rara potenza. Pasolini era un poeta sempre, non solo quando faceva poesia. Lo era anche quando, “sulle ceneri di Gramsci”, cominciò ad edificare il suo essere un intellettuale contro il “Palazzo”. E i poeti spesso mancano le proprie profezie. Anche a lui capitò di mancarne alcune, ma questo non ne sminuisce la forza. Infine, come un minotauro (figura mitica a lui molto cara, metà uomo e metà animale) sapiente, egli ci ricorda che la politica significa sostanzialmente questo: “chi sono io, in confronto agli altri, alla città?”.
Da tempo abbiamo preferito non rispondere, precipitando con gioiosa insignificanza nella morta gora dei nostri giorni senza più passioni.
“Ad memoriam per Pasolini” di Michele Schiavino, il 4 novembre al Mumblerumble ci ha riportato coi piedi per terra e ci ha costretti a fare i conti con la sua difficile eredità.

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