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L’invidia dei poveri

L’invidia dei poveri
di Andrea Manzi
Andrea Manzi

Andrea Manzi

La campagna per le Europee ansima, gli scandali si moltiplicano, i politici evaporano nella spirale di sospetti sinistri. Chi tra noi andrà a votare si chiede quali siano, nell’abietta deriva che ci tocca, le minime comuni caratteristiche di un candidato. Onestà, competenza, preparazione? Macché, roba d’altri tempi. Basterebbe essere nella realtà, occupare un posto nella coscienza del mondo che ci ospita. Essere “dentro”, non fuori e non oltre, non sopra né sotto, ma al passo, cioè nel flusso di quegli eventi che segnano il tempo e lo connotano. L’altro giorno – a distanza di sei, sette ore – abbiamo incontrato la folla degli “ultimi” di nostrana presenza nella Piana del Sele e in quel suk sub-urbano che è la stazione di Napoli, due aree campane distanti settanta chilometri, due macchie di uno stesso leopardo geo-politico caotico, sudato e febbrile. Sembra risuonare in queste amare plaghe l’Sos lanciato da Abraham Yehoshua: diamo una patria a chi fugge, subito un Piano Marshall per i migranti e, giù giù, fino agli abissi che conducono all’identità cercata ad ogni costo, che lo scrittore israeliano postula come valore, legandola al territorio. Viene però da pensare, in questa infernale babele post moderna di lingue e odori infilati dall’indifferenza, che l’identità sia piuttosto una minaccia, una malattia, se si risolve nella contrapposizione di etnie e nella loro inesorabile ghettizzazione spaziale.
Il voto occorrerà darlo, pertanto, a chi non si consideri fuori da questi conglomerati di fame, sudore, sfruttamento e freddo, da questi non-luoghi di apolidi rassegnati alla marginalità, nei quali è quotidianamente risucchiata anche la parte più debole del nostro paese. Sotto il sole della Piana c’è un popolo di nuovi servi della gleba, frammenti di uomini dispersi nel silenzio che il caporalato neofeudale spolpa, scucendogli dagli occhi la speranza che li ha indirizzati verso di noi.
Essere dentro questo mondo di colori sfocati significa percepire il cammino di una storia contorta, lungo i cui margini il bisogno e l’opulenza camminano senza avere quasi più bisogno di regolare i loro conti, perché la seconda ha già vinto la guerra del potere e gioca ormai la carta di un odioso assolutismo regio. Essere dentro presupporrebbe di vivere il dramma di questa nostra vita reale e non risiedere nell’empireo dorato di una dimensione immaginaria, nella quale i nostri candidati vivono senza considerare che i fondamenti della convivenza e della democrazia sono ormai erosi dalle disparità di trattamento, dalle diseguaglianze e dal comportamento di quanti nelle istituzioni, anziché recuperare livelli accettabili di vivibilità, speculano sui contrasti tra gli “ultimi” e li dilatano in uno scontro senza fine, con la sola improbabile speranza di recuperare consensi.
Occorrerebbe un po’ di conoscenza di questo mondo in fiamme, e tanto basterebbe per trasformare un candidato in un buon politico. Il desiderio probabilmente rimarrà inappagato perché nemmeno noi abbiamo colto appieno la portata del cambiamento e dell’attuale crisi: un deficit di conoscenza che oscura la vista anche di chi andrà a votare. Eppure, nel suk della stazione di Napoli e tra i solchi della Piana, lo sconvolgimento mostra rovine: perduti nell’indigenza senza volto di chi non ha dimora, i nuovi schiavi possono invidiare finanche i nostri poveri, smentendo il motto di Boccaccio per il quale “solo la miseria è senza invidia”.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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