L’Italia adesso ha più prestigio ma penalizza i lavoratori e l’Università

L’Italia adesso ha più prestigio ma penalizza i lavoratori e l’Università
di Pino Cantillo

Pino Cantillo

Non c’è dubbio che dalla fine del 2011 nello scenario mondiale, e in particolare in quello europeo, la posizione dell’Italia è cambiata, riacquistando un po’ di prestigio e di capacità di incidere nel dibattito in corso sulla crisi.  Non riconoscere questa svolta impressa dall’azione del Presidente del Consiglio nei rapporti con i partners europei  sarebbe non solo ingeneroso, ma errato. Questo riconoscimento non esime però dal valutare criticamente le iniziative, i provvedimenti del governo. A cominciare dal provvedimento blitz sulle pensioni, che certo è servito a riguadagnare fiducia in Europa, ma a spese della giustizia verso tanti cittadini, tanti lavoratori, tante famiglie. Un provvedimento anche tecnicamente imperfetto, come mostra la dolorosa vicenda degli esodati.  Quel primo provvedimento ha segnato la linea del governo Monti  definendo l’obiettivo principale, se non l’unico: come diceva Tremonti, mettere in ordine i conti pubblici. Ora, nessuno contesta l’importanza di tale obiettivo, ma come raggiungerlo?  Colpendo le fasce sociali che sempre finora hanno pagato: in tutti i sensi, sia pagando le tasse, sia sottoponendosi a ristrettezze e sacrifici.  Vale a dire l’intera galassia del lavoro dipendente, sia privato che pubblico, così come di una gran parte del lavoro autonomo.  A parte la pericolosa revisione dell’art. 18, la Riforma del lavoro non ha inciso in modo significativo sul precariato. Inoltre molto preoccupante è la imminente riduzione degli organici del pubblico impiego che porterà a una ulteriore spinta alla disoccupazione. Ma ancora più inaccettabile  appare la politica del governo nei confronti dello stato sociale che viene profondamente minato:    direttamente con i tagli alla sanità , e ancor più, indirettamente con i tagli ai finanziamenti alle Regioni, alle Province, soprattutto ai Comuni, che comportano gravissime restrizioni nelle già insufficienti politiche sociali e assistenziali. La riduzione della spesa pubblica è certamente un giusto obiettivo, quando si tratta di  spese irrazionali, superflue, soprattutto  deviate ,  disoneste. Ma al là di questa fenomenologia dello spreco, le riduzioni strutturali non possono non portare a un  ulteriore  scadimento dell’efficienza della pubblica amministrazione e dei servizi fondamentali alla cittadinanza (a cominciare dai trasporti). Per restare alla politica del rigore, senza ancora sfiorare quella dello sviluppo, che il rigore, da solo, non produce,  non è possibile non porsi una domanda.  Dev’essere evitato l’aumento dell’Iva ad ottobre, devono essere trovate risorse per gli aiuti ai terremotati e per porre riparo almeno in parte all’errore degli esodati. Cosa fa il governo :  ricorre alla solita politica dei tagli sia pure non completamente lineari, ma egualmente funzionali a un vero e proprio smantellamento dello stato sociale. La domanda è: come mai un governo tecnico (sganciato apparentemente da preoccupazioni elettorali), che gode dell’appoggio del Presidente della Repubblica, che gode del sostegno del Partito virtualmente di maggioranza, il Partito Democratico (che fino a prova contraria è un partito di sinistra, o di centro-sinistra),  non ha avuto il coraggio – non dico di attuare – ma almeno di proporre una “patrimoniale” , un prelievo sui grandi patrimoni, certamente non difficili da individuare?  Il fatto è che la ricchezza non va toccata.  Ma ancor di più , non si devono introdurre principi che possano mettere in questione il primato dell’economico , facendo prevalere principi di giustizia, di eguaglianza sostanziale, di primato del bene comune, che è il bene di tutti, il bene delle persone .   Questa è la sensazione che si ha  del  governo Monti:  un governo che –   se si fa eccezione di qualche sforzo fatto dai ministri Riccardi  e Balduzzi  –  è guidato da freddi principi economici  strettamente aderenti all’immediato , al presente;   al presente dei mercati, delle borse, dei poteri forti:   di un’economia senz’anima , ma anche senza sguardo al futuro.   Tant’è vero che fino a ieri si pensava di ridurre ancora di 200 milioni il finanziamento alle Università pubbliche, cioè alla ricerca e alla formazione: sembra che questa decisione sia stata rivista; meno male! Ma resta l’amarezza di una scarsa considerazione per uno dei principali fattori di sviluppo, di “crescita”, come oggi si preferisce dire.

redazioneIconfronti

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