L’Italia che si fa squadra

L’Italia che si fa squadra
di Giuseppe Foscari *
Giuseppe Foscari
Giuseppe Foscari

Resta quasi un mistero il fatto che nei giochi di squadra nelle Olimpiadi che si stanno disputando a Rio l’Italia sia riuscita a collocarsi tra i primi posti al mondo in specialità quali la pallanuoto (maschile e femminile) e la pallavolo (maschile). Il dato non va affatto sottovalutato.

Cosa scatta nella testolina di questi matti italiani? Individualisti ma anche capaci di lavori di gruppo, nei quali occorrono tecnica dei singoli, agonismo, talento, disciplina sportiva, ma anche e soprattutto tantissimo spirito di squadra e coralità?

Chiarisco in via preliminare che l’idea di “matti” ci è costantemente affibbiata dai turisti quando devono fare i conti con l’indisciplina degli automobilisti nostrani, troppo alle prese a passare con il rosso, a sgusciare a destra in sorpassi azzardati in autostrada come in città, spesso in barba alle telecamere e ai tutor, a parcheggiare ovunque sia possibile e ovunque non sia consentito farlo, a scattare agli incroci con semafori come se iniziasse la gara automobilistica più importante della loro vita. E il repertorio in materia è davvero molto vasto.

Ma l’Italia, è proprio vero, sa farsi squadra, sa essere un collettivo di straordinaria efficacia, sa superare gli ostacoli dell’egoismo individualista per costruirsi le favole di gruppi che lavorano per un solo obiettivo. E, soprattutto, che sa prepararsi per anni con una magistrale educazione allo sforzo d’insieme, a ragionare tutti nella medesima direzione e verso il perseguimento del massimo risultato possibile. Non è facile costruire tutto questo e chi pratica lo sport lo sa benissimo. Certo, abbiamo ottimi tecnici, preparatori atletici, a macchia di leopardo disponiamo di sofisticate attrezzature, palestre e piscine, tutte cose determinanti per essere competitivi, ma l’opera architettonica più difficile resta sempre mettere in piedi il gruppo, viverlo, plasmarlo, in pratica, costruire un’identità nella quale esso deve costantemente riconoscersi.

Quella stessa identità che scema moltissimo nel vissuto quotidiano, quando non prevale l’idea di fare sistema, di essere una rete integrata di creatività, di lavoro collettivo, e quando, invece, l’italiano diventa prevaricante, egoista, e si costruisce la giungla nella quale vivere, o forse litigare, cosa che gli riesce sempre meglio ultimamente, ahimè!

Certo, le Olimpiadi sono state anche il trionfo di singoli atleti, valga uno per tutti: Elia Viviani, nel ciclismo su pista. Resistenza alla fatica, testa, gambe, cuore enorme, tattica e tecnica. Queste sono state le sue incredibili armi. E, dietro, come spesso accade nello sport come nella vita, qualche cocente sconfitta, sulla quale costruire la vittoria.

Ecco, quando l’Italia si fa squadra sa prendere il meglio dei suoi uomini migliori e utilizzarlo per proiettarli verso insperate mete, alle quali nazioni molto più attrezzate, molto più competitive, con un maggior numero di praticanti rispetto all’Italia, faticano ad arrivare.

Nello sport non si può barare, non si può far finta di essere tutti dalla stessa parte e remare in direzione contraria, nello sport prevalgono i migliori, quelli che hanno sanissima disciplina sportiva e sono onesti.

Nello sport conta il nome solo se sei più bravo di tuo padre o tua madre o sei almeno al loro livello.

Capito, politici?

 

* professore di storia dell’Europa presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno

In primo piano, Olimpiadi di Rio – scherma a squadre

redazioneIconfronti

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