Mer. Lug 17th, 2019

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L’Italia dei vecchi e nuovi emigranti sul “lettino” di Elena Visconti

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Elena Visconti di Modrone è nata a New York nel 1976. Ha vissuto a New York, al Cairo, a Londra e a Roma, dove si è laureata in Psicologia clinica e di comunità all’Università La Sapienza. Dal 2003 vive a New York dove si specializza in psicoanalisi all’Institute for Psychoanalytic Training and Research (IPTAR) e ottiene la License in Psychoanalysis dallo Stato di New York. Attualmente lavora privatamente come psicoterapeuta e psicoanalista nel suo studio a New York e come Language Coordinator per il Dipartimento di Italiano della New York University (NYU).
di Vincenzo Pascale


Elena Visconti di Modrone (foto) è nata a New York nel 1976. Ha vissuto a New York, al Cairo, a Londra e a Roma, dove si è laureata in Psicologia clinica e di comunità all’Università La Sapienza. Dal 2003 vive a New York dove si specializza in psicoanalisi all’Institute for Psychoanalytic Training and Research (IPTAR) e ottiene la License in Psychoanalysis dallo Stato di New York. Attualmente lavora privatamente come psicoterapeuta e psicoanalista nel suo studio a New York e come Language Coordinator per il Dipartimento di Italiano della New York University (NYU).

Come è maturata la sua decisione di vivere a New York?
Dopo essere nata in questa città e aver viaggiato tanto da bambina, per seguire la carriera diplomatica dei miei genitori, sono tornata a New York da adulta, pensando, come accade a molti, di restarvi solo per qualche mese. Partecipavo ad un progetto di ricerca in Psicoanalisi di sei mesi. La città e il fervore intellettuale che trovai tra i miei colleghi e coetanei mi spinsero a restare per approfondire il mio interesse per il linguaggio psicoanalitico e per il bilinguismo. New York era la città ideale per questo progetto, un vero melting pot.
Esistono secondo te analogie tra gli italiani che si sono trasferiti in questi anni a New York e l’emigrazione di massa del primo ‘900?
Gli emigrati del secolo scorso partivano per scommettere su un futuro migliore, ma anche per disperazione, lasciando un mondo che purtroppo poteva offrire loro ben poco. Le persone che si trasferiscono qui adesso lo fanno per scelta e ponendo le loro condizioni. Si tratta certamente di un’emigrazione più elitaria di quella del secolo scorso, ma meno esclusiva di quella degli anni ‘60, oggi un’esperienza americana è più alla portata delle nuove generazioni.
L’emigrazione (anche di professionisti), lo shock culturale creano ancora dei malori psichici per risolvere i quali è necessario l’aiuto di uno psicologo?
Sì, l’emigrazione può portare a profondi conflitti legati sia alla separazione dal proprio paese che alla ridefinizione della propria identità. Spesso queste persone si trovano divise tra due mondi, e questo può portare ad una fragilità del loro senso di sé; i sintomi possono variare dall’ansia generalizzata a veri e propri stati confusionali e depressivi per cui un intervento psicologico si rende necessario.
Dalla tua attività professionale quali considerazioni hai maturato sul valore dell’emigrazione?
Personalmente per me è difficile avere un giudizio che non sia influenzato dalla mia esperienza personale e dalla professione che svolgo in una città come New York che si fonda e si sviluppa sugli emigrati delle generazioni passate e sull’emigrazione recente. Credo che l’emigrazione in un paese straniero rappresenti una sfida per ognuno non solo a livello professionale, ma principalmente sul livello psichico, in quanto porta inevitabilmente ad una ridefinizione profonda della persona. Questo processo può essere traumatico specialmente in alcune circostanze di isolamento affettivo.
Che cosa potrebbe insegnare all’Italia la storia dei suoi emigranti in America e nel mondo?
Le testimonianze degli emigrati italiani in America del secolo scorso parlano di emarginazione, discriminazione e sfruttamento. Oggi essere italiano in America è molto diverso. L’italianità è apprezzata e ricercata, persino da chi faceva di tutto per lasciarsela alle spalle. Gli emigrati di allora, che incoraggiavano i loro figli a dimenticare l’italiano sperando che questo favorisse la loro integrazione in America, adesso spingono i loro nipoti a riallacciarsi alla cultura italiana. Nonostante le grandi differenze tra l’emigrazione in America di allora e quella odierna in Italia, certamente New York oggi è un simbolo di un processo di integrazione multiculturale non semplice né definitivo, ma speriamo possibile.

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