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L’Italia e gli italiani raccontati con i loro vizi

L’Italia e gli italiani raccontati con i loro vizi
di Franco Fortunati

Con superbia si parla di avarizia, perché non si dia spazio all’ira e perché l’invidia di un’effimera aurora riesca a superare l’accidia della gola, ci si butta nella lussuria di un viaggio il cui ritorno è la purificazione da ogni vizio.
Un viaggio in Italia, attraverso i setti vizi capitali che caratterizzano la vita di ciascun italiano, raccontato in un sol libro: “Al mio paese” di Melania Petriello, edito da eDimedia. Ma il racconto è corale, perché ognuno è vittima dei propri vizi, anche se il tentativo di redenzione è multiplo. Ad aiutare Melania Petriello ci sono nove giornalisti: Laura Maurelli, Vanni Truppi, Gianmaria Roberti, Carlo Tarallo, Giuseppe Crimaldi, Fausta Speranza, Tiziana Di Simone, Luciano Ghelfi, Carlo Puca. Il viaggio parte dalle parole di alcuni giornalisti, da avventure che poi possono portare all’antica pratica della catarsi. Purificazione dal proprio peggio, che per alcuni significa anche il meglio: ovunque, nelle pagine della Petriello regna il vizio, tanto si continuerà a sbagliare in modo più o meno consapevole. E la Petriello spinge ad una riflessione, sin dal prologo del giornalista Frando Di Mare ci si chiede: e se ci fosse l’indicazione per l’uso del vivere, come si chiedesse ai nostri gesti di essere interpretati con una valutazione differente. Cioè, se dal vizio si arrivasse alla virtù? Ma in “Al mio paese” c’è qualcosa di Chesterton, quel raccontare che è anche un po’ indagare nell’animo umano. Praticamente quanto Chetserton in “Assassinio nella cattedrale” fa fare a Padre Brown, mitico personaggio del prete detective. In fondo è la stessa “operazione”, lo stesso espediente che fanno i nostri autori: raccontare storie per mettere a nudo i limiti di questo nostro Paese sempre in bilico tra inferno e paradiso tra fragilità e grandezze, tra eroismi involontari e mediocrità elevate a virtù. “Al mio paese” serve per fare i conti con il proprio vivere quotidiano, anche se per alcuni non serve pentirsi. E così si parla dei vizi della politica (poca virtù?), dell’ira che cancella l’amore per il proprio Sud, dell’invidia raccolta in un complotto che sfiora la storia e attraversa l’arte, della superbia per la mancata integrazione, l’accidia che è diffidenza nei confronti del rigore, o la mancanza assoluta del rigore che diventa gola nella gestione dei debiti pubblici nel Sud Europa, fino alla lussuria di chi dona il proprio corpo ma non il proprio cuore.E se in tutto ciò ci fosse del catartico lo si scopre solo aprendo la strada alla “codificazione” dell’ottavo vizio.

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