Dom. Set 15th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

L’Italia è il paese delle sagre e ai ristoratori saltano i nervi

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Quante sagre si organizzano in Italia? Impossibile saperlo. Il dato è aggiornabile giorno dopo giorno e non sarebbe mai preciso perché spunta sempre dietro l’angolo qualche bancarella con una porchetta o un cuoppo fritto spacciato per prodotto tipico. In provincia di Brescia il calcolo lo hanno fatto: 1600 sagre nei mesi di giugno – settembre. E giù il putiferio tra ristoratori, associazioni e amministrazioni comunali. Tutti contro tutti. I ristoratori attaccano le sagre, da nord a sud: gli organizzatori guadagnano spacciando per prodotto tipico un prodotto che tipico non è, senza scontrini né autorizzazioni sanitarie. A Brescia la guerra va avanti da almeno tre anni. In provincia di Salerno è appena cominciata con i titolari di alcuni ristoranti della Valle dell’Irno che hanno dato vita ad un comitato anti-sagre, ormai considerate ristoranti a cielo aperto. Tutto a scapito di chi paga regolarmente un affitto, le tasse, l’occupazione di suolo pubblico etc etc etc. Certo che di sagre strampalate ce ne sono, eccome. La sagra della polpetta di baccalà di Spiano, minuscola frazione di Mercato San Severino in provincia di Salerno. Di tipico cosa ha? Il baccalà surgelato? E come fare a dimenticare la Sagra dello Struzzo a Cava de' Tirreni, la sagra delle orecchiette a Salerno (ma perché, è un prodotto tipico locale?), la sagra della trippa a Castel San Giorgio, del peperone a Carmagnola in provincia di Torino, del ranocchio a Conselice, vicino Perugia o della granocchia a Civitella Paganico (GR) che pure hanno un seguito straordinario di appassionati e una lunga tradizione alle spalle. A Cicciano, provincia di Napoli, si sono inventati la sagra più “economica” d’Italia, con casatiello gratis e senza scopo di lucro, con fondi raccolti per la ristrutturazione del Santuario. Il problema, però, resta. Successo o no, le sagre ormai proliferano e si moltiplicano di estate in estate. Un fenomeno ormai non più sotto controllo che crea non pochi problemi alla ristorazione. È forse veramente giunto il momento di regolamentare questi eventi, che spesso hanno la sola finalità lucrativa producendo danni a chi – ristoranti e pizzerie - cercano faticosamente di uscire dalla crisi. Molti si chiedono dal punto di vista fiscale quale trattamento abbiano queste feste che spesso incassano migliaia di euro in una sola serata. Questa estate qualcosa si è mosso. Da Novara a Teramo, passando per l’Irpinia, il brindisino e il salernitano, i controlli della Guardia di Finanza sono stati serrati e le feste passate al setaccio per verificare conti, scontrini e irregolarità. A Genova si è scomodato lo Sportello dei Diritti che ha lanciato l’sos sugli alimenti considerati per nulla locali o tipici e addirittura di scarsa qualità. L’idea potrebbe essere quella di istituire, nelle varie amministrazioni comunali, un codice di qualità da applicare alle varie sagre, concedendo le autorizzazioni solo a quelle feste che effettivamente promuovono tra residenti e turisti la cultura gastronomica del territorio senza creare concorrenza sleale. Senza una regolamentazione presto qualcuno si inventerà la sagra del sushi e del sashimi. Alla faccia dei ristoranti giapponesi.

Quante sagre si organizzano in Italia? Impossibile saperlo. Il dato è aggiornabile giorno dopo giorno e non sarebbe mai preciso perché spunta sempre dietro l’angolo qualche bancarella con una porchetta o un cuoppo fritto spacciato per prodotto tipico. In provincia di Brescia il calcolo lo hanno fatto: 1600 sagre nei mesi di giugno – settembre. E giù il putiferio tra ristoratori, associazioni e amministrazioni comunali. Tutti contro tutti. I ristoratori attaccano le sagre, da nord a sud: gli organizzatori guadagnano spacciando per prodotto tipico un prodotto che tipico non è, senza scontrini né autorizzazioni sanitarie. A Brescia la guerra va avanti da almeno tre anni. In provincia di Salerno è appena cominciata con i titolari di alcuni ristoranti della Valle dell’Irno che hanno dato vita ad un comitato anti-sagre, ormai considerate ristoranti a cielo aperto. Tutto a scapito di chi paga regolarmente un affitto, le tasse, l’occupazione di suolo pubblico etc etc etc.
Certo che di sagre strampalate ce ne sono, eccome. La sagra della polpetta di baccalà di Spiano, minuscola frazione di Mercato San Severino in provincia di Salerno. Di tipico cosa ha? Il baccalà surgelato? E come fare a dimenticare la Sagra dello Struzzo a Cava de’ Tirreni, la sagra delle orecchiette a Salerno (ma perché, è un prodotto tipico locale?), la sagra della trippa a Castel San Giorgio, del peperone a Carmagnola in provincia di Torino, del ranocchio a Conselice, vicino Perugia o della granocchia a Civitella Paganico (GR) che pure hanno un seguito straordinario di appassionati e una lunga tradizione alle spalle. A Cicciano, provincia di Napoli, si sono inventati la sagra più “economica” d’Italia, con casatiello gratis e senza scopo di lucro, con fondi raccolti per la ristrutturazione del Santuario.
Il problema, però, resta. Successo o no, le sagre ormai proliferano e si moltiplicano di estate in estate. Un fenomeno ormai non più sotto controllo che crea non pochi problemi alla ristorazione. È forse veramente giunto il momento di regolamentare questi eventi, che spesso hanno la sola finalità lucrativa producendo danni a chi – ristoranti e pizzerie – cercano faticosamente di uscire dalla crisi. Molti si chiedono dal punto di vista fiscale quale trattamento abbiano queste feste che spesso incassano migliaia di euro in una sola serata. Questa estate qualcosa si è mosso. Da Novara a Teramo, passando per l’Irpinia, il brindisino e il salernitano, i controlli della Guardia di Finanza sono stati serrati e le feste passate al setaccio per verificare conti, scontrini e irregolarità. A Genova si è scomodato lo Sportello dei Diritti che ha lanciato l’sos sugli alimenti considerati per nulla locali o tipici e addirittura di scarsa qualità. L’idea potrebbe essere quella di istituire, nelle varie amministrazioni comunali, un codice di qualità da applicare alle varie sagre, concedendo le autorizzazioni solo a quelle feste che effettivamente promuovono tra residenti e turisti la cultura gastronomica del territorio senza creare concorrenza sleale. Senza una regolamentazione presto qualcuno si inventerà la sagra del sushi e del sashimi. Alla faccia dei ristoranti giapponesi.

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