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L’Italia e le sue macerie culturali

L’Italia e le sue macerie culturali
di Luigi Zampoli

LIBRI

Secondo i rilevamenti dell’Ufficio Statistico Europeo, Eurostat, l’Italia è la nazione in Europa con la più bassa percentuale di spesa pubblica destinata alla politiche di implementazione culturale (1,1% rispetto al 2,2% dell’Ue) ed è al penultimo posto, seguita solo dalla Grecia, per percentuale di spesa in istruzione e formazione (l’8,5% a fronte del 10,9% dell’Ue ).
Considerando che abbiamo il privilegio di vivere nel Paese con la più imponente concentrazione di tesori artistici e di patrimonio culturale esistente al mondo, il dato in questione, peraltro prevedibile, rappresenta l’ennesima bocciatura internazionale.
Lo scenario che si presenta ai nostri occhi e, soprattutto, ai tanti stranieri che visitano l’Italia è desolante: musei che non hanno fondi per esporre e restaurare capolavori d’arte di inestimabile valore, siti archeologici in stato d’abbandono (Pompei su tutti), alla mercè delle intemperie, biblioteche fatiscenti che non hanno soldi per comprare nuovi volumi e depredate di raccolte di straordinaria ricchezza, come testimonia l’oltraggiosa spoliazione di testi antichi messa in atto ai Girolamini di Napoli.
La cultura è fatta di beni materiali, come le testimonianze tangibili del nostro glorioso passato, che risentono della mancanza di progettualità e delle drastiche riduzioni dei fondi pubblici, ma anche di beni immateriali, ovvero quella dimensione estetica del sapere che rappresenta lo scrigno comune di sensibilità, gusto e conoscenza che in Italia è stato letteralmente scassinato da politiche scellerate, scelte nepotistiche e clientelari fatte in un quadro di totale approssimazione, mancanza di progettualità e drastiche riduzioni dei fondi unici destinati all’arte ed alla cultura.
Ormai l’Italia ha perso quote significative di capacità d’influenza in tutti i settori della produzione culturale, così come nel settore del progresso scientifico e tecnologico.
Il discorso sulla cultura sembra però non essere al centro dell’agenda delle forze politiche, probabilmente perché si tratta di un argomento spinoso ed impopolare, dallo scarso tornaconto in termini di consenso elettorale.
Parlare di cultura nel paese della cultura non conviene, è considerato un esercizio elitario che allontana le masse acclamanti e votanti: un recente ed illuminato ministro dell’economia ebbe a dire “ …. sì, ma con la cultura non si mangia”.
La bandiera della cultura è stata ammainata anche da quegli intellettuali, pochi in verità, che dovrebbero far sentire la loro voce forte contro il dissesto del sapere italico, e che, invece, per quieto vivere o per garantirsi rendite di posizioni o eventuali, futuri posti al sole, preferiscono restare silenti, compiacenti e quindi complici dell’attuale stato delle cose.
Ci sono state voci isolate che, in tempi non sospetti, hanno manifestato il loro pubblico dissenso e denunciato lo sfascio delle politiche culturali in Italia, come quella di S. Settis, archeologo e storico dell’arte della Normale di Pisa, di fama internazionale, che, da Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, non esitò a contestare apertamente la devastante politica di tagli alla ricerca scientifica universitaria operati dall’allora governo Berlusconi.
In realtà il quadro si fa ancor più sconfortante quando si “scende” nelle piccole realtà del Sud, come Salerno, dove il dialogo tra politici e amministratori locali ed operatori della cultura è praticamente inesistente, se non in funzione di “endorsement” di quest’ultimi nei confronti dei primi.
Nel Sud devastato da crisi economica e tagli, dove si lotta quotidianamente per la sopravvivenza è ancora lecito parlare di cultura e del suo ruolo strategico? Cercasi buone risposte perché Rinascimento vò cercando…

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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