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ll sistema sanitario meridionale nel codice di San Leucio / 2

ll sistema sanitario meridionale nel codice di San Leucio / 2

In Campania − regione dei maggiori ritardi e disguidi nella politica sanitaria, che tanto pesano su tutti i cittadini − vi fu un periodo, alla fine del XVIII secolo, di grandi conquiste civili e sociali proprio in questo settore. Ci riferiamo ad alcuni interessanti aspetti del Codice borbonico della colonia “utopica” di San Leucio, con particolare riguardo alla straordinario stadio di avanzamento proprio dei suoi aspetti sanitari.

di Vincenzo Aversano e Silvia Siniscalchi

Aspetti socio-assistenziali dello Statuto di San Leucio nel confronto con altre esperienze consimili
Assistenza e sanità a S. Leucio: un laboratorio di “reale” modernità

Ferdinando IV di Borbone e M.Carolina d'Asburgo

Analizzare gli aspetti assistenziali e socio-sanitari, quali emergono dallo Statuto della Real Colonia borbonica dei lavoratori della seta, costituisce un’impresa alquanto problematica; alla complessità intrinseca dell’indagine (dove entrano in gioco storia, diritto, medicina e urbanistica), si aggiunge infatti la scarsità di studi in materia disponibili (soprattutto per il Mezzogiorno), che si sono dovuti misurare  con la multiforme situazione assistenziale dell’Italia pre-unitaria [1].
Ciò nonostante, gli studi dedicati al settore si sono notevolmente accresciuti negli ultimi vent’anni, ponendo l’attenzione sullo sviluppo delle modalità diagnostiche e curative della medicina nelle varie epoche, sulla sua contaminazione con pratiche magiche, religiose e credenze popolari, sulla sua attenzione per le malattie legate al lavoro e, particolarmente, sul processo che da scienza a carattere individuale l’ha trasformata in sistema di assistenza, cura e prevenzione collettiva controllato dallo stato[2].
A tal proposito, eventi e riforme del XVIII secolo sono apparsi determinanti per l’ammodernamento della sanità e la sua trasformazione in sistema statale, sebbene, secondo alcuni studiosi, solo nel periodo successivo alla Rivoluzione francese i presupposti sociopolitici, istituzionali, ideologici ed epistemologici di tale epocale mutamento sarebbero giunti a maturazione (Keel, 2007). Perciò, in tale prospettiva, il Decennio napoleonico è stato ritenuto molto significativo, soprattutto per il Mezzogiorno dell’Italia: grazie ai processi di centralizzazione burocratica avviati dai napoleonidi, infatti, «l’avocazione degli arrendamenti[3] e l’abolizione di altre entrate richiesero profonde trasformazioni nelle strutture amministrative dell’assistenza e della beneficenza e resero necessario un più diretto impegno finanziario da parte dello stato» (Lepre, 1985, p. 10).

Jacob philipp Hackert : La mietitura a san Leucio

Se il 1789 rappresenta uno spartiacque della storia moderna europea anche dal punto di vista sanitario, appare sorprendente il tempismo con cui, proprio nel novembre di questo stesso anno, come già evidenziato, il Re di Napoli in persona avesse autorizzato la stampa del Codice di S. Leucio, il cui carattere etico-egualitario (ispirato a un programma di rinnovamento sociale di stampo illuministico redatto vent’anni prima dall’allora ministro Bernardo Tanucci) appariva molto aggiornato e moderno anche nella cura degli aspetti socio-assistenziali. Tale circostanza era del tutto coerente rispetto alle finalità complessive della colonia leuciana – ispirata al concetto, tipicamente settecentesco, di “pubblica felicità” (ossia di benessere psico-fisico della collettività, come ribadito da illuministi del calibro di L. A. Muratori)[4] e, quindi, di salute pubblica – ma rifletteva, al contempo, un obiettivo politico primario dei governi “illuminati”, che nella seconda metà del XVIII secolo vi avevano dato ampio spazio nei loro programmi, ponendo mano a una profonda riorganizzazione del sistema ospedaliero (Garbellotti, 2003, p. 124)[5].

Il Real Albergo de' Poveri di Napol (stampa di Gatti e Duca). Secondo le sue originarie finalità doveva essere un luogo di carità e assistenza per bisognosi e indigenti.

L’interesse dei monarchi nei confronti della salute pubblica, d’altra parte, non era semplicemente un atteggiamento di tipo filantropico, ma espressione della necessità di controllare globalmente il corpo sociale su cui esercitavano la propria legislazione nonché «garanzia di efficienza, di produttività, di ricchezza», che li spingeva altresì a «interessarsi direttamente delle condizioni di vita di tutta la popolazione e delle condizioni di lavoro della popolazione attiva» (Cosmacini, 1988, p. 253).
Alla luce delle precedenti considerazioni, è logico supporre che anche sotto questo aspetto il re Ferdinando dovesse essere stato non poco influenzato dalla cultura e dalle idee progressiste di sua moglie, Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, nonché dal confronto con il cognato Pietro Leopoldo, esempio emblematico di riformismo illuminato nella gestione sanitaria della Toscana[6].
La regolamentazione della sanità pubblica nella Real Colonia di S. Leucio, organicamente correlata ad altri tipi di forme assistenziali contemplate dall’intero corpus normativo, non si limitava tuttavia a emulare le tendenze ideologiche ad essa contemporanee: lo Statuto, infatti, si ispirava concretamente ai più avanzati criteri sanitari del XVIII secolo, che si sarebbero affermati in Europa e nel resto della penisola italiana solo nel corso della prima metà dell’800. Pertanto, diviene possibile rilevarne e apprezzarne il pregnante significato solo ponendoli in correlazione con i principi di regolamentazione sociale, istituzionale ed etica che caratterizzano il documento nel suo insieme, nonché analizzandoli alla luce del contesto utopistico-pianificatorio e, almeno in parte, della coeva situazione storica della medicina e della sanità in Italia.

Lo studio del medico (tratto da Paul Lacroix, "L'école et la science jusqu'à la Renaissance", Paris, Firmin-Didot, 1887)

Rispetto a quest’ultima, la concezione sanitaria del Codice è senza dubbio all’avanguardia, recependo i dettami di «nuova impostazione del problema salute, sia sul piano individuale che sul piano sociale», alla cui luce medici e non medici, «nel clima di razionalità e fervore creato a Milano come a Firenze dalle riforme teresiane-giuseppine-leopoldine, nutrono interessi di medicina razionale, di salubrità ambientale, di sanità, di scientificità, fortemente ravvivati dalla circolazione d’idee che muove dall’Inghilterra e dalla Francia» (Cosmacini, 1988, p. 251). È insomma evidente l’influenza dell’Austria sull’orientamento ideologico dell’autore dello Statuto, che, a prescindere dalla sua identità, dà prova di avere ben compreso l’importanza di alcuni risultati scientifici della scienza medica dell’epoca (spesso contestati e rifiutati dalla popolazione per ignoranza e sulla base di insensati pregiudizi), considerando la salute pubblica come un bene da preservare e curare, sia dal punto di vista materiale che spirituale, sulla base di procedure controllate e in luoghi deputati allo scopo.
Di qui, contrariamente alla prassi diffusa del tempo, la concezione statutaria dell’ospedale come luogo destinato esclusivamente alla cura dei malati[7], dotato di una classe medica fornita direttamente dal re (al servizio dello stato e quindi qualificata)[8] e monitorato quotidianamente per il rispetto delle più elementari nozioni igienico-sanitarie (Ferdinando IV, 1789, pp. 37-38). Il riformismo dello Statuto contribuisce a dare così avvio al processo formativo dell’ospedale così come oggi concepito, basandosi su una concezione medico-sanitaria lontana dalle finalità genericamente assistenziali, curative ma anche formative, rieducative e repressive degli istituti ospedalieri d’età moderna. Questi ultimi costituivano infatti dei veri e propri centri di accoglienza, controllo e rieducazione per malati, mendicanti, indigenti e disadattati in generale, generalmente considerati (a eccezione dei casi di oggettiva inabilità al lavoro) dei fannulloni e dei parassiti sociali.

Morti appestati, sanguigna su carta bianca, Biblioteca Zelantea, Acireale

Pertanto l’istruzione, a partire dalla seconda metà del Settecento, «cominciò ad essere considerata anche come una sorta di arma per sconfiggere l’ignoranza che stava alla base dei comportamenti devianti», per educare i poveri al lavoro, alla disciplina e ottenerne il recupero sociale. Tali erano i presupposti ideologici dello stesso Albergo dei Poveri di Napoli[9], conformemente al programma di Tanucci («che moveva dalla premessa etica fondamentale del Genovesi» della necessità di educare il popolo, sollevandolo dallo stato di ignoranza e abiezione in cui versava: Tescione, 1932, p. 126).
Il Codice di S. Leucio, pur accogliendo tali istanze, le affronta con criteri moderni, predisponendo per ciascuna di esse una differente e peculiare destinazione istituzionale: la “Cassa della Carità”, per il sostegno materiale ed economico di quanti fossero divenuti inabili al lavoro per causa di forza maggiore (nonché, in caso di morte, per il pagamento delle spese necessarie all’esequie); la “Casa degli Infermi” (ossia l’ospedale), con funzioni curative e assistenziali di tipo sanitario; la “Scuola normale”, per la formazione scolastica e lavorativa dei fanciulli di entrambi i sessi, obbligatoria a partire dai sei anni di età[10]. Tra questi istituti, la “Cassa della Carità” è dunque delegata a sostenere le spese di assistenza socio-sanitaria ai coloni in difficoltà. La sua denominazione, tuttavia, risulta ingannevole, lasciando immaginare che si fondi su principi generici di associazione e di solidarietà umana (che pure ne costituiscono un presupposto)[11].

Caravaggio: Sette opere di misericordia (part) 1607 Chiesa del Pio Monte della Misericordia, Napoli

Al contrario, la “Cassa della Carità” non rappresenta un istituto di elemosina collettiva, ma una sorta di “fondo malattie”, con finalità analoghe a quelle degli attuali enti di previdenza sociale, «nei quali direttamente o indirettamente si attua l’attività dei gruppi o dello Stato volta ad eliminare negli individui il bisogno di ricorrere alla beneficenza, a prevenire la miseria mediante il concorso di cloro stessi che sono destinati a beneficiarne» (Dal Pane, 1958, p. 317). Pertanto, la “Cassa della carità”, fondata sul risparmio degli interessati (i contributi mensili e proporzionali al reddito dei lavoratori della colonia) rappresenta un esempio di ente previdenziale ante litteram. I leuciani caduti in miseria «o per vecchiaia, o per infermità, o per altra fatal disgrazia, ma non mai per pigrizia, ovvero infingardaggine» hanno maturato il diritto di essere assistititi in virtù del loro pregresso e costante contributo “previdenziale”. Non a caso, i coloni morosi a oltranza perdono il diritto all’assistenza, sia in caso di disgrazia che di morte, mentre i maleducati, gli oziosi e gli sfaticati recidivi sono espulsi dalla colonia[12].
La concezione della previdenza socio-sanitaria dello Statuto di S. Leucio s’inserisce quindi a pieno titolo nel moderno sistema di norme e istituti fondati sul diritto dei lavoratori all’assistenza, «compiuta a mezzo di fondi costituiti dai risparmi dei lavoratori stessi»[13]. A tale proposito, risultano molto interessanti anche le norme sull’orario di lavoro (tanto più perché quasi sconosciute in quest’epoca), che lo fissavano in due turni, di durata analoga a quella della luce solare, con il solo intervallo del pranzo[14].

Gli aspetti sanitari del Codice di S. Leucio in comparazione con le prassi sanitarie coeve e successive
Assistenzialismo, economia e politica, dunque, nello Statuto s’intrecciano indissolubilmente, a partire da un’idea di pubblica assistenza, cura e prevenzione molto più ampia di quella strettamente medica, essendo inteso il benessere della persona nel suo significato complessivo, fisiologico, morale, psicologico e giuridico (come emerge anche dal nesso individuato da Ferdinando IV tra il rapido aumento degli abitanti della colonia e la bontà dell’aria, la tranquillità e la pace domestica in cui vivevano) [15].

Gioacchino Murat

La modernità degli aspetti sanitari del Codice è ulteriormente confermata se comparata con le disposizioni sanitarie relative all’amministrazione del Regno di Napoli emanate nel 1808 da Gioacchino Murat (con la separazione delle istituzioni medico-ospedaliere da quelle filantropiche, la nascita di nuovi ospedali e il controllo statale dell’assistenza sanitaria), le cui disposizioni sarebbero state ampiamente recepite dalla legge del ripristinato regno borbonico del 20 ottobre 1819 «sulla pubblica salute ne’ domini di qua e di là del Faro». Non a caso, negli anni Venti, data organica e definitiva sistemazione a tutta la decretazione in materia sanitaria, la legislazione del Regno delle Due Sicilie si rivela «una delle più analitiche e dettagliate degli stati preunitari» (Botti, 1988, pp. 1222-1223). Se tale circostanza può essere attribuita all’influenza francese sulla presa di coscienza borbonica dell’importanza della salute pubblica per il buon governo del Regno (Botti, 1988, p. 1222), non si può tuttavia dimenticare che il Codice dimostri come, almeno sul piano ideologico e “laboratoriale”, i Borbone avessero impostato in chiave moderna la gestione del problema sanitario ben prima della conquista francese del Regno di Napoli.
Gli aspetti innovativi in campo sanitario del Codice, d’altra parte, rientrano nelle finalità sociali insite nell’esperimento di S. Leucio e nel piano di iniziative organicamente coordinate promosse da Ferdinando IV, basate su un consolidato corpus legislativo: gli articoli richiamano infatti elementi di diritto privato, pubblico, civile e penale e, per alcuni versi, riflettono atteggiamenti culturali caratteristici della cultura del XVIII secolo (tra cui la condanna senza appello dei fannulloni e dei renitenti al lavoro).
L’ispirazione giuridica del Codice coesiste inoltre con quella religiosa, subito affermata nella pagina iniziale del testo, con il richiamo all’obbligo di osservare la Legge divina dell’amore verso Dio e verso il prossimo (prima regola che Ferdinando impone ai suoi coloni: Ferdinando IV, 1789, p. 11), seguito dall’elencazione dei “Doveri negativi” (Cap. I)[16] e dei “Doveri Positivi” (Cap. II: cfr. nota 2).
Nell’ambito di questi ultimi rientrano le regole sanitarie, con preliminari e importanti richiami alle norme igieniche fondamentali per il vivere civile. Ai coloni-lavoratori, infatti, è innanzitutto ordinato «che estrema sia la nettezza, e la polizia sopra le vostre persone […]: che questa polizia sia anche esattamente osservata nelle vostre case, acciò possa godersi di quella perfetta sanità, ch’è tanto necessaria nelle persone, che vivono con l’industria delle braccia». L’osservanza della norma è oggetto di verifica e controllo quotidiano da parte dei magistrati civili (detti “Seniori del popolo”), vigilanti della colonia con funzioni di giudici di pace, i cui rapporti sono consegnati direttamente al re (Ferdinando IV, 1789, pp. 23-24 e p. 44).
Se il richiamo alla scrupolosa cura della pulizia personale e delle abitazioni può oggi sembrare quasi superfluo, se ne comprenderà appieno la ragione in considerazione della sua estrema importanza non solo per il decoro personale e il rispetto della convivenza sociale, ma anche per la prevenzione delle malattie infettive ed epidemiche, a fronte dell’esistenza tra la popolazione del XVIII secolo di abitudini e convincimenti arcaici e pseudo-religiosi, spesso sostenuti dagli stessi medici, tra cui quello di lavarsi poco o di non lavarsi affatto, soprattutto in caso di malattia (Cosmacini, 1988, pp. 214-215). D’altra parte le condizioni materiali dei lavoratori del tempo erano decisamente miserrime: nei primi stabilimenti manifatturieri, tra cui quelli dei fabbricanti di seta, le testimonianze storiche sottolineano come «gli imprenditori non si preoccupassero dell’igiene del lavoro»: i procedimenti tecnici in uso, spesso pregiudizievoli alla salute degli operai, «non erano accompagnati dalle misure igieniche necessarie a prevenire le dannose esalazioni delle materie lavorate, le attive condizioni dell’ambiente di lavoro, le malattie professionali […] Del resto lo stato di fatto si rivela in tutto rispondente alla modesta cultura igienica del tempo alle scarse preoccupazioni governative per questo ordine di pubblici interessi, per la stessa igiene generale»[17].
Nel secolo successivo la situazione non era migliore. La “Statistica” del Regno di Napoli (redatta nel 1811 per volere di G. Murat) offre, per bocca del redattore canonico Francesco Perrini, ampie testimonianze delle infelici condizioni di vita della popolazione delle provincie del Regno: colpisce l’abituale uso di acqua poco pulita, l’alimentazione scadente, le condizioni igieniche disastrose (la vita quotidiana si svolgeva in case piccole, male areate, umide e fatiscenti, in promiscua coabitazione con gli animali da cortile e/o da allevamento), la diffusione della malaria (Demarco, 1988, pp. 209-254). Aggiunta alla denutrizione e alla fatica eccessiva dei lavoratori, tale situazione favoriva il proliferare dei contagi, drammaticamente diffusi in questo periodo: se a metà Settecento la peste era scomparsa dall’Europa (con l’eccezione in Italia dell’epidemia di Marsiglia del 1720 e di quella di Messina e Reggio nel 1743), «un altro flagello, il vaiolo, ha preso il suo posto nel determinare la morbosità-mortalità catastrofica della popolazione europea. Ciò vale ancor di più per la popolazione italiana, risparmiata dalla peste con alcuni decenni d’anticipo rispetto alla popolazione di altri paesi e flagellata invece dal vaiolo con grande frequenza e intensità» (Cosmacini, 1988, p. 238).

Edward A. Jenner (17/05/1749-26/01/1823) medico e naturalista britannico, noto per la scoperta del vaccino contro il vaiolo

Di qui il richiamo del Codice all’ordine e alla massima pulizia possibili, con particolare riguardo alla “Casa degli Infermi”, il centro di accoglienza e di cura per i malati, amministrato da specifici regolamenti interni, e anch’esso quotidianamente ispezionato dai “Seniori del Popolo”, aventi il compito di verificarne le condizioni igieniche e l’esatta e scrupolosa assistenza materiale e spirituale offerta ai malati[18]. La “Casa degli Infermi” è dunque progettata in ossequio ai principi di salubrità e disinfezione richiesti dalle sue finalità specifiche. Nel passaggio dalla cosiddetta medicina ‘al letto del malato’ (ossia a domicilio) a quella clinica ‘ospedaliera’ (secondo la definizione del Keel, 2007), nonché alla luce delle più avanzate conoscenze scientifiche del tempo, il Codice si allinea in tal modo alle informative mediche del Settecento, che richiedevano la creazione di ambienti spaziosi, riscaldati e ben ventilati (Scotti, 1984, citato da Garbellotti, p. 126), progettando la costruzione di questa Casa come «separata totalmente dall’altre in luogo d’aria buona, e ventilata»[19], per la cura di tutti gli ammalati, cronici e non (Ferdinando IV, 1789, p. 47).
Questo semplice progetto, pur rimasto tale, appare in tutta la sua importanza se si considera l’abituale stato di disordine, sporcizia e cattivo odore degli ospedali settecenteschi (eclatante, a riguardo, la diffusa e inumana pratica di risparmiare spazio sistemando due malati in uno stesso letto), progressivamente superato solo nel corso del XIX secolo[20]. Ciò premesso, la funzione prioritaria assegnata dal Codice alla “Casa degli Infermi” è innanzitutto di tipo preventivo: ogni anno, infatti, nei periodi precedenti le grandi epidemie (primavera e autunno), per tutti i ragazzi e ragazze della colonia leuciana è «prescritta la inoculazione del vaiuolo, che i magistrati del popolo faranno eseguire senza che vi s’interponga autorità o tenerezza de’genitori» (Colletta, 1856, tomo I, p. 138), al fine di scongiurare i pericoli derivanti da una loro eventuale esposizione al contagio della terribile malattia[21].

L'imperatrice Maria Teresa d'Asburgo

Il richiamo all’obbligatorietà dell’innesto del vaiolo si richiamava a un dispaccio reale che prescriveva tale pratica in tutto il Regno è uno dei principali elementi di modernità del Codice, che si inserisce in tal modo nel dibattito su una delle più accese questioni scientifiche e culturali dell’Italia del Settecento. Il metodo dell’innesto, detto «della variolizzazione, cioè della inoculazione a scopo profilattico del vaiolo umano (la cui forma più grave, o variola maior, prevale nel Settecento sulla forma più lieve, o variola minor), nasce da una pratica che circassi e cinesi, esperti del male […], attuavano da secoli in Oriente», volta a provocare una manifestazione della malattia in forma lieve, che immunizzava la persona dal contagio[22]. Il dibattito tra fautori e oppositori dell’innesto, tuttavia, a cui presero parte anche intellettuali del calibro di Pietro Verri[23], non si riduceva schematicamente a una lotta tra progressisti e conservatori, essendo controversi i risultati dell’inoculazione: quest’ultima, di fatto, era priva di un sicuro metodo applicativo e, dunque, se praticata in modo erroneo, diventava rischiosa, in alcuni casi, addirittura letale[24].

Ciò nonostante, la pratica produceva senza dubbio più benefici che danni; nel 1756, infatti, l’imperatrice Maria Teresa d’Austria (la cui stessa famiglia era stata decimata dal male), sentiti i pareri favorevoli di vari consulenti, dava l’assenso affinché venisse impiegata in Toscana, colpita da una violenta epidemia di vaiolo. Di qui il «”primato della Toscana nella battaglia per l’innesto”, sullo sfondo del temperato riformismo della Reggenza lorenese e poi del riformismo progressista del granduca Pietro Leopoldo» e ancora di qui la convinta adesione alla pratica dell’innesto da parte di Ferdinando IV di Borbone, che, dopo aver perduto due figli nel 1788 a causa del contagio, vi avrebbe sottoposto il resto della prole[25].

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[1] Per quanto riguarda il primo aspetto, la difficoltà interpretativa consiste principalmente nella limitatezza degli elementi autenticamente sanitari del Codice, incentrati essenzialmente sulla preannunciata costruzione di una struttura ospedaliera rimasta allo stadio di puro progetto. Per quanto riguarda il secondo punto, invece, il problema è indubbiamente legato al notevole ritardo con cui sono state avviate le ricerche sulla storia della medicina e dell’assistenza sanitaria in Italia, per molti versi causato, come recentemente rilevato, dal carattere ‘ibrido’ dell’argomento: quest’ultimo, infatti, mal conciliandosi con la tradizione ‘dicotomica’ della cultura italiana (rigidamente divisa in sapere scientifico e umanistico) è stato generalmente sottovalutato dai medici e marginalizzato dagli storici (Albini, riportato da Garbellotti, 2003, p. 123).
[2] Uno dei primi medici a «fare oggetto di trattazione sistematica le malattie della gens popularis correlate a un lavoro che è insieme mezzo di sostentamento e causa di malattia» (Cosmacini, 1988, p. 208) è stato l’italiano Bernardino Ramazzini (1633-1714), autore del trattato De morbis artificum diatriba. Avendo osservato le condizioni di salute di circa sessanta categorie di lavoratori, l’autore racconta  «racconta di non aver mai messo piede nelle loro botteghe senza che odori nauseabondi gli procurassero cefalea e sforzi di vomito», a causa delle condizioni in cui erano costretti a lavorare (Dal Pane, 1958, p. 297). Per una panoramica bibliografica dei più recenti studi dedicati all’argomento, si rimanda a Garbellotti, 2003.
[3] Nel Regno di Napoli il termine “arrendamenti” denotava le antiche imposte date in appalto a imprenditori nonché le rendite garantite dalle entrate delle imposte stesse.
[4] Cfr. a riguardo la nota 10.
[5] In diverse città dell’Italia preunitaria esisteva invero già da tempo una cultura medico-ospedaliera, di cui la letteratura del “Grand Tour” offre ampie testimonianze: molti, infatti, «furono i viaggiatori inglesi che tra Cinquecento e Settecento nei loro diari di viaggio lodarono ed ammirarono gli ospedali di Napoli, di Roma, di Firenze, di Genova, di Milano, di Venezia, rappresentandoli come modelli da imitare» (Chaney, 1982, riportato da Garbellotti, 2003, p. 115). Tuttavia, nell’immaginario collettivo d’inizio Settecento, l’ospedale è ancora sinonimo di solitudine e morte, dove si recano coloro che, privi di mezzi finanziari, famiglia o amici o domestici, sono costretti al ricovero «più da necessità di assistenza che da esigenze di diagnosi e cura, riservata più ai casi gravissimi o gravi che ai casi di relativa minor gravità. L’alta frequenza della morte in ospedale è dovuta più a una scelta disperata che a una pessima efficienza delle strutture ospedaliere» (Cosmacini, 1988, p. 220).
[6] A tale riguardo il Dal Pane evidenzia come il XVIII secolo sia un periodo di transizione, con il passaggio da forme assistenziali di stampo medioevale, quando «la carità era principalmente in mano della Chiesa, di altri enti e di privati» a forme di assistenza gestite dallo Stato, che ora «afferma anche in questo campo una volontà di controllo e di tutela». Lo studioso cita quale esempio la riforma della beneficenza in Toscana «compiuta sotto i due primi lorenesi, per la quale vennero soppressi molti istituti, altri se ne fusero ed incorporarono, mentre i patrimoni ricevettero spesso destinazione più consona alle direttive statali e l’amministrazione fu riordinata e sottoposta ai controlli di speciali magistrati» (Dal Pane, 1958, p. 306). Dell’influenza esercitata sulla politica interna di Ferdinando IV da Maria Carolina e dal riformismo di Giuseppe e Leopoldo d’Asburgo parla anche il Colletta (1856, Tomo I, p. 102, p. 105 e p. 122) e, a tale riguardo, non appare irrilevante il viaggio compiuto dai sovrani napoletani nel Granducato di Toscana e in Lombardia nella primavera del 1785 (Colletta, 1856, Tomo I, pp. 135-136), che «probabilmente costituì la genesi della scrittura dello Statuto delle leggi della Colonia Reale di San Leucio»: Verdile, 2008, pp. 71-77s). Per una panoramica dei più recenti studi sull’amministrazione sanitaria della Toscana leopoldina, si rimanda a Fubini Leuzzi, 2005.
[7] Si consideri a riguardo che il processo di lenta separazione delle istituzioni medico-ospedaliere da quelle filantropiche si sarebbe realizzato solo nel corso del secolo successivo, come si dirà più avanti (par. 2.2).
[8]La classe medica del Regno di Napoli risulta seriamente preparata, come testimoniato dalla “Statistica” del 1811 (secondo la quale i medici provenivano da un corso regolare di studi, con alcuni casi di eccellenza) e abbastanza ben distribuita, grazie all’esistenza dei medici condotti: nella zona di Caserta (Caserta Nuova e Villa di Caserta), per esempio, risultano esserci sedici medici, un medico chirurgo, tre chirurghi, diciassette salassatori, dodici ostetriche, dieci farmacisti (Demarco, 1988 pp. 260-274).
[9] Valenzi, 1985, p. 60 e Garbellotti, 2003, p. 122. Per comprendere i presupposti di tale situazione, bisogna ricordare il mutamento prospettico di fine medioevo, allorché, «accanto all’immagine tradizionale del povero, meritevole di aiuto, si profilò la figura dell’indigente ozioso e pericoloso» che non aveva il “diritto” di essere aiutato». I mendicanti vennero così percepiti come potenziali pericoli per l’ordine pubblico, da rinchiudere negli istituti assistenziali, a cui furono assegnati differenti funzioni sociali. Ecco perché «gli ospedali di età moderna, che si proponevano di accogliere distintamente poveri, ammalati, vedove, bambini» furono inseriti «in più ampio programma politico per scopi di natura caritativo/assistenziale ma anche di controllo sociale» (Garbellotti, 2003, pp. 118-119). Non a caso, anche Giuseppe Maria Galanti afferma che «bisogna tollerare gli ospedali per riparare i disordini dell’indigenza», causata dal forte divario esistente tra ricchi e poveri nelle nazioni moderne (Galanti, Nuova Descrizione delle Sicilie, riportato in Dal Pane, 1958, p. 420).
[10]Nell’antico regime l’istruzione elementare gratuita era affidata a iniziative diversificate e prive di un metodo unificato di insegnamento (parrocchie, istituti pii e religiosi, scuole mantenute dalle comunità, ecc.), senza che lo Stato riconoscesse ancora «come suo compito assicurare ai sudditi l’istruzione primaria gratuita». Durante il XVIII secolo in tal senso si fanno notevoli passi in avanti: i primi esperimenti si compiono in Lombardia e in Toscana, mentre a Napoli le scuole primarie gratuite, cosiddette “normali” (per l’uniformità del loro metodo di insegnamento: Tescione, 1932, p. 126), sono istituite nel 1784, in numero limitato. I napoleonidi avrebbero proseguito l’opera, proponendosi di generalizzarne l’impianto con la legge del 4 settembre 1802 per il Regno d’Italia. Per quanto riguarda S. Leucio, all’obbligatorietà dell’istruzione elementare si aggiunge quella del successivo corso di studi professionalizzante, per l’apprendimento dell’arte della seta. «Iniziative simili fioriscono un po’ dovunque e si connettono con le riforme della beneficenza e coi tentativi di introdurre industrie nuove. Significativi sono a questo proposito gli sforzi effettuati nello stato pontificio sotto il pontificato di Pio VI […] Anche in altri Stati italiani si ebbero tentativi e realizzazioni del genere specie negli istituti più femminili » (Dal Pane, 1958, pp. 346-349).
[11] A riguardo si consideri l’importanza dei principi di benevolenza e carità per il miglioramento sociale secondo il Muratori, il quale «non crede alla possibilità di un’organizzazione sociale capace di eliminare del tutto le disuguaglianze economiche ma nutre ferma fiducia nella forza riparatrice della carità. È appunto in virtù di codesta forza che si allarga ognor più e si estende anche negli ordinamenti giuridici il principio di solidarietà umana, capace nell’avvenire di ben altri sviluppi ed applicazioni» (Dal Pane, 1958, p. 401).
[12] Ferdinando IV, 1789, pp. 49-52 e pp. 45-46. Parafrasando una metafora da altri ideata (Cfr. Aversano, 2007, p.), si potrebbe a riguardo osservare come l’assenza di gerarchia o “selezione verticale” tra gli abitanti di S. Leucio non escluda comunque la necessità di una loro selezione “orizzontale”, attraverso l’allontanamento immediato di coloro che non rispettino principi e finalità della colonia.
[13]Dal Pane, 1958, p. 318. Lo stesso studioso, analizzando approfonditamente il passaggio dal concetto di beneficenza a quello di previdenza sociale (individuandone gli albori, sulla scia di Armando Sapori, nelle corporazioni e nelle confraternite religiose medioevali), cita una serie di interessanti esempi della prima metà del XVIII secolo, riguardanti l’esistenza di “monti”, corporazioni e casse di soccorso a Venezia, Torino, Roma e, soprattutto, Napoli. Proprio in Italia meridionale, infatti, alle Arti, che «non svilupparono appieno quelle funzioni economiche e politiche che ne determinano la figura nelle città dell’Italia settentrionale e centrale», si attribuirono soprattutto compiti assistenziali. Nel XVIII secolo, quindi, sulla scia di una consolidata tradizione, «maturano progetti di vera e propria previdenza sociale, di assicurazione obbligatoria degli operai», tra cui il Dal Pane inserisce, appunto, la “Cassa della Carità” della colonia di S. Leucio (Dal Pane, 1958, p. 322).
[14] Battaglini, 1983, p. 38. I due turni «iniziavano con la preghiera comune alla messa e terminavano, il primo turno, con il pranzo e il secondo ancora con la preghiera per la benedizione» (Idem).
[15]Ferdinando IV, 1789, p. 5. Se, per certi versi, in tale concezione si ravvisano, allo stato nucleare, gli elementi della concezione odierna del sistema assistenziale, non si può dimenticare, tuttavia, che nello Statuto, secondo la prassi del riformismo illuminato del tempo, gli elementi di modernità coesistono con quelli di uno stato assoluto. Il Codice, infatti, non è una costituzione, non si pone al di sopra dei poteri sovrani del re. Anche l’impegno personale assunto da quest’ultimo di fornire casa e lavoro (nelle seterie) ai giovani leuciani in procinto di sposarsi (Ferdinando IV, 1789, pp. 25-27) rappresenta, allo stesso tempo, un simbolo di emancipazione (dalla famiglia d’origine) e dipendenza (dal re).
[16]«I Doveri negativi son quelli, che impongono l’obbligo di astenersi dall’offender alcuno in qualunque maniera»; vietano quindi i principali reati di natura penale, condensati in tre articoli: divieto di offendere qualcuno «nella persona» (dall’omicidio alla molestia verbale), «nella roba» (dal furto alla frode e all’inganno) e «nella reputazione» (dalla calunnia all’ingiuria: Ferdinando IV, 1789, pp. 14-18).
[17] Dal Pane, 1958, pp. 297-298. Tuttavia lo stesso autore sottolinea che negli ultimi anni del Settecento anche le condizioni igieniche delle principali città (Milano compresa), «per non dire di quelle dei paesi e delle città minori, di cui è meglio tacere, erano pietose» (p. 298).
[18]Oltre a controllare il buon funzionamento dell’ospedale, i “Seniori del Popolo” devono verificare la nettezza delle case e fare visita quotidiana agli infermi, di concerto con il medico, per tenere aggiornato il sovrano sul loro numero, sulla tipologia di malattia e sulle loro necessità (Ferdinando IV, 1789, p. 46). Si può evincere da tale accenno dello Statuto la notevole attenzione dell’amministrazione borbonica nei confronti delle persone ammalate, ulteriormente comprovata da quanto osservato dal medico viaggiatore Valentin, nel suo Viaggio medico in Italia del 1820 a proposito delle Reali Case de’ Matti di Aversa (nate nel 1813 con G. Murat), dove i malati erano curati non con la frusta e le catene (com’era uso del tempo), bensì con mezzi «morali», e dell’albergo dei Poveri a Capodimonte (Napoli), dove erano ospitati per lo più vecchi inabili al lavoro e fanciulli, «”ben vestiti e ben trattati”, nutriti con “pane e minestra mattina e sera”, con “quattr’oncie di carne alla domenica e giovedì” e con in più i “macaroni”» (Cosmacini, p. 305).
[19] Come riportato dal Giustiniani, una felice natura ambientale caratterizza l’intera zona di S. Leucio: infatti, «vi si gode aria buonissima in tutte le stagioni […] e il terreno è fertile in ogni sorta di produzione […]» (1804, p. 178). Proprio per la tranquillità e salubrità dei luoghi, Ferdinando IV, tra il 1788 e il 1789, per un anno e mezzo circa, visse al Belvedere, dove, «tra reti per beccacce, caccia al cinghiale e appostamenti per fagiani», curò una fastidiosa malattia alle vie urinarie (Verdile, 2008, p. 81).
[20]Cosmacini, 1988, p. 300. Proprio agli inizi del XIX secolo, tuttavia, molti ospedali del Regno di Napoli, tra cui quello di Caserta, perdono le rendite necessarie al proprio sostegno, a seguito delle modifiche legislative attuate dal governo francese (tra cui la legge dell’affrancazione dei canoni), e si ritrovano costretti a chiudere. A ciò sopperiscono alcune commissioni di beneficenza, che distribuivano medicine gratuite, e la solidarietà generosa della popolazione, sorretta dal sentimento religioso e dalla pietà umana nel soccorrere bisognosi e infermi (De Marco, 1988, p. 282).
[21] «XV. Dell’inoculazione del Vaiuolo, e degl’Infermi. Vi sarà perciò una Casa separata totalmente dall’altre in luogo d’aria buona, e ventilata, chiamata degl’infermi. In questa né debiti tempi di autunno, e di primavera, d’ogni anno si farà a tutt’i fanciulli, e le fanciulle della Società, l’inoculazione del vaiuolo. In ess’ancora si trasporteranno tutti coloro, che saranno attaccati da morbi contagiosi, tanto acuti, che cronici. Per questa Casa vi saranno i suoi regolamenti particolari, riguardant’il buon governo non solo degli infermi, ma benanche l’economica amministrazione. Un Prete tra gli altri assisterà sempre in essa per comodo degl’infermi, ed ora l’uno, ora l’altro de Seniori del popolo tutte le mattine, e tutt’i giorni ne faranno la visita, per vedere, se tutt’è in buon ordine, se vi è la massima polizia possibile, e se gl’infermi sono assistiti tanti nello spirituale, che nel temporale con la massima esattezza, e scrupolosità. lI medici, i medicamenti, le biancherie, e quant’altro occorre pel mantenimento del luogo, e degl’individui, tutto sarà sempre da Me somministrato» (Ferdinando IV, 1789, pp. 47-48).
[22]Tale pratica era stata resa nota in Inghilterra nel 1721 da Lady Mary Wortley Montagu, moglie dell’ambasciatore inglese presso la Sublime Porta; nonostante la sua progressiva diffusione in Europa, molti medici italiani la ignoravano, o inconsapevolmente, per ignoranza, o deliberatamente, per diffidenza e pregiudizio.
[23]Pietro Verri è autore di un discorso Sull’innesto del vaiuolo, «pubblicato nel 1766 in una serie di articoli su Il Caffè. L’illuminista lombardo, nel recare al dibattito un contributo ineguagliato dalla stessa pubblicistica medica, tesse l’elogio dell’innesto e, più in generale, della “medicina profilattica”, rilevando amaramente che “questa benefica medicina che non aspetta il male, per risanarlo, ma invigila e anticipa, perché non venga, è troppo generalmente negletta per disavventura dell’umanità» (Cosmacini, 1988, p. 250).
[24]La tecnica dell’innesto del vaiolo o della variolizzazione consisteva nell’applicazione sulla cute di soggetti sani di materiale purulento prelevato da quelli malati; in tal modo si determinava una forma di vaiolo attenuata e non mortale. Tale tecnica, tuttavia, non era del tutto sicura: innesti troppo lievi non proteggevano gli inoculati dalla malattia; innesti eccessivi, in alcuni casi, provocavano l’insorgere della vera e propria malattia e la morte degli inoculati. Una soluzione alternativa e meno rischiosa fu messa a punto solo alla fine del XVIII secolo: nel 1798, infatti, «il medico inglese Edward Jenner, nell’opera An Inquiry into the Causes and Effects of Variolae Vaccinae dimostrava l’efficacia dell’inoculazione del vaiolo vaccino per prevenire la malattia contagiosa tra gli uomini». Nel giro di pochi anni questa pratica rivoluzionaria si diffuse in tutto il mondo, «incidendo profondamente nei rapporti tra medicina e società». Tra gli Stati italiani, che accettarono con fiducia ed entusiasmo la nuova scoperta, le «istituzioni del Regno di Napoli, preposte alla prevenzione e alla lotta contro il vaiolo, risultarono modello esemplare in tutta l’Europa, per la nuova organizzazione, per la costante e diligente diffusione dei regi decreti […] La scoperta jenneriana fu sperimentata per la prima volta a Palermo, il 14 marzo 1801, dal medico inglese Joseph Andrew Marshall, che “fu assai bene accolto” dal re Ferdinando IV dei Borboni, rifugiatosi in Sicilia, a causa della rivoluzione napoletana», il quale diede il buon esempio, facendo vaccinare tutti i suoi figli (Tisci, 2003, pp. 89-90). Non mancarono in ogni caso le resistenze al vaccino da parte di alcuni strati meno abbienti della popolazione, anche a causa di alcuni incidenti mortali provocati proprio dalla sua inoculazione, come riportato dalla Statistica del 1811 (De Marco, 1988, pp. 278-280).
[25] Tutti i virgolettati e le notizie relative alla questione dell’innesto del vaiolo sono desunti dal Cosmacini, 1988, pp. 242-249.

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