Lo schiaffo alla democrazia

Lo schiaffo alla democrazia
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

In un suo libro cult di dieci anni fa (emblematico il titolo “La terza repubblica-Partiti contro presidenti”), il politologo Mauro Calise si interrogava sulla difficile costruzione del bipolarismo, frenata da un ostacolo apparso negli ultimi anni insormontabile: l’unificazione dei poli “al seguito” di una classe politica autorevole. In luogo di quest’ultima, vanamente agognata, la scena è stata occupata dal “teatrino della politica”, da un’area, cioè, di apparente elaborazione che non è più, in realtà, interprete di valori o di idee-guida ed è, per giunta, sospinta da soggetti politicamente marginali, non sostenuti da una visione d’insieme e non ispirati da alcuna etica pubblica. Si tratta di personaggi scialbi e soprattutto incapaci di trasformare la loro rilevanza mediatica in una forza simbolica e concretamente rifondatrice o rigeneratrice. È una riflessione che nasce spontanea dall’osservazione dell’editto “oracolare” di Beppe Grillo, che ha sbarrato la strada, per le prossime amministrative, a quei candidati che abbiano concorso, nelle passate elezioni e con il sostegno di altre forze politiche, contro il Movimento 5 Stelle. Una decisione, maturata ed esplosa nella mente del comico-politico, che ha raggiunto, squinternandole, centinaia di liste sparse nei circa 1200 comuni italiani al voto, liste già abbozzate o in lenta e faticosa formazione.

A Salerno, ad esempio, il candidato che alle primarie aveva ottenuto più voti resterà fuori, ma poteva non scomparire dai giochi se solo la lista fosse stata già definita. Come le leggi penali, anche la parola del comico divenuto leader politico nell’Italia dei misteri e dei miracoli laici, non è infatti retroattiva e vale dal momento della promulgazione che, nella democrazia semplificata della rete, è rappresentata dalla pubblicazione sul blog. Di mezzo c’è un giovane aspirante amministratore che ha ottenuto il maggior numero di consensi, nonostante fosse stato candidato anni fa per un’area politica rispetto alla quale oggi si dichiara alternativo. La domanda è d’obbligo: per i Cinque Stelle, conta più la democrazia della rete, che Grillo e Casaleggio considerano un dato nobiliare del nuovo corso politico, o è più importante un diktat tardivo, personale e dalle origini oscure del leader? Se l’innovazione politica non può che nascere da una volontà popolare seppure filtrata dalle maglie della rete – il Verbo grillino, in proposito, ha il valore apodittico di un versetto coranico – siamo stavolta di fronte all’attivazione di un meccanismo di auto conservazione, in presenza, cioè, di una decisione che sparge il sospetto della rinascita, sotto mentite e rimodernate spoglie, di un’arcaica nomenclatura con i suoi insopportabili rituali e le sue illogiche imposizioni.

Al di là dell’esito “perequativo”, che in alcuni casi la decisione del comico sortirà, nel senso che qualche candidato meno qualificato di altri concorrenti potrà cedere, finalmente, il passo e il posto, resta da chiedersi se la democrazia popolare possa dipendere ancora da forzature autoritarie pensate e agite al di fuori delle basi di massa, dentro una rete che somiglia a un recinto ed evoca, con le dovute differenze quantitative e tecnologiche, quei perimetri inaccessibili un tempo popolati dagli untuosi figuri delle vecchie dirigenze. Probabilmente, in questa scelta affrettata di Grillo, avrà giocato l’effetto Quarto, non ancora del tutto riassorbito dall’opinione pubblica, così come i sondaggi evidenziano. Dall’etica all’eticismo il passo è breve e infausto. Partiti e movimenti, specie in tessuti territoriali complessi come quello salernitano, gestito per decenni da una forte e radicata leadership di genesi personalistica, dovrebbero invece allestire motori di riproduzione democratica più affidabili, bandendo i dispotismi manageriali, imboccando la strada delle selezioni responsabili nella società civile (i migliori sono facilmente riconoscibili al di là degli esiti delle primarie, se si vuole vedere) e non investendo nel falso movimento, che è il passo tipico dei finti riformatori sociali, prigionieri della loro stessa predicazione.

(da Il Mattino del 28 gennaio 2016)

 

redazioneIconfronti

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