Mer. Ago 21st, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

“Lo sguardo della farfalla” di Baudino

2 min read
di Giuseppe Amoroso
di Giuseppe Amoroso
Mario Baudino
Mario Baudino

Duccio, titolare di una cartolibreria in un paese montano del Piemonte; Demi, suo assistente, e Matteo, un “prode” che si è assunto da solo come commesso, sono il “primo quadretto di famiglia”, una combriccola, non proprio “un cenobio monacale” (cui si aggiunge ben presto il laconico Monsignore), che conduce il labirintico romanzo di Mario Baudino, Lo sguardo della farfalla (Bompiani, pp. 237). L’immensa biblioteca di un’antica villa circondata da alberi “un po’ sinistri nel cielo grondante di febbraio”, lasciata in eredità da una sconosciuta nobildonna a un professore universitario, che accetta la fortuna con “stupore divertito”, è lo scenario dal quale si dipana una storia sulfurea che arriva dagli anni di piombo e da un “altro mondo”. Incaricati dal nuovo sbigottito proprietario di catalogare le decine di migliaia di volumi allineati in una fuga di scaffali o sparsi in ogni angolo, i personaggi entrano come in una “foresta impenetrabile”.

Stanze semibuie, ricolme di una “stratificazione di oggetti ammucchiati”, sembrano distendersi in proiezioni che non finiscono mai, ma che fanno apparire altre forme ancor meno definibili. È un inesausto tramutarsi di cose vere in ombre, in “tormentosi” pensieri e sensazioni agghiaccianti che confondono la fisicità del reale sempre più dilatato, sfuggente, come l’“entità introvabile” di un misterioso romanzo cui si dà affannosamente la caccia. Dentro un “enigma bello e possente” si sventagliano colpi di scena di cui non esiste uno “straccio di spiegazione”: si impone solo una sorta di schermaglia cupa, alleggerita dal sorriso di battute caustiche incollate sull’allusivo tessuto linguistico del racconto. Irrompono, tra molteplici riferimenti letterari e leggende criptiche, un “fantasma” e i suoi “recalcitranti adepti”; una giornalista intraprendente e detective inconsapevole; Gegia, maestra di sci e la dama bianca, ”fastosamente bella”; un capitano che guarda con occhi “troppo buoni”; Silvio, studente lavoratore precario, un “niente (…),una filigrana, una porta a vetri”. E poi, in incalzanti sequenze (con tanto di seduta spiritica), sotto una neve che continua a venir giù “come se non avesse altro da fare”, ecco sagome uscite dalle cronache più inqueitanti e il controcanto beffardo del “barolo chinato”.

In certi passi della narrazione affondata in un “tempo indefinibile”, alcune figure abbandonano il proprio ruolo, tendendo a scomparire: Duccio sembra la “statua della buona coscienza”, il professore quella dell’“esaurimento nervoso”, mentre il “grande uditorio dei libri” non risponde e nell’aria incantata si rincorrono segnali di allarme, appunti che “gemono” e un soprannaturale che, però, “va cedendo terreno alla velocità del fulmine”.

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *