‘Lo specchio coperto’ della Loewenthal

‘Lo specchio coperto’ della Loewenthal

Lo specchio coperto

di Elena Loewenthal

(Bompiani, pp. 119) 

 

di Giuseppe Amoroso

Abbagliata da una quantità “superlativa” di luce, Gerusalemme vede la narratrice di Lo specchio coperto (Bompiani, pp.119) di Elena Loewenthal, piangere piano, senza singhiozzi, poggiando la fronte contro il Muro del Pianto. Morto il marito, la donna è sul bordo di un precipizio, “un po’ palude, un po’ deserto”. Da allora, disperazione e paura, “terra che fugge”, il simbolo ebraico dello “specchio coperto” per accogliere il lutto, le immagini ostili della vita che scorre intorno, il riemergere dei ricordi, le atmosfere sempre più cupe, i giorni sospesi “a qualche centimetro da terra e dalla realtà”. Il libro ha la sua centralità nell’equilibrio tra il metafisico senso della fine che avvolge ogni cosa percepita e una spinta sotterranea, incoercibile, alla comunicazione con  il mondo reale, fitto  di cose e di eventi, anche minimi, ma numerati, percorsi da un sguardo di allarme e, insieme, di alabastro. Una dominata sapienza stilistica fa modellare la pagina secondo un canone di confessione autobiografica che non si vieta il compito di sondare e scoprire una condizione nuova.

Giorni e notti sono attanagliati dalla sofferenza che “genera un rifiuto delle convenzioni” e, intanto, il tempo scorre opaco e preciso, cinereo e rigato di bersagli usuali e di disorientamento. Le più inimmaginabili associazioni di figure si legano con il filo dell’analogia che erompe in tutta la sua forza inventiva, spiazzante e logica, capace di tenere su un medesimo livello le varie risposte della vita della protagonista alla scomparsa del compagno. Tornano i ricordi, pur scompaginati dalla certezza di un’assenza, si allungano, serpeggiano, sono un groviglio o una linea retta, una voce dentro la sua eco o una marea di parole senza una norma. Intorno, gli altri transitano in un circuito di  “milioni di sfumature”, incarnano una cangiante vivacità di temi, un sistema agitato di microstorie che il racconto sembra tenere ai margini. Ma sono il contraltare alla “suscettibilità esasperata” della donna, alla sua “licenza di intolleranza”. Rappresentano icone del tempo che scorre, che porta aiuto, aggiungendo però “perdita alla perdita”, disegnando una dimensione parallela dei giorni, alimentando nuove vicende, ma algide, come estranee allo stesso romanzo che le  suscita e le mantiene.

Scaturisce una oscillazione evidente fra il ritmo incalzante e turbinoso del motivo del dolore e la struttura narrativa, a sobbalzi, cesure, riprese, che lo ripropone di continuo quasi con sospensione, disponendone i vari atteggiamenti  nella più vasta pagina della meditazione sulla  malattia, la morte (“…finché non ti ci trovi dentro non immagini che cosa sia, la perdita . L’irreversibilità, l’addio, il mai più“) e sul nuovo “rapporto con le cose”, intese come “segnaposto” delle memorie, simboli di visioni, echi, che tuttavia ora non straziano. Rappresentano, per la protagonista, la certezza che qualcosa sta “più a fondo”. Fuggevole, indistinto, quasi ombra che in trasparenza illude, subentra il sollievo, “una specie di serenità” che porta con sé tutto ciò che non si fa più: le cure affannose della malattia e anche le illusioni che ormai non “migrano verso una parvenza di realtà”. Con la naturalezza di sensazioni come impresse nella materia del vivere, il racconto si sfoglia nella parola mobile, inventariata in un diminuendo di colori e di luci artificiali  che si accendono e si  spengono secondo una sorta di ordine, un rituale che la protagonista si dà “a una certa ora del giorno, quando la luce naturale va calando”. Così la concretezza è patita alla stregua di una fantasia, di una volontà illusionistica. Lieve, quasi sfocando il dramma, un eccentrico velo di favola si posa sulla pagina, non è fuga, non fa parte di un’altra dimensione salvifica, è solo “uno strano desiderio di conoscenza”. Confessione autobiografica, Lo specchio coperto si affida alla variabile intensità della scrittura, alla flessibilità di un narrato che sfrutta al massimo i suoi ritmi, la sua voce, dal grido al silenzio,alla verità del testo .

 

 

 

 

 

Andrea Manzi

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