Lo sviluppo mancato della risorsa mare

Lo sviluppo mancato della risorsa mare
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

Lo stato del mare salernitano – già semplicemente a guardarlo, prima cioè di sentirlo sulla pelle o all’olfatto, con i suoi odori resi più intensi dalla calura che lo fa evaporare – non sembra quello equiparato dai dati Arpac di giugno scorso alle barriere coralline dei mari e oceani tropicali e al loro mondo straricco di biodiversità. Le chiazze scure segnalate nei giorni scorsi finanche a Palinuro e ad Ascea, lungo un tratto di costa considerato “eccellente”, tanto da aver spinto la Campania, con le sue quattordici bandiere blu, al terzo posto nella “Guida” per il mare più bello d’Italia, lasciano perplessi se non interdetti. La tesi dei micro organismi che secernerebbero schiuma, lasciando incontaminata la qualità dell’acqua, non lega con lo stato dei luoghi, perché la coltre densa di liquami, l’inequivocabile colore marrone, l’estensione di orribili chiazze nelle quali nessuno ha mai notato aghi di pino o cortecce di ginepro ma sospette bolle biancastre, lasciano pensare a ben altro. Si tratta di un diffuso malessere del nostro mare che ormai attraversa le due costiere, passa per la città e si esprime in un’esplosione di schiuma, che non rassomiglia nemmeno alla lontana a quella che annuncia e circonda erbe e micro organismi che le onde strappano talvolta da rocce e fondali per farle sbriciolare al sole.

L’altra mattina le chiazze (e la schiuma) si estendevano anche tra Cetara e Capo d’Orso e neanche lì sono apparse, a spiegare il fenomeno del manto melmoso, rassicuranti alghe seccate sulle pietre della scogliera. Stessa scena al largo di Sapri, in direzione di Maratea, dove la costa si inasprisce sul profilo alto di una successione di falesie a picco sul mare e di suggestive grotte, diversa da una catena dolomitica, osservò Montanelli, solo per “un declivio boscoso rotto da fiumiciattoli e torrenti e sepolto sotto le fronde dei lecci e dei castagni”. Dall’inizio dell’estate, in questo scenario dai colori primordiali densissimi, i bagni di mare sono insidiati o impediti da masse schiumose estese che il vento trasferisce freneticamente da baia a baia, con un’intensificazione che nel tardo pomeriggio raggiunge livelli insopportabili. Ad Acquafredda, meta turistica ambitissima, contigua al Golfo di Policastro, dal mare che sulla carta più blu non potrebbe essere, fuoriesce da settimane un disgustoso universo di bolle, il cui colore biancastro esclude qualsiasi dubbio sulla loro genesi. Non a caso, all’inizio di quest’estate, un albergo è stato multato per quindicimila euro: sversava a mare liquami e rifiuti e qualcuno aveva avuto la forza e il coraggio di denunciare quella fonte d’inquinamento. Un evento epocale, perché a memoria d’uomo l’unica norma mai violata è stata sempre quella di tacere, cioè di farsi i fatti propri. Altre strutture ricettive si libererebbero allo stesso modo di residui provenienti da lavanderie di servizio e da varie attività stagionali. Tutti lo sanno, nessuno lo dice e le istituzioni non vedono mai.

Sarebbero molte le attività a non essere in regola con la severa normativa a tutela dell’ambiente. Alcune aprono rigorosamente dopo i controlli Arpac di inizio estate. Un monitoraggio più assiduo potrebbe intercettarne gli abusi punendoli in maniera esemplare. Ma ciò non avviene, nemmeno in questi luoghi che richiedono una cura particolare per la loro centralità nell’ecosistema mondiale. Si pensi che circa il 30 per cento del territorio della Campania è costituito da aree protette e che esse ricadono in gran parte nella provincia di Salerno, con un patrimonio incomparabile da preservare fatto di aree boschive, isole, fiumi, laghi, monti, giacimenti archeologici e storici. Un mondo che potrebbe fornire all’intera regione un modello di sviluppo sostenibile durevole e una direttrice di reddito attualmente inesplorata.

Una risorsa come il nostro mare dovrebbe addirittura indurre ad elaborare un’ipotesi di Distretto Culturale Avanzato a difesa dell’ecosistema, in cui economia di mercato ed economia della conoscenza possano saldarsi in uno spazio di studio e dentro uno stesso terreno d’azione, amalgamate da una rinnovata (e praticata) cultura della legalità. Invece, si continuano a rassicurare turisti e bagnanti con affermazioni imprudenti. Due estati fa, in Calabria, sul litorale di Paola, chiazze e tanfo fognario allontanarono i bagnanti, proprio come nei giorni scorsi a Sorrento. Si tentò anche allora di rassicurare, tirando in ballo gli scherzi del vento e le immaginifiche performance dei micro organismi. Le denunce, però, aumentarono e si scoprì che quel tanfo nauseabondo proveniva dai reflui fognari di un camping non in regola. Fu ripristinata la condotta e il mare tornò bello. Quando si dice il coraggio di vivere (e di denunciare)…

 

 

redazioneIconfronti

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