Lombardi: se non riparte l’edilizia, sarà la fine. E potremo non votare

Lombardi: se non riparte l’edilizia, sarà la fine. E potremo non votare
di Barbara Ruggiero

«La manifestazione spontanea di oggi è solo un assaggio di quello che può fare il settore. Se perdura lo stato di apatia, che siamo costretti a registrare, scenderemo in piazza».
Antonio Lombardi (foto), presidente dell’associazione dei costruttori di Salerno, ha le idee chiare sulla strada da intraprendere per illustrare alle istituzioni la grave crisi che attanaglia il mondo dell’edilizia. In conferenza stampa ha presentato i dettagli delle azioni congiunte tra Ance e sindacati che mirano alla ripresa del comparto, mettendo in luce dati allarmanti sulla crisi del settore.
Presidente, i dati che avete diffuso in conferenza stampa parlano di una grave crisi del comparto edilizio: come si è arrivati a una situazione del genere?
A questi numeri si è arrivati lentamente perché le aziende edili fanno poco rumore quando licenziano. Ma si tratta di dati allarmanti ed eclatanti: i cinque/dieci operai licenziati o mandati in cassa integrazione da ogni piccola azienda formano un totale da capogiro. E non dimentichiamo che ogni licenziamento è un dramma sociale. Le aziende chiudono per vari motivi: hanno problemi, mancano le autorizzazioni, aspettano ancora di vedersi corrisposti i saldi di lavori già eseguiti… Ci sono una serie di problemi che hanno messo letteralmente in ginocchio il settore. Non dimentichiamo che parecchie aziende chiudono a causa di ritardi nei pagamento. Come accaduto nel caso della Stazione Marittima; una normativa in Italia stabilisce che se il credito supera di un quarto i lavori dell’appalto, si può sospendere il cantiere. Quella che stiamo vivendo è una situazione grave che ci allarma non poco.
Storicamente, volendo individuare una data, da quando comincia la crisi del settore dell’edilizia?
Con il crollo finanziario americano e il fallimento di Lehman Brothers. Da allora c’è stato un calo del settore: ci sono stati disinvestimenti sui titoli dei paesi più vulnerabili e lo Stato ha abbassato la dotazione infrastrutturale e gli stanziamenti di opere pubbliche. Dal 2008 a oggi c’è stato un calo molto forte degli investimenti, sono dati da guerra: una situazione allarmante.
Nel documento redatto assieme ai sindacati di categoria voi avete anche delineato una serie di soluzioni per uscire da questa situazione: è una ricetta contro la crisi?
Le soluzioni secondo noi ci sono e le abbiamo date in pochi punti; ma serve una pubblica amministrazione attiva e competente. Dobbiamo scuotere le coscienze degli amministratori locali. Noi abbiamo constatato direttamente che i finanziamenti ci sono; ma spesso c’è incapacità politica e amministrativa.
L’impressione è che voi vogliate lanciare anche un messaggio chiaro alla classe politica in vista delle prossime elezioni. È così?
Prima di chiederci i voti, i politici devono farci capire anche cosa hanno intenzione di fare. Non a caso io ho ribadito più di una volta che potremmo anche decidere di astenerci dal voto in vista delle imminenti elezioni politiche. Poi, sia chiaro, lo abbiamo ribadito in più di un’occasione: se muore l’edilizia muore il Paese.
Avete tentato anche un paragone con altri drammi occupazionali, come l’Ilva di Taranto…
Da quello dobbiamo prendere esempio: a Taranto 5mila operai sono scesi in piazza e hanno dimostrato che quando si crea attenzione intorno a un caso, si possono fare anche i decreti legge straordinari. La crisi del nostro comparto è pari a quella di 72 Ilva o 450 Alcoa, per esempio…
La crisi di un settore ha inevitabilmente anche un risvolto sociale con disoccupazione, drammi familiari e anche una tendenza all’illecito con l’aumento di lavoro nero…
Noi non possiamo permetterci, come spesso sentiamo anche in televisione, di perdere vite umane per la disperazione. Le persone che si suicidano perché hanno perso il lavoro le hanno sulla coscienza tutti coloro che sono contro le opere, quelli che bloccano i finanziamenti, che dicono “no”.
Intanto avete pensato, sindacati e associazione dei costruttori, di unirvi per una serie di iniziative congiunte. Quando è nata l’idea di unire le forze per perseguire gli stessi obiettivi?
L’idea è venuta fuori nei tavoli di confronto con i sindacati che sono stati sempre più frequenti. Il motivo è semplice: imprese e dipendenti sono un tutt’uno anche nei momenti di difficoltà. Se l’impresa non viene pagata, la situazione si ripercuote sul lavoratore. In queste situazioni bisogna sempre cercare di unire le energie positive per poi far nascere le idee che creano la distruzione creatrice teorizzata da Schumpeter: nei momenti di crisi occorre inventare qualcosa di nuovo per risolvere i problemi. Insieme ai sindacati vogliamo trovare il sistema per uscire dalla crisi senza piangerci addosso. È giunto il momento di lavorare per il territorio. Per esempio, vogliamo cominciare a fare un discorso strategico sui fondi Por che partono nel 2014: non possiamo arrivare sempre in ritardo.
In conferenza stampa lei ha puntato anche l’indice contro l’Imu, che ha definito una tassa iniqua. Vogliamo spiegare le motivazioni?
L’Imu influisce tanto in questa crisi. Per me è una tassa iniqua in quanto va a tassare una proprietà su cui si pagano già tante altre imposte. Non si colpisce la rendita fondiaria ma la proprietà e la casa diventa oggetto di un’imposizione fiscale ingiustissima. Si pagano cifre enormi sulla prima casa, figuriamoci sui capannoni! L’Imu è una tassa che costringe a vendere gli immobili. Noi siamo stati chiari: su questo argomento faremo vere e proprie barricate. Noi costruttori siamo costretti a pagare l’Imu anche sulle cosiddette scorte di magazzino: paghiamo l’Imu come seconda casa sugli appartamenti non venduti. È come se facessero pagare tasse alla Fiat sulle macchine che hanno in magazzino prima ancora di targarle…
Vede delle analogie tra la crisi attuale e quella del 1929 in Italia?
Io sì e non poche: la storia è sempre maestra di vita. All’epoca uscimmo dalla crisi perché lo Stato decise di nazionalizzare le banche. Oggi il primo problema è il sistema finanziario: le banche non portano benessere e ricchezza sul territorio. Io credo che una banca debba avere come regola chiara quella di investire su un territorio. Oggi, le banche hanno tutte sede al nord con sportelli al sud ma i risparmi che incassano sul nostro territorio non li investono da noi. Lo Stato, in questo momento storico, potrebbe creare da buon padre di famiglia una banca pubblica che si fa carico dei problemi sociali del Paese. Nel 1929, poi, furono fondate l’Imi e l’Iri. Perché non seguire quella traccia che ha portato buoni risultati?
Tra le varie proposte che formulate per uscire dalla crisi c’è quella di una legge ad hoc per sbloccare i fondi per le opere pubbliche in 90 giorni. Quali sono le altre?
Io credo si possano comprimere i tempi autorizzativi a 90 giorni, come accade negli altri Paesi dell’Unione Europea. In questo modo evitiamo la principale perdita di tempo. In Campania oggi il tempo medio per l’approvazione e la redazione delle opere pubbliche è di 1.280 giorni, oltre tre anni per autorizzare una progettazione. Così non andremo mai da nessuna parte e non saremo mai competitivi per le risorse europee. Quindi noi chiediamo una legge a livello regionale che consenta di dare il via a un progetto e a un’opera pubblica con due sedute di conferenza dei servizi. Poi, come ciliegina sulla torta, per ridare ossigeno alle imprese e per accorciare la filiera dei pagamenti, chiediamo che le banche si carichino delle inefficienze finanziarie delle pubbliche amministrazioni. Chiediamo, in estrema sintesi, che le banche sopperiscano, con degli accordi ad hoc, ai ritardi nei pagamenti delle pubbliche amministrazioni. Due progetti semplici e a costo zero per le casse dello Stato.
L’impressione è che voi chiediate soprattutto una sburocratizzazione dell’apparato amministrativo; è così?
Sì, vogliamo sburocratizzare. Io credo fermamente in queste cose in quanto, per esempio, a me sembra assurdo che le lungaggini burocratiche blocchino gli investimenti già deliberati dalla regione. Diciamo basta alla burocrazia che frena l’attivazione e la spesa per le opere pubbliche. Se un’opera è strategica e viene decisa da un ente, va fatta e nessuno si deve permettere di bloccarla.
Avete delle idee precise su come risolvere la crisi. Ma i prossimi passi concreti quali saranno?
Da domani in poi partiamo con il coinvolgimento dei sindaci con i quali abbiamo già creato un contatto. Noi abbiamo censito in passato tutte le opere cantierabili in provincia di Salerno. Chiediamo lo sblocco immediato delle risorse che sono state già destinate alle opere pubbliche. Tanto per fare un esempio, nel 2001 sono stati destinati 20 milioni di euro per il fenomeno dell’erosione costiera; a oggi, dopo dodici anni, solo 7 milioni di euro sono stati utilizzati. Questo è un esempio emblematico di come funzionano le cose nel settore.
Avete dichiarato: “Se non ci ascolteranno, siamo pronti a bloccare l’intera provincia”. Credete davvero che ci vogliano le maniere forti per cambiare le cose?
Mi auguro di no, spero che ci siano istituzioni pronte a collaborare. Ma conosco la farraginosità della macchina burocratica amministrativa. Non escludo, dunque, forti forme di protesta.


b.ruggiero@iconfronti.it

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Barruggi

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