L’onda NO spazza il renzismo

L’onda NO spazza il renzismo
di Andrea Manzi

Gli italiani sono andati in massa a votare, travolgendo Renzi e il renzismo. Numeri da primato per un referendum, ma soprattutto numeri eloquenti per raggiungere un duplice obiettivo: bocciare la riforma voluta del premier e mandare a casa il suo governo. Il presidente del Consiglio ha incarnato per dodici mesi di campagna elettorale la riforma costituzionale come punto prioritario e insopprimibile del programma del suo esecutivo. La conclusione, quindi, non poteva essere che questa: andare via, per la caduta verticale di un rapporto fiduciario con gli italiani. L’identificazione Costituzione=Governo non è stata tollerata da un paese deluso e stremato, rivelatosi più maturo di quanto il presidente del Consiglio immaginasse. I governi sono espressioni limitate e parziali della politica e, come tali, sono “sotto” la Costituzione, non sopra. Né a siglare l’equazione cara al premier poteva essere l’affermazione “abbiamo i numeri”, scudo un po’ infantile e velatamente rozzo dietro cui si è nascosta la giuliva ministra Boschi, soprattutto durante gli accidentati percorsi parlamentari della riforma. Percorsi segnati dal trasformismo e dalla oscurità di alleanze parlamentari spacciate come fase costituente di un’alternativa democratica da cogliere al volo per poter essere competitivi e moderni. È stata un’operazione di stimolo – come emerge dal numero dei votanti (che a Salerno ha superato quello delle regionali del 2015) – rivelatasi autolesionistica per Palazzo Chigi. Il corpo elettorale ha colto l’incapacità del progetto renziano di condividere e pilotare le trasformazioni, con il sospetto che tali disegni, maturati in sedi non istituzionali, fossero artatamente scaricati sul popolo. Questa lunghissima campagna elettorale non ha posto soltanto il problema di una riforma controversa e discutibile, più o meno connessa ad una legge elettorale da cancellare e riscrivere per ammissione tardiva dello stesso premier, ma ha consentito agli italiani di interrogarsi sulle basi della nostra democrazia reale e sulla compressione dei diritti individuali sempre più negletti nella morsa di una finanziarizzazione degli assetti istituzionali.
“The day after” occorre per la politica un ritorno alla realtà. Renzi, dopo appena due anni, è stato bocciato senza appello da un’Italia che si è sentita abbindolata da un ottimismo sempre più stonato e fuori luogo; Berlusconi, domani, si offrirà (senza dirlo) come stampella al PD; Bersani e i suoi dovranno ricucire lo strappo con i colleghi di partito; Salvini rilancerà le primarie nel centro destra; tra tutti questi protagonisti, premiati o feriti dal voto, ma comunque incalzati da un’opinione pubblica che ha riscoperto la propria sovranità, vi sono gli interessi del paese che devono essere riscoperti e coltivati.
Occorre, cioè, trasformare questo risultato in una nuova fase di cooperazione nazionale, simile a quella che si determinò nel ’46, quando furono intravisti e coltivati l’interesse collettivo e le corrispondenti priorità, intervenendo per attenuare l’impoverimento progressivo e inarrestabile del paese, reduce da lunghi anni di recessione. C’è da mettere mano al sistema produttivo con forme di adeguato incentivo, che non si traducano ancora una volta nell’assistenza a fondo perduto agli imprenditori amici, sgravati dal loro ruolo specifico che non può prescindere dall’accettazione del rischio. Esiste, poi, l’impegno da assumere in difesa dei diritti civili che appaiono quanto meno negletti, in un momento in cui è diventato claudicante e ornamentale il valore della legalità. Temi questi che, soprattutto nel Mezzogiorno, assumono una centralità decisiva, per la presenza di un’impresa criminale ormai sotterraneamente inclusa in un’ampia zona grigia su cui galleggiano politica e istituzioni. In questa direzione va colto anche il messaggio salernitano e campano, che ha respinto di netto ogni alleanza con il renzismo e la banalizzazione della politica, bocciando in maniera inequivocabile i collegamenti culturali, politici e operativi che gli uomini delle nostre istituzioni hanno stretto con il leader toscano.
Il voto ha censurato con plateale eloquenza una politica autoreferenziale, nata sulla base di un deficit collettivo. È stato così che negli anni abbiamo assistito all’ascesa di personaggi discutibili, adottati da frustrazioni sociali croniche, tipiche di società impotenti e non più civicamente attive. Indipendentemente dall’esito elettorale, quindi, c’è da mettere mano a una nuova politica che recuperi energia e autorevolezza. La politica non può più recuperare l’immagine di copertina attraverso la discutibile e spesso oscura forza dei governanti di turno. Il popolo non li vuole più e chiede altro. Il voto di ieri vale quanto una rivoluzione.

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *