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Longanesi, le vecchie zie e il mito della tranquillità

di Leonardo Guzzo

leo-longanesi“Crisi” è ormai il ritornello tambureggiante della nostra epoca. Lo scheletro e lo stigma. E tuttavia aspetta ancora un’analisi che scenda sotto la crosta del dato economico, una definizione capace di coglierne il sostrato, la “causa prima” o almeno il lampo di un istinto profondo negli occhi della gente. Schiere di aspiranti decrittatori si sono bruciati nel tentativo; esauriti nello sforzo dell’impresa infruttuosa, si sono arenati ai primi stadi o dispersi, anime in pena, nei meandri di un labirinto senza uscita. Le parole più sensate e comprensibili vengono spesso da voci lontane, che della crisi hanno avvertito i primi sintomi, o solo le prime avvisaglie, che hanno indovinato – orecchio a terra, come gli indiani – il prossimo dirompente trambusto della diligenza.

Di queste voci una, la più netta forse, appartiene a un’anima insolita, “originale”, già isolata in vita e dall’isolamento resa più lucida, impietosa e impertinente, profetica. È l’anima coraggiosa di Leo Longanesi – giornalista, “polemista”, vignettista e scrittore “satirico” scomparso giusto sessant’anni fa – cui si deve, sullo spirito dei tempi e l’inizio della “crisi”, una riflessione amara ma non rassegnata, dolente e mai sconsolata, che era negli anni ‘50 una folgorante profezia e diventa oggi una costatazione forse fin troppo facile, ma non per questo meno vera. Una specie di uovo di Colombo, basato su una verità banale e strabiliante. Che la tranquillità è nemica della felicità e del benessere sociale, che dolore e insicurezza alimentano la libertà e la partecipazione, che il prezzo della democrazia è l’eterna vigilanza, che il progresso, la smania del progresso, l’ideologia del progresso rischia di travolgere senza rimedio la prudenza e la decenza, l’onestà (o piuttosto la paura di fregare ed essere fregati), la parsimonia, una specie di disincanto, chiuso al cinismo e debole al fascino del romanticismo, il bisogno di un certo ordine, di una cera pulizia interiore: tutta una serie di valori discreti e mai di moda, come “vecchie zie”, appollaiate sul trespolo a vegliare da secoli sulla tenuta della nostra società.

“Le vecchie zie annusano l’aria e si rendono conto, esse sole, che qualcosa di grave sta accadendo sotto i loro occhi, qualcosa che riguarda noi uomini di mezza età, noi che non ci accorgiamo di nulla, perché leggiamo soltanto i giornali; e i giornali, da cinquant’anni, in Italia, recano solo quelle verità a pagamento che sono gli annunci funebri. Il resto lo ignoriamo, il resto ci annoia. Solo il presente, solo la cronaca che muore ogni sera, come la gloria di Coppi, ci seduce. E il solo annuncio funebre che non appare mai sui giornali, fra due linee nere, la sola notizia seria, grave, severa è che la morale è morta e che viviamo senza accorgerci della sua assenza.

Tutto procede nel modo più tranquillo e la tranquillità è il massimo scopo di ognuno, e ognuno è ben lieto di essere servo, pur di rimanere tranquillo: la morale non interessa più, la morale è un lusso; le idee, i miti, la fede che animano la morale non interessano più; sono vizi di un tempo meno felice, vizi che occorre perdere. Ora c’è una nuova tecnica della felicità; c’è un nuovo modo di vivere: ripudiare quel che non lascia tranquilli; ora c’è un meccanismo della felicità che ripudia ogni morale; c’è una pratica, una povera filosofia della pratica che distrugge ogni passione, ogni sentimento, ogni mito. Ed è il meccanismo del benessere, il frutto del socialismo e del capitalismo associati, demagogia del braccio e dei quattrini. Tutto quel che si fa oggi ha uno scopo breve, una mira corta; tutto per bocca, materia vile di transito”.

                                                 (Leo Longanesi, “Ci salveranno le vecchie zie?”,1953)

 Fin qui l’oracolo. Che avrebbe un po’ pianto e un po’ gioito di fronte alle circostanze del presente, scorgendo perfino, nel cumulo dello sfasciume, uno spiraglio di rinascita. Al di là del regresso economico e del malessere sociale, spinto fino alla violenza e alla morte, al di là di tutte le tragiche e imperdonabili conseguenze dell’insipienza politica ad affrontare il declino, è proprio la tranquillità, “quel verme storico e colossale”, portatore di una morte lenta e invisibile, che la nostra dannata crisi aggredisce. Tranquillità sotto forma dell’agio, della comodità nella vita pratica, ma anche tranquillità intesa come abitudine intellettuale, abdicazione al libero arbitrio e alla curiosità, sconsacrazione dei gesti, deriva impotente dietro a scorie di un altro secolo. Se alla fine di tutto, in mezzo alle contorsioni e alle ambasce, emergerà un antidoto a queste storture, un veleno per questi tarli mortali, un’altra visione rispetto all’idea di un progresso illimitato e rettilineo, la crisi sarà valsa a qualcosa.

 

 

 

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