Ven. Ago 23rd, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

L’opposizione a Renzi viene dall’alto

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di Carmelo Conte
di Carmelo Conte
L'ex ministro Carmelo Conte
L’ex ministro Carmelo Conte

Comunque si consideri, un’opinione o il segnale di un cambio di linea del Corriere della Sera, l’editoriale di mercoledì scorso di Ferruccio De Bortoli segnala l’insoddisfazione di una parte consistente della borghesia culturale nei confronti di Renzi. I toni e gli argomenti usati (in particolare l’accusa di un intervento della massoneria nel patto del Nazzareno) non fanno pensare a un caso né allo sdegno di un grande giornalista, anche se Marchionne a nome della Fiat, socia del gruppo (Rcs) che controlla il quotidiano di via Solferino, ha immediatamente preso le distanze. L’attacco di De Bortoli ha, infatti, un valore politico intrinseco, e forse ispirato, perché mette in discussione la natura stessa dell’accordo tra Renzi e Berlusconi. E solleva sospetti che per quanto infondati, se non smentiti con vigore, oltre a degenerare, esaspereranno i malumori già in essere sia nel Pd sia in Fi, con un riverbero particolare nei gruppi parlamentari. Laddove, Renzi è alle prese con personalità molto politicizzate elette durante l’interregno di Bersani (2013); e Berlusconi sconta la difficoltà dei propri rappresentanti a collaborare con il Governo, in quanto, nei contesti ambientali in cui essi operano, la distinzione tra destra e sinistra è ancora sentita. Anche se, giorno dopo giorno, l’equilibrio volge in favore di Renzi perché la sua luna di miele, pur se turbata dalle critiche nazionali, continua tra la gente, mentre quella del Cavaliere va esaurendosi anche nel ceto popolare. E ciò induce gli eletti di Fi a difendere le posizioni differenziandosi il più possibile dal Governo, senza peraltro rompere per evitare elezioni anticipate.  Che sono una minaccia sempre incombente, alla quale fa, per ora, da antidoto la mancanza di una legge elettorale che, non a caso, gli interessati tentano di rinviare alla fine dell’iter delle altre riforme istituzionali. Tattiche e schermaglie inoffensive che potrebbero, però, implodere se si aggravasse la crisi sociale, alla quale è particolarmente sensibile il Pd, come prova la discussione intorno all’art. 18. Sul quale il contrasto è tra chi sostiene di uscire da una logica economica, fondata sulla convenienza del mercato, e puntare su quella sociale, che è sottoposta alle regole dell’equità. E chi, invece, facendo propria la teoria di Hans Tietmayer, il grande guru tedesco, ritiene che “bisogna smontare le tutele del mercato del lavoro” perché solo così si potrà ottenere la fiducia degli investitori. Due correnti di pensiero ormai trasversali alla politica che segnalano la mancanza di schieramenti di massa tra loro alternativi: uno riformista, l’altro liberale. Un’anomalia sulla quale pende, ora, la scelta di Renzi di trasformare il Pd in partito della nazione. Un progetto che, ove fosse realizzato, cambierebbe i connotati della politica in tempi brevi. Molto dipenderà dall’andamento dell’economia, dal verso che prenderà l’attacco di De Bortolo e dalla riforma del lavoro che, nel 1970, unì la sinistra e oggi potrebbe dividerla. In ogni caso, il Premier, per tenere la barra dritta, ha nel suo arco le frecce di un sostanzioso rimpasto di fine anno: potrebbe riguardare lo spostamento agli Esteri di Alfano in sostituzione della Mogherini liberando gli interni per Del Rio, e la nomina di un nuovo ministro dell’economia, Padoan non è più gradito, come peraltro il ministro della difesa, Roberta Pinotti. Circola, inoltre, l’ipotesi di un ministro per il Sud per il quale si fa il nome di Umberto Del Basso De Caro. Infine, un altro impulso al Governo potrebbe venire dalle elezioni provinciali del 12 ottobre prossimo che si prevedono molto favorevoli per il Pd. Ma basterà tutto questo per fronteggiare l’opposizione dall’alto, ove dovesse estendersi in ambiti diversi, compreso quello della Conferenza Episcopale che ieri ha di nuovo sollevato critiche alla politica degli annunzi?