Lotta senza quartiere ai clan e sigilli ai Gigli del disonore

di Andrea Manzi

gigliSenza il sostegno ideologico della Chiesa le mafie non avrebbero avuto il successo che hanno riscosso in due secoli nel Mezzogiorno d’Italia. C’è stato un apporto culturale inequivocabile, a volte soltanto indiretto, che la storia e la sociologia non hanno saputo o voluto esplorare. In questa zona grigia si è sviluppato un contrabbando valoriale che ha fatto preferire l’ostentazione dell’onnipotenza vetero-testamentaria al tema della fragilità e della non violenza, che un credente dovrebbe avere a cuore.
Cristo muore sulla croce, è figura “vulnerata”. La sua condizione è di “Perdente”, lontana dalla rappresentazione del Dio superiore caro ai mafiosi. È con il loro dio della forza e della vendetta, però, che i criminali tentano l’identificazione, complice la cultura dell’esteriorità che i Gigli di Nola e altre manifestazioni pseudo religiose promuovono e perpetuano.
Il camorrista porta con sé le immagini del santo come un talismano, anche quando si reca, colpo in canna, sul luogo dell’agguato. Il lavoro mafioso e la presenza in chiesa diventano morali coesistenti, consonanze “etiche”. E la Chiesa guarda e non dice.
Don Aniello Manganiello, ex parroco guanelliano di Scampìa, al quale il coraggio non fa difetto, chiede la sospensione della Festa dei Gigli per i forti segnali di inquinamento in essa condensati da anni, dopo aver raccolto confessioni gravi e raggelanti di fedeli angosciati. Una posizione che dovrebbe indurre alla prudenza. Ci si aspettava, pertanto, che il vescovo Depalma ascoltasse il religioso prima di pronunciare il suo superficiale non luogo a procedere. Il presule ha scelto invece la stessa strada che la chiesa dei primi decenni del ‘900 prediligeva: la sottovalutazione, l’occhio socchiuso sul male e sull’osceno.
Nel 1945 – decenni, quindi, e non secoli fa – il vescovo di Agrigento, monsignor Peruzzo, che si era schierato con i contadini siciliani in alcune legittime rivendicazioni fondiarie, fu attinto da due fucilate sparategli dai monaci di un convento vicino che volevano eliminarlo. Due Chiese, oggi come allora: il vescovo giusto e i preti mafiosi… Per circa due secoli, quindi, la Chiesa ha trovato – fortunatamente con un po’ di eccezioni – più collaborativo il potere mafioso rispetto a quello statale.
Gli anni ’70, però, hanno prodotto profondi cambiamenti, grazie al coraggio del cardinale di Palermo Salvatore Pappalardo, di Papa Giovanni Paolo II, posizioni trasfuse in febbrili e palpitanti documenti della Cee con i quali si è anche chiesto al popolo di Dio di uscire dai riti spettacolari della cultura pagana e mafiosa. La mafiosità culturale fa a pugni con la trasparenza etica e con i comportamenti onesti e soprattutto si oppone alla conversione e al pentimento. Convertirsi significa cambiare atteggiamenti di vita, mentalità, denunciare la peccaminosità della mafia, opponendole lo stile disarmato e umile del Vangelo, la povertà dei gesti ricchi di anima.
Perciò, fermiamo quei Gigli goffi e paganeggianti dietro i quali la sfida dell’onnipotenza sub-culturale simboleggia strutture di peccato e prepotenze “pubbliche” che le gerarchie della Chiesa meridionale, ancora oggi, sottovalutano colpevolmente in nome di una presunta ragion di Stato. Questa cultura è fuori da qualsiasi laboratorio di promozione umana e di evangelizzazione.
Con i fondi raccolti a Nola e negli altri luoghi dove il rito dei Gigli si è radicato, si soccorrano le vittime della mafia, scrivendo così una pagina nuova sull’utilizzo cristiano del denaro, iniziando alla cultura della carità le tante parrocchie di palazzo e non di frontiera ancora irretite dal mito economicista.

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