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Luca Soldi e la “dittatura” della letteratura

Luca Soldi e la “dittatura” della letteratura
di Rosaria Fortuna

Due sono gli scrittori napoletani contemporanei famosi: Roberto Saviano e Maurizio de Giovanni. Il primo più che alle vendite deve la sua fama alle polemiche che i suoi libri mettono in campo, il secondo invece vende davvero anche tra i remainder.
Dopo di loro, qualsiasi autore napoletano è interessante o non lo è affatto perché la fama e la vendita non sono variabili tali da determinare una visibilità che li faccia emergere e diventare personaggi letterari.

Luca Soldi è un autore particolare, non ama scrivere di storie ma affabulare con le parole. La narrativa a forte connotazione lirica è un prodotto non semplice, presuppone un lettore che della lettura conosca la malìa più profonda senza che desideri per forza perdersi in storie, artatamente costruite e talvolta senza un minimo di strutturazione lessicale.
Luca Soldi è capace di mettere sul foglio, geometricamente, le parole, al punto che le parole trasudano colori, sensazioni, mondi. Riesce a condensare pure La Capria e a superarlo. La Capria è l’unico autore napoletano della sua generazione ancora in vita, un autore con cui uno scrittore dovrebbe confrontarsi, per una ragione semplice: a Napoli il tempo agisce e, solo chi riesce a raccontarlo, non a caso può definirsi autore partenopeo. Come lo è La Capria, impegnato da sempre in una costante opera di riscrittura di sé.
Luca Soldi lo fa in maniera risolutiva. E impressiona questa sua forza.
I suoi libri mettono a nudo le assolute incongruenze del vivere.
Poi se pare difficile leggerli è un problema non di chi scrive.
Chi scrive fortunatamente vive a prescindere. Oltretutto le potenzialità di un libro frammentario, visionario sono praticamente infinite e molto più vaste di uno scritto nato con l’intento di fare da passatempo.
Eppure sembra che non esistano più lettori capaci di leggere, osservare, scavare, allentare. Perché il vero lettore è un personaggio mitologico e, quindi, defunto.
È uno che ha iniziato da piccolo a leggere, mischiando generi, autori, non ha mai disdegnato qualcosa o qualcuno. Come Luca Soldi e così parlare di libri e di letteratura con lui è stata una scelta quasi obbligata, proprio perché egli, per primo, è stato un lettore vorace e inappagato.

Partiamo dalla scrittura, la tua è destrutturrata.

Sono uno scrittore onanista, mi piace rileggermi, anche passando attraverso milioni di correzioni; le correzioni, pur in assenza di costruzione cronologica, sono sempre necessarie. Gli Anni ’70 mi hanno condizionato. I video, la cultura di quegli anni sono stati un nutrimento e non avendoli vissuti mentre si svolgevano, sono nato nel ’71, ho sperato di poterli ri/sentire attraverso la scrittura e in maniera altruistica ho sperato che attraverso la lettura un altro li cogliesse leggendo i miei scritti. I libri sono una suggestione semplice. Non c’è bisogno di spostarsi né di viaggiare e neppure di parlare, basta leggere.

Quando hai iniziato a leggere.

Ho iniziato da bambino, ci sono i libri da prima e i libri da dopo. Sono una dimensione morale i libri. Il mio primo libro è stato “L’isola del tesoro”. Avevo dodici anni, capii che ero uno scrittore, la scrittura mi seduceva totalmente e mi accorsi che ci si poteva stare bene in quel mondo. Poi ci sono gli scrittori russi e i francesi.  Gogol tra i russi perché visionario, Balzac invece per il suo esibizionismo.

Anch’io credo che la letteratura russa e quella francese siano fondanti e necessarie se davvero si vuole diventare lettori non occasionali.

Sono letture e autori che ti formano davvero, ti abituano a guardare alla realtà in tutte le sue sfaccettature a coglierne le potenzialità.

A chi devi questa passione ben costruita e modulata per la lettura.

A mio padre devo la trasversalità delle letture, a me piace la metrica e l’endecasillabo, mi sarei fermato a questo. A vent’anni ho scoperto la Pop Art. Warhol e le sue zuppe Campbell, le sue Marilyn. La possibilità di potenziare il messaggio, attraverso la ripetizione, mi piaceva e mi piace.

Cos’è per te l’Arte.

L’Arte è creazione in una veste formalmente compiuta. Se consideriamo la letteratura ottocentesca vediamo che c’è una cura per il dettaglio tale da restarne strabiliati e soprattutto una assoluta abnegazione alla scrittura; ricchi o poveri che fossero, mai avrebbero concepito di fare niente in maniera approssimativa al contrario di quello che accade oggi. Possiamo sempre discutere della forma ma l’assenza di creazione non consente mai di parlare d’Arte e nello specifico di Letteratura e questo mette in imbarazzo la gran parte degli scrittori. Tanto più che la gente vuole il lieto fine e incrementa una visione della scrittura molto poco espansa. Una bella provocazione sarebbe una “dittatura della Letteratura”.

Spiega.

Bisognerebbe imporre la lettura almeno di quindici libri a tutti. Questo è un Paese in cui ci si laurea in Lettere senza aver mai letto ma anche nelle altre discipline ti laurei senza sapere bene chi sei e cosa farai. Solo che leggere serve. Pensa ai Promessi Sposi e a Guerra e pace. Il secondo è un libro molto più importante, per l’umanità, del primo. Ma il primo è servito ad unificare il secondo no.

 Perché?

I Promessi sposi unificano perché il tessuto sociale descritto era molle in quanto in costruzione. Guerra e Pace opera in una realtà sociale molto più complessa, anche se apparentemente semplificata. In Russia c’erano pure due lingue: il francese e il russo che facevano da livellatore sociale. Molto di più dei dialetti in Italia.

Condivido questa tua riflessione.

L’importanza di Guerra e Pace è proprio nel riconoscimento della follia  del potere. Le grandi masse che vanno a morire. C’è una grande forza manipolatrice, una forza che ancora oggi è identica nella sua violenza distruttice. Ecco perché poi bisognerebbe arrivare ad una dittatura della letteratura, proprio per non essere impreparati di fronte alla  realtà che in fondo non cambia. E poi la letteratura è rivoluzionaria. È un fiume carsico è un pensiero che sboccia come un fiore in testa.

Questa doppio binario su cui la letteratura cammina mi fa pensare alla fiducia e alla fede. Quanto contano per te?

Fiducia e fede sono altre due cose bellissime. La fede è un inclito riposo. Mi ha consentito di mettermi tra lo zero e l’uno senza necessariamente abdicare alla razionalità. Avere fiducia in qualcuno vuol dire avere fiducia nell’umanità e questo anche è rivoluzionario.

Torniamo alle tue letture preferite.
Anaïs Nin è stata per me un passaggio importante. Non a caso il mio primo libro non edito è “La storia di una donna”. Un gioco e una provocazione. Di Anaïs mi piace proprio la sua consapevolezza. Una cosa che alle donne appartiene più che agli uomini. Mi ricordo di essere entrato nel bagno delle donne durante un’occupazione. Mi stupì la volgarità delle scritte sui muri, i bagni degli uomini erano più candidi. Anaïs mi è stata utile anche per questo.

È un’idea errata credere che le donne parlino di sesso in maniera non esplicita e meno spinta degli uomini. Anaïs  è più brava di Henry secondo me, Luca, non a caso scriveva anche per lui.

Henry Miller è stata una delle mie droghe dell’adolescenza. C’era ogni cosa nei suoi libri ma soprattutto c’era una scrittura senza costruzione. Come accade con il teatro cinese che è un lento crogiolo. Oggi del mondo nei libri c’è solo un malinconico arretramento democratico. E con esso solo frantumi

Un isolamento anche e soprattutto da se stessi.

Sì. Prima uscivi per incontrare gli altri senza nemmeno sapere chi potesse esserci per strada ad aspettarti. Avevo una Vespa 50 special. Mi ci sedevo su e aspettavo che qualcuno venisse a parlare con me. Poi me l’hanno rubata e anche il mondo è cambiato.

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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