Luci d’artista nella città senza servizi

Luci d’artista nella città senza servizi
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

Le notizie dal Palazzo sono due, ma il paradosso è uno solo. Le notizie: mancano centomila euro (e due settimane di lentocratico iter) per bonificare seimila tombini ed evitare danni ai cittadini; secondo tek: sono già cominciati i montaggi delle luci natalizie (d’artista?) che saranno accese il prossimo 7 novembre, grazie a stanziamenti di circa due milioni e mezzo di euro. Cosa c’entrano le caditoie intasate e minacciose con le controverse luci? È la doppia velocità a creare il legame, a specchiare, con bagliori sinistri, la tempestività svizzera con cui si programma la rutilante sagra salernitana nel ritardo della cura dei servizi urbani di base. Nessuna tirata moralistica, per carità. Un dato, però, è certo. L’etica, la politica e il diritto si possono distinguere, ma non disarticolare: è questa la lezione della tradizione giuridica italiana, soprattutto da quando si tentò di far rientrare nella tutela pubblica i nuovi diritti della borghesia. Erano altri tempi, è vero, l’eco della Rivoluzione francese aveva convinto i giuristi che non esisteva un’etica pratica se non secondo leggi eque e buone amministrazioni.

Nella Salerno autunnale e stizzita di questi giorni, che sconta l’incubo della “malacqua” e l’impotenza del regime a scongiurarla, non c’è la rassicurazione di quelle agognate buone pratiche di tre secoli fa. Eppure nei paesini del Salernitano aggrappati al dorso delle colline era d’estate che i vecchi sindaci sondavano di persona le aree franose e il letto dei fiumi. Lo facevano con l’occhio, l’esperienza e cura amorevole. Durante le secche o nei periodi siccitosi, ispezionavano i percorsi d’acqua e li facevano ripulire. C’era ancora il solleone, ma lavoravano per sconfiggere il terrore delle piene, degli straripamenti, della mancata tenuta degli argini. Oggi accade che fiumi e torrenti vengano deviati per consentire al cemento di espandersi e alle città di stressarsi nella camicia di forza di un’urbanizzazione disinvolta e colpevole.

Il dissesto idrogeologico è un dramma dalle radici antiche, ma in Italia si scontano anni di imperdonabile paralisi amministrativa, di mancato adeguamento strutturale dell’assetto urbanistico, di fatiscenza delle più importanti reti di servizi, in una parola di lontananza dal corpo vivo delle città. Interi centri rischiano così di sfarinarsi in cumuli di rovine e la carente manutenzione aggrava questa tela grigia di minacce che ogni autunno si distende sui cittadini. I salernitani ricordano il disastroso temporale di un anno fa, quando via Roma e il Lungomare si trasformarono in due impetuosi fiumi paralleli proprio a causa dell’intasamento delle caditoie. Da allora sono trascorsi dodici mesi. Lo scandalo è in questo penoso e inutile passare del tempo, nella crisi della cultura intesa come specificazione del concetto di avere a cuore. Un gap che segna la vita dei cittadini e delle classi dirigenti. Queste ultime da vent’anni – a partire dalla elezione diretta dei sindaci – hanno maturato la convinzione che sia necessario un “sovrano” perché vi sia sovranità del popolo. Un male italiano, nell’era della celebrata governance condivisa, che postula la subordinazione del livello amministrativo a quello politico, una prassi che altera la dialettica democratica e riporta le decisioni al di fuori del rapporto istituzione-cittadini nel quale si concreta la democrazia. Può accadere così che le luci-civetta, per decisione “sovrana”, illuminino una città con i rifiuti nella pancia. È l’occhio del visitatore che conta e quello punta in alto, chiosa la nouvelle philosophie. Ma le luci degli addobbatori, sofismi a parte, sono fredde come tutti i giochi autarchici. La luce che ci fruga negli occhi e ci scioglie la passione civica, quella che dona speranza all’attesa, al contrario, è interattiva. È la luce della nostra storia democratica, che “pesta il mare e s’impregna di sole”, diceva Camus. Luce mediterranea, che è bussola di quanti confidano nei tempi nuovi.

(da Il Mattino del 4 ottobre 2015)

 

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *