Mar. Set 17th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Lucia, i versi della vita oltre la morte

4 min read
di Antonio Pecoraro

[… “Abbiamo bisogno di libri che agiscono su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di uno che ci era più caro di noi stessi, come se fossimo respinti nei boschi, via da tutti gli uomini, come un suicidio. Un libro dev’essere la scure per il mare gelato dentro di noi.” ] (Franz Kafka)

 “La scrittura è l’ultima stazione del viaggio di conoscenza” (Eraldo Affinati)

 

 

di Antonio Pecoraro

lucia-panasci-la-repubblicaDurante la presentazione del libro di Lucia Panascì guardavo la gente che ascoltava la musica, sentiva le parole, guardava le immagini della sua arte fotografica: pensavo al titolo del libro con l’interrogativo: “Riusciremo ad andare oltre”? La domanda sembra escatologica, da uomini di Fede, – col punto interrogativo presuppone una risposta – ma credo che se la pongano anche tanti atei ed agnostici sparsi sulla terra. “La vita è teatro ma non sono ammesse le prove” diceva Anton Čechov tanti anni fa.

Certo, parlare di un libro di poesia, vergato col sangue da una giovane ragazza nel periodo finale della sua esistenza, potrebbe scatenare un processo filosofico di continuità (anche filologico e morale) rispetto al libro stesso. Anche se molte volte la poesia parla da sé, non c’è bisogno di ulteriori parole, e credo che questo ne sia un caso. Cercherò soltanto di distendere la mappa delle mie emozioni personali rispetto all’evento libro, all’evento presentazione, rispettando il dolore della scrittura sofferta dell’autrice.

Lucia aveva le rose negli occhi, il suo libro è un giardino dove si cammina a piedi nudi, sussurrando poche parole alle piante, la natura che ella amava immensamente come l’Arte. Nel suo giardino leggi un verso, lo guardi nelle pupille e non gli chiedi niente, come se fosse lì per caso.

Le sue immagini: un bianco e nero che ripercorre tutti i colori della tavolozza, il rosso sangue carminio, il blu profondo ed elettrico, notturno, ed altri, riposanti ma anche accecanti. Il suo sguardo nell’obiettivo: quasi sempre una croce proiettata nel cielo, colonne e capitelli che si elevano agli Dèi; l’incarnazione della sua gioventù: un aeroplano che decolla.

Poetessa della vita che va oltre la morte. Forse per creare arte vera bisogna avere un’insaziabile sete di solitudine. Purtroppo per Lucia molte volte era la solitudine coercitiva: della terapia, della cura, dell’ospedalizzazione: questo ha fatto sì che quella solitudine partorisse Arte. Ma oggi l’Arte cos’è? Un’elaborazione di un lutto collettivo? O una trasmissione di Bellezza estetica e metafisica? La sua capacità di scrittrice è stata quella di rimanere ancorata nelle esistenze altrui, con profondità viscerale. È un dolore personale ma anche globale, universale, appartenente a qualsiasi persona che abbia un piccolo condominio di sensibilità. Le sue parole cercano di afferrare il mondo, guardarlo negli occhi ed interrogarlo. I suoi versi sono mani che affondano nella carne del suo corpo. Ma affondano anche nella carne della Letteratura […Il cielo che sorge è sincera resurrezione e la polvere non può far altro che danzare…]. La sua poesia ha un nitore dell’espressione e una percezione originale del mondo: è una forma molto alta per omaggiare il Sacro […Forza che forgia Pace] perché, come diceva Louis Ferdinand Céline, “la Letteratura è dall’altra parte della vita”. Lucia appartiene alla categoria degli Artisti che soffrono la loro sensibilità esasperata. Mangiatori di unghie e timidi fuggenti, disertanti. Irriducibili autolesionisti, indossano spesso camicie di chiodi e sale. Ma anche presenti tra le grandi masse per le urgenti lotte del paese. Vicini agli sfruttati e disagiati, costruendo castelli di solidarietà ed eremi di personalità; il giorno dopo, tutto giù: demolito. Di nuovo pareti di fuliggine e cartone.

A distanza di cinque mesi dalla sua morte, scrivere del suo testo (dopo le parole di Amendola, Nicastri e Carrada nella presentazione ufficiale al Punto Einaudi di Salerno) è un’operazione di overlapping, un accavallamento sonoro di più tracce audio, il parlare di sopra al già parlato, cercando di dare un’impressione più rappresentativa del mondo e della tragedia che ha colpito una ragazza poco più che ventenne. La sua vita, la sua esistenza: un muro sbrecciato da una pallottola del destino dirimente: importante parlarne, giusto per la memoria, senza aggiungere ulteriori digressioni ma anche senza dileguarsi. Voltare la faccia al dolore è da vigliacchi. Nel mio profondo, leggendo il suo libro, ho pensato più volte alla grande sofferenza che lei provava scrivendo quelle frasi e sapendo di non farcela. Una lacrima scende sul foglio, scioglie l’inchiostro e va via tra le due pagine, giusto al centro. Gocce trasparenti che diventano grigie con luminosità.

Quanto è banale soltanto parlarne.

Dopo tutto  – nonostante Dante –  ci è ancora tutto oscuro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *