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‘L’ultima estate in città’ di Calligarich

‘L’ultima estate in città’ di Calligarich
di Giuseppe Amoroso
Il critico letterario Giuseppe Amoroso

Il critico letterario Giuseppe Amoroso

Arriva da lontano una sveviana memoria dell’incapacità di vivere, mentre si affacciano echi di Brancati degli Anni perduti e quel senso di soffocata solitudine che corre nelle opere di grandi scrittori, da Cassola a Bufalino. Come minacciato da vicende che sembrano stringerlo sempre di più, Leo, il protagonista di L’ultima estate in città (Bompiani,pp.174), di Gianfranco Calligarich, fa di tutto per starsene in disparte. Ma “un bel giorno, senza sapere come, si trova dentro una storia che lo porta dritto alla fine”. Preso da un senso di inutilità, preferisce osservare la vita, però si rende conto di doversi misurare con le cose che vengono “da sé”. Trasferito in una rappresentazione esposta e tradita del passare quotidiano, il racconto (la cui fortuna editoriale e critica si muove da lontano, dall’edizione garzantiana del ’73 e, successivamente, dalla ristampa, presso Aragno, nel 2010) si articola intorno al punto focale di una Roma che ha dentro l’’ebbrezza particolare” di bruciare i ricordi. Ne scaturisce una sorta di slittamento da un’oggettività chiara e definita verso un arpeggio di sfumature e immagini interiorizzate, del visibile e del suo contrappunto di riflessioni impiegate per dare ordine strutturale alla pagina, per collocarla in una continuità discorsiva capace anche di suscitare da particolari minimi e in apparenza poco influenti. Si distende un’aria di piccola favola, posta insospettabilmente accanto a qualche sortita sentenziosa, definitoria, a qualche apostrofe più marcata. Esemplare quella riferita ai visitatori della Città Eterna: “… anche voi, giorno dopo giorno, aspettando diverrete parte di essa. Così anche voi nutrirete la città. Finché un giorno di sole, fiutando il vento che viene dal mare e guardando il cielo, scoprirete che non c’è più niente da aspettare”.

Di prosciugato e avvelenato calore, la scrittura intensa e paradossalmente friabile (per quel fiato di musica triste e disperata), millimetrica e aperta a sorprendenti risvolti surreali, trionfante e ripiegata, corsiva e letteraria, rappresenta, concedendo poco al decorativismo, tutte le tinte e gli umori della realtà, la malinconia di certe sere, e superando ogni frattura o resistenza dell’intreccio con una geometria di allusioni, specchi infranti, metafore coraggiose, oltranzistiche e con molte punte di immalinconito, struggente divertimento. La cronaca di situazioni precarie si mischia con uno stravolto paesaggio romano inquieto e tentacolare: strade “acquattate sui marciapiedi”; cinema che “vomitano sui marciapiedi un tanfo di disinfettante”; case che si ergono nella notte “come immensi alveari umani,simili a torreggianti cimiteri”; la statua di Giordano Bruno “tetra e silenziosa” perché ha le sue ragioni”; piazza Navona, “stupenda(…,), consapevole del proprio splendore e della propria inutile sopravvivenza”; la facciata dell’ oratorio di San Filippo, “pallida nella notte dei fari, esangue ed elegante come una signora che si nutra      esclusivamente di tè”. E l’aria immutabile, quasi in attesa di un presagio; e, strette tra le case, le tante chiese che “alzano le loro creste di travertino a indicare la possibile efferatezza del cielo”, e la tristezza delle sere d’autunno. Sempre, una città di turisti, trattorie, pittori di cartoline e di gente “seduta ad aspettare il vento della sera”, mentre un “caldo da Sant’Uffizio la svuota” e, in un torrido agosto, la copre un “sole di morte”. Per contro, l’inverno di Milano, con l’”odore di nebbia e di sterpi fumanti” e con la gente nei tram “pronta al massacro quotidiano”.

In una girandola di spostamenti, fughe, ritorni, Leo, giornalista precario al “Corriere dello Sport” e sceneggiatore, pratica a fondo due arti, ”stare zitto e adattarsi alle situazioni”, inventaria le persone che gli sono accanto, sembra “uno di quei personaggi clandestini di Conrad”, scorge in tutto quello che possiede l’”avanzo di qualcosa” ed entra in un “tempo così stupidamente lungo da sembrare sempre”. Nella sua vita due figure: Arianna,la donna amata e perduta, fuoricorso di architettura, che “distrae lo sguardo dal proprio destino. Spavalda e insicura, mutevole e nemica di ogni cambiamento, audace e ritrosa, vicina e irraggiungibile, fa spesso scelte sbagliate, non sa dove andare: disposta a percepire “un’innaturale sospensione” nell’aria, conosce la notte, in una Roma dove “non cambia mai niente”. E Graziano, l’amico bevitore, che si sente parte di una generazione di sopravvissuti e quando deve prendere una decisione, sembra un “attore che provi una battuta difficile”. E poi Il padre e la madre e le sorelle “dall’alto del loro piccolo e composto mucchietto di rispettabilità dentro cui avevano fatto il nido”, e un coro di personaggi bizzarri, contraddittori, frivoli e sicuri di sé, frenetici e come spenti. Inoltre, i frequentatori di salotti dove “si uccide senza spargere sangue”.

Attento ai sobbalzi del reale, Calligarich preferisce isolare un sentimento, un’idea. Sono epicentri nell’onda di eventi sollevati alla luce del primo piano e, insieme, tenuti in una musicale miscela di margini, incombenti ma in una prospettiva appartenente più al mondo dello scrittore che a quello degli altri, sparsi in un ritmo di marea. La rappresentazione dei fatti si discosta dallo sviluppo cronologico e razionale del racconto, vuole allargare o ribadire un concetto, uno stato di ansia, sviluppare una massima o ripercorrere la strada delle immagini verso le loro origini, piuttosto che preparare progressivamente una svolta, una soluzione. La soluzione giunge sulle note di una giovinezza finita e di una vecchiaia che il protagonista “non avrà mai”. Spinta da un’ inesauribile ripetizione di suoni, la sterzata improvvisa di una frase apre la porta a una scia di immagini evocate, a una filigranata rapsodia di voci che l’autore, temendone la scomparsa nella dimenticanza, consegna a una sottolineatura visionaria che non scardina la colloidale resistenza dei giorni in riga. E così tocca al mare il compito di “sciogliere tutte le sue note”.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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