Ven. Ago 23rd, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

L’ultimo Marthaler incanta ma non convince del tutto

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di Francesco Tozza

King Size (variazioni enarmoniche)

una Liederabend con Tora Augestad, Bendix Dethleffsen,

Michael von der Heide, Nikola Weisse

regia di CHRISTOPH MARTHALER

Teatro Il Fabbricone di Prato, 24-26 aprile

                                          

di Francesco Tozza

kingsize1Abbiamo visto per la prima volta un lavoro di Marthaler nel giugno 2009, nell’ambito della seconda edizione del NapoliTeatroFestival: ambientazione minimalista, feroce ironia contro l’ossessione contemporanea per i nuovi congegni di sicurezza, intercettazione e sorveglianza, ma anche per le strategie di marketing e ovviamente il tipo di assetto economico-sociale che ne sono alla base, caratterizzavano quella severa e al tempo stesso grottesca riflessione, condotta in termini teatrali e musicali insieme (intitolata Riesenbutzbach. Eine Dauerkolonie), su quelli che sempre più si avviano ad apparire o divenire “gli ultimi giorni dell’umanità”. Ci siamo affrettati a vedere nei giorni scorsi al Fabbricone di Prato (l’avevamo perso l’estate scorsa a Spoleto) questo più recente, certo più ‘leggero’ King Size; forse è ancora poco per dare un più fondato giudizio sull’ormai celebre regista svizzero, cui la Biennale di Venezia ha deciso di dare quest’anno il Leon d’oro alla carriera, e tuttavia qualcosa ci è possibile dirla, senza spocchiose o arroganti pregiudiziali ma senza nemmeno quel piatto conformismo che sembra ormai salutare acriticamente “i grandi”!

Una cosa strana va subito detta; strana perché normalmente non ci capita a teatro (per un critico poi è il colmo!): lo spettacolo, fra il surreale e il grottesco, senza che le consuete note dell’ufficio stampa riuscissero a illuminare quanto già di suo il regista, con le sue piuttosto arbitrarie invocazioni all’enarmonia, lasciava in una discreta, a questo punto voluta (!), oscurità, ci ha preso, suggestionato, per tutta la sua non eccessiva durata, benché alla fine non riuscissimo sostanzialmente a dire a noi stessi il perché. Sul palco lo spaccato di una curiosa camera d’albergo, con il turchese come colore dominante, piena di porte, ante, sportelli: vi agivano un uomo e una donna, prima in tenuta da camerieri, poi in eleganti abiti da società, posseduti da improvvisi sussulti canori, accompagnati alle tastiere da un elegante musicista, anche lui, in precedenza, uscito dallo stesso letto e piuttosto elegantemente vestitosi. Del contesto entrava a far parte, di tanto in tanto, un’anziana signora, dall’abbigliamento provinciale, anche lei con operazioni incongrue, come montare inutilmente un leggio o mangiare con un calzascarpe degli spaghetti estratti dalla borsetta. Il tutto immerso in un tessuto di intriganti coloriture musicali, che andavano dai lieder di Schubert e Schumann a vaghe reminiscenze wagneriane, ma anche a ingenue ballate popolari, a pezzi da cafè chantant o motivi di complessi pop come The Kinks e i Jackson Five.

Tracce residue di un mai scomparso teatro dell’assurdo o ulteriore testimonianza di una sempre più invadente e pervasiva contaminazione dei linguaggi? Nostalgia del melodramma o ritorno ai vecchi musical americani, dove ancora una volta si parlava cantando, ma ci si muoveva anche ballando? L’ambiguità, nell’impossibile corrispondenza, ormai non solo teatrale, fra quello che accade e quel che si vorrebbe dire, appare la cifra stilistica dominante dello spettacolo. Più raffinate lenti culturali porterebbero a parlare di un risorto inferno sartriano, che giustifica certe forzature di tono, una evidente claustrofobia con le più strane geometrie sceniche cui danno luogo i personaggi, non tuttavia i loro passi di danza, eleganti a volte, ma più spesso volutamente ridicoli, non a caso frammisti con i forti rumori viscerali provenienti da una attigua stanza da bagno. Qualcosa in più la dice, forse, proprio l’attempata signora che attraversava di tanto in tanto la scena, un poco come le fugaci apparizioni di Hitchock nei suoi film, qui tuttavia con ben più forte pregnanza: è proprio lei ad abbandonarsi a qualche amara considerazione, sul trascorrere del tempo, l’impossibile raggiungimento di una definitiva identità sia nell’adolescenza che nell’età matura, il permanente desiderio di comunicazione e solidarietà (non a caso si sdraierà nel grande letto, fra i due, e l’uomo, almeno nel sonno, l’abbraccerà).

Alla fine si applaude, non del tutto convinti perché non del tutto in chiaro sulle reali intenzioni, questa volta, del regista, padrone indubbiamente del palcoscenico e del discorso musicale (anche grazie agli ottimi attori/cantanti), indeciso fra esaltazione acustico/visiva e produzione di senso, in un mondo non armonico, in cui non a caso non si riesce o non si vuole chiarire, dandole scenica consistenza, lo stesso sbandierato concetto di enarmonia.

 

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