L’Università del Sud vittima delle disunità italiane

L’Università del Sud vittima delle disunità italiane
di Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

Pochi, pochissimi, direi, sanno o si stanno accorgendo di ciò che sta accadendo nell’Università italiana. Colgo l’occasione per parlarne in una data emblematica come il 25 aprile, che io considero come un alto momento rifondativo dell’Unità italiana dopo il tormentato Risorgimento, il vero coagulo tra Nord e Sud basato sui valori della Costituzione, la nascita dell’identità italiana e il superamento degli steccati territoriali e culturali.

Poiché l’informazione in questo paese è troppo spesso filogovernativa e ossequiosa, poco si sa delle trasformazioni in atto nel mondo accademico, a meno che non le si viva da dentro. Le scelte operate dai vari governi negli ultimi anni, a partire dalla controriforma Gelmini, stanno, infatti, inesorabilmente trasformando l’Università. Non è facile sintetizzare processi che si nascondono dietro parole che sanno di molta retorica e che sono accolte positivamente dall’opinione pubblica, condizionando l’immaginario collettivo, portando gran parte della gente a pensare che finalmente il baronaggio sia stato eliminato a beneficio del merito, che vi sia ora una seria valutazione dei corsi e dei docenti per favorire gli Atenei virtuosi, professionali e di assoluto livello, che i fondi ordinari per la ricerca saranno sempre destinati ai dipartimenti universitari più validi e che presentino alte valutazioni meritocratiche.

Vi posso garantire che si tratta di una serie di ingannevoli dicerie, che mirano, invece, a ben altri risultati. Naturalmente il punto non è sottrarsi alla valutazione, ma come essa si faccia, con quali criteri, algoritmi e fattori che vengono intrecciati per ottenere un certo risultato. A me pare che l’effetto finale di questi meccanismi, che all’estero si basano sulla serietà assoluta dei valutatori, si possano sintetizzare in questo modo:

a)  è in atto una progressiva delegittimazione delle Università del Sud con la conseguenza di indurre gli studenti del Mezzogiorno ad un’emigrazione al Nord soprattutto per le lauree magistrali; dunque, introduzione di un raccapricciante criterio territoriale che rappresenta, più di tutti, la reale sconfitta dell’Unità italiana oltre che contenere un forte profilo anticostituzionale;

b) questo medesimo principio viene spesso adottato regolarmente nelle abilitazioni dei docenti per il passaggio alle fasce superiori, penalizzando i dipartimenti del Sud, soprattutto nelle aree umanistiche;

c) si registra un progressivo e inesorabile primato delle Università tecnico-scientifiche (sovente collocate al Nord, salvo poche eccezioni) a danno di quelle umanistiche, rinunciando quasi completamente a quella cultura classica e umanistica che ha costituito il sale della preparazione delle nostre migliori energie culturali e professionali. Qui ci sarebbe da aprire un ragionamento lunghissimo, di segno completamente opposto, perché i dati ci dicono che coloro che provengono da dipartimenti umanistici sono in grado di adattarsi meglio all’attuale modello del mondo del lavoro, manifestando una mobilità della conoscenza che li rende più idonei al cambiamento delle funzioni e delle competenze.

Le disunità italiane – ahimè – stanno trovando nuova pericolosa linfa in questi processi che sono accompagnati da altre decisioni nefaste, come il finanziamento delle Università private, la continua delegittimazione di quelle pubbliche, la riduzione netta dei fondi per queste ultime, con tutte le conseguenza per la ricerca e il rinnovamento dei docenti.

 

 

 

redazioneIconfronti

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