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L’uomo e le meteoropatie 6 / Quanti malanni da stress

L’uomo e le meteoropatie 6 / Quanti malanni da stress

Presentiamo la sesta puntata del libro di Corrado Caso dedicato alle meteroropatie.

Questa settimana al centro della trattazione troviamo alcune considerazioni su un certo numero di dati statistici relativi alle meteoropatie e a quali siano le tipologie di persone che ne sono più colpite .

 

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Le meteoropatie.
Meteoron: cosa che viene dal cielo e Pathos: passione, malattia

 

Le meteoropatie sono manifestazioni cliniche che tendono a colpire gruppi di persone interessate in un rapporto cronologico e di causa-effetto, statisticamente documentabile, da un identico fenomeno atmosferico. Le espressioni cliniche, nella maggior parte dei casi, precedono e/o seguono di uno o due giorni, l’evento climatico, particolarmente se quest’ultimo è rapido nell’insorgenza e di particolare intensità. Un italiano su tre soffre di meteoropatia.
L’età maggiormente a rischio è quella infantile. Il genere più esposto è il femminile particolarmente in età puberale e climaterica: periodi della vita caratterizzati da una più evidente risposta vegetativa e da una accentuata disarmonia estro-progestinica.
Oltre il dato statistico si può affermare che la sindrome meteoropatica riguarda, in forme più o meno sintomatiche, la totalità degli organismi viventi.
La sua diversa espressività è ancora condizionata dalla natura e intensità delle variazioni atmosferiche, dalla costituzione psico-fisica individuale, dai ritmi biologici e dalla presenza di eventuali patologie preesistenti: iper/ipotiroidismo, iposurrenalismo, disfunzioni epatiche, sindromi psichiche, malattie debilitanti sulle quali il clima esercita un ruolo causale, concausale, aggravante o semplicemente accessorio del loro decorso.
Non secondario è il ruolo svolto dalla mediazione dell’esperienza soggettiva, culturale, ambientale e sociale, il patrimonio genetico e la personalità dei soggetti interessati.

 

Lo stress ovvero: il sale della vita

 

La Sindrome da “stress” è un disturbo descritto per la prima volta nel 1700 come conseguenza dei processi di industrializzazione e urbanizzazione che, in quegli anni, determinarono notevoli trasformazioni e sollecitazioni richiedendo all’uomo adattamenti profondi.
Non meraviglia allora se un termine adoperato, inizialmente nelle scienze fisiche e in ingegneria per indicare la tensione e lo sforzo cui sono sottoposte le strutture metalliche di una costruzione e il loro punto critico di rottura sia diventato di uso corrente per misurare la capacità e la tolleranza dell’uomo ai fattori nocivi che provengono dall’ambiente circostante.
Parlando di stress, abbiamo la sensazione di discutere di un concetto familiare entrato a far parte del linguaggio corrente. Ognuno di noi lo ha utilizzato almeno una volta nella vita in diversi modi e in molteplici circostanze per descrivere una situazione di disagio, di forte preoccupazione o di ansia.
Lo scienziato austriaco Hans Selye (foto), al termine delle sue ricerche, definì lo stress una “reazione aspecifica dell’organismo a qualsiasi stimolo interno o esterno capace, per entità e durata, di stimolare meccanismi di adattamento o riadattamento finalizzati al ripristino dell’omeostasi [5].”
Egli considerò lo stress una condizione connaturale all’uomo, infatti affermò che: “…possiamo incontrarlo in modo efficace e trarne vantaggio, imparando di più sui suoi meccanismi e adattando la nostra filosofia dell’esistenza e adeguando la nostra risposta ad esso (eustress).
Un successivo contributo nella conoscenza dello “stress” è stato dato dagli studi di James Rees che rilevandone l’aspetto patologico lo ha definito una risposta a un “qualsiasi stimolo o modificazione dell’ambiente interno e/o esterno, di intensità e/o durata tale, da raggiungere il limite della capacità di adattamento dell’organismo, fino a condurre, in determinate circostanze, alla disorganizzazione comportamentale e alla disfunzione somatica che sfocia nel patologico”.
Pancheri afferma che “l’uomo è immerso in un universo di stimoli, la maggioranza dei quali non raggiunge un livello tale da provocare una reazione emotiva”.
È necessario, a questo punto, sottolineare che, molte volte, non sono gli eventi a farci stare male ma la percezione che abbiamo degli stessi. Una percezione condizionata da fattori genetici e cognitivo-emozionali legati al processo di valutazione emotiva.
Rees, nel 1975, ipotizzava la mediazione, nella reazione da stress, di un eccitamento emozionale provocato da stimoli psico-sociali e psicobiologici. Per comprendere come gli stimoli provochino una maggiore o minore attivazione emozionale, bisogna considerarne l’intensità, il contenuto reale o simbolico che essi possiedono.
Lazarus, Professore Emerito dell’Università di Barkley, ha introdotto il concetto di “valutazione cognitiva, influenzata dalla struttura genetica e dalle esperienze precedenti. Lo stress viene, in un certo senso, filtrato ed elaborato, biologicamente, dalla risposta emozionale”. L’attivazione emozionale diventa la mediatrice della reazione da stress in un rapporto di reciprocità con le modificazioni biologiche.
In questa visione “generale” possiamo considerare gli stimoli atmosferici capaci di azioni stressanti che si ripercuotono sull’organismo.
Uno studio condotto da ricercatori dell’Università dello Iowa in America, della durata di un anno e su un campione di 139 persone ha rilevato, nella maggior parte dei soggetti affetti da ansia meteorologica, manifestazioni psichiche sintomatiche, moderate e controllabili. Si tratta, nella maggioranza dei casi, di incubi, nausea, tachicardia, deficit di equilibrio, insonnia, ossessione nel guardare continuamente le previsioni meteorologiche.
John Westefeld, responsabile della ricerca, ha affermato “chi ha paura dei fenomeni atmosferici sa che, questi, hanno uno sviluppo temporale, piuttosto, breve e, per questa consapevolezza, cerca di risolvere il problema da solo. Sono molte le persone che si isolano in stanze senza finestre, altre che chiudono orecchie e occhi per non sentire o vedere e cercano di resistere alla paura finchè il fenomeno passa…
“Si può dire, la stessa fobia di chi vive la paura del terremoto, in quanto eventi naturali di fronte ai quali l’uomo può far ben poco” sostiene Alberto Siracusano Professore di Psicopatologia presso l’Università Tor Vergata di Roma.
Il processo di globalizzazione e una comunicazione senza regole se non quelle strettamente legate all’audience narrano, in forme ossessive, avvenimenti climatici catastrofici in località e situazioni distanti molte volte dal fruitore dell’informazione.
La narrazione favorisce una generale sensazione di precarietà e una condivisione luttuosa dell’accaduto. L’evento stesso spettacolarizzato diventa immanente e sedimenta minaccioso sull’uscio delle nostre abitazioni. Si mescola, molto spesso, realtà, finzione scenica e immagini controverse di estrema ed esasperata drammaticità che risvegliano ansia e paure profonde. Il tutto viene proiettato, in questi giorni, sul palcoscenico dell’anno 2012 nella previsione della fine del mondo “modello Maya.” E allora, lo stress è il risultato di fattori reali amplificati da elementi contingenti. È per Pancheri “una reazione finalizzata alla sopravvivenza dell’individuo e che può divenire, a sua volta, fonte di malattia se, la sollecitazione che lo determina, dura a lungo o ha una intensità eccessiva.”. Perché è necessario considerare, secondo Richards, i vari aspetti della risposta che possono essere proporzionati, ma a volte, eccessivi, deficitari, inadeguati o disordinati.
Una risposta resa più complessa perché contenuta in modelli comportamentali razionalizzati e rispondenti a norme sociali condivise che hanno represso, attraverso un faticoso supplemento di autocontrollo e ansia sociale, alcuni impulsi correlati alla sopravvivenza della specie come la fuga e la difesa.
L.S. Manson attribuì, dal punto di vista fisico, la reazione da “stress” a un’attivazione ormonale complessa destinata a fornire il necessario supporto metabolico ed energetico per contenere gli effetti dello stimolo stressante.
Un’attività costantemente correlata dall’asse Ipotalamoipofisario che risiede nel cervello e che regola la produzione ormonale in base alle richieste e necessità dell’organismo. La conseguenza è, sperimentalmente, evidente a livello delle sinapsi del S.N.C. dove, in condizione di stress, si assiste a una alterazione e riduzione delle ramificazioni neuro-funzionali che presiedono alla trasmissione delle informazioni con relativa compromissione di aree cerebrali (Nature Rewiews Neuroscience 2011). Nella reazione da stress vengono coinvolte le ghiandole surrenali che secernono rapidamente adrenalina e noradrenalina sollecitando una immediata reazione allo stimolo da parte del sistema nervoso autonomo.
In conclusione, le reazioni biologiche caratterizzano modelli comportamentali che hanno finalità di adattamento e di difesa per far fronte, nel modo più efficace possibile, al pericolo imminente.Lo stress si definisce “acuto” quando gli eventi si presentano in forma repentina e intensa e la risposta si gioca ed esaurisce nel giro di pochi minuti o ore. L’adeguatezza della risposta è il risultato della capacità dell’individuo di riconoscere lo stimolo stressogeno e organizzare una reazione per evitare possibili conseguenze e per recuperare tempo e forza. Un comportamento che richiede il dispendio di un alto quoziente di energia fisica e psichica. Se lo stress è continuo e l’azione nociva degli “stressors” si protrae per giorni, settimane o mesi possono venire compromesse le riserve energetiche dell’organismo con esaurimento delle risorse emotive, comportamentali e fisiche.
Subentra una “Fase di esaurimento”: il soggetto interessato diviene incapace di rispondere, in modo adeguato allo stimolo favorendo una situazione pro-patologica che, molte volte, finisce per creare o acuire reali pericoli per la salute.
I processi di riparazione e “ripresa” da parte dell’organismo interessato, vengono mediati dal sistema nervoso parasimpatico, quale sistema di graduale rigenerazione energetica e di restaurazione della normalità.
È opportuno e prudente ricordare che:

La completa libertà dallo stress è la morte.

[5] Omeostasi: tendenza alla stabilità delle normali condizioni fisiologiche dell’organismo.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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